Sciascia, se la memoria ha un futuro

A futura memoria (se la memoria ha un futuro) è uno di quei testi di Leonardo Sciascia di cui le librerie hanno sempre gli scaffali pieni; soprattutto quest’anno, in occasione del centenario dalla nascita. L’edizione più facilmente reperibile è quella dell’Adelphi, che nel 2017 ha acquisito i diritti da Bompiani (del 1989) e nel 2020 ne aveva già fatte sette ristampe. A impreziosirla, una nota di Paolo Squillacioti, che ne rammenta la parentela, importante, con un’altra opera, La palma va a nord. Contrariamente a A futura memoria, che ne è, di fatto, il proseguo, La palma va a nord è un prodotto librario piuttosto raro: dopo la prima edizione del 1980 per Edizioni Quaderni Radicali, e una seconda per Gammalibri Milano nel 1982, non è però stato più ripubblicato, nemmeno all’occasione del centenario.

 

Eppure, come nota Squillacioti “i due libri sono come annodati insieme”. Entrambi raccolgono l’essenziale dell’attività saggistica che Sciascia dedica ai temi d’attualità: il rapimento di Aldo Moro, il terrorismo, la giustizia italiana, la mafia e, negli ultimi tempi, l’antimafia. Gli archi temporali coperti dagli interventi si sovrappongono (vanno rispettivamente dal 1977 al 1980 e dal 1979 al 1988); “i primi quattro pezzi di A futura memoria ricadono nell’intervallo cronologico di La palma va a nord e due, quelli apparsi sull’ “Espresso” il 27 aprile e il 21 settembre 1980, sono presenti in entrambe le raccolte”. In un momento come questo (di pandemia, oltre che di centenario), in cui siamo naturalmente portati a chiederci se la memoria ha un futuro e, soprattutto, quale, è interessante notare che il mercato editoriale abbia sciolto il nodo tra i due libri, dando a quello che si proponeva nel titolo alla posterità un destino così diverso dall’altro.

 

Leggendo la nota di Squillacioti, viene da pensare che alla radice di questa differenza di trattamento vi sia un conflitto di temporalità. Per riattualizzare i testi contenuti nell’edizione Adelphi di A futura memoria, Squillacioti compila una fitta rete di rimandi che reinseriscono ogni testo nel quadro polemico e editoriale in cui è apparso. Non a caso, non usa tanto il termine “testi” ma “interventi”. La contraddizione tra la posterità a cui il libro è proposto e l’attualità (passata) cui si riferiscono gli interventi è risolta, lo si vede, in favore della seconda. Riattualizzare, qui, significa ricostruire il presente dei testi, ormai passato, in una nota alla fine del libro. Operazione di estremo interesse, che è però poco economica: il suo esito, infatti, è dover scrivere un nuovo testo che ricomponga i pezzi del primo, riportandoli alle circostanze in cui erano “intervenuti”. L’operazione è sempre più ardua e difficile andando indietro nel tempo e nel mutarsi della sensibilità verso i nomi, i luoghi e le date. Forse, è proprio nell’acuirsi di questa contraddizione che La palma va a nord è stato lasciato nel dimenticatoio, dato che di mafia e antimafia un po’ se ne parla ancora, ma di Brigate Rosse praticamente no.

 

La memoria, però, può essere guardata in due direzioni: retrospettivamente, come fa la nota, che restituisce al lettore di oggi il passato dei testi; o prospettivamente, come sembra suggerire il titolo del libro. D’altronde, il fatto stesso di tradurre gli “interventi”, ancorati agli eventi e alla temporalità del quotidiano, del settimanale, del mensile, in qualcosa che assomiglia a capitoli di libro, va in questa direzione: non più dal presente al passato, ma dal passato al presente. Da questa angolazione, che passa dallo sguardo sull’attualità a quello sul contemporaneo, il collegamento tra A futura memoria e La palma va a nord sarà forse più facile da mettere in evidenza.

 

Un’imbeccata per una tale rilettura ci viene da Stupidità, di Gianfranco Marrone (Milano, Bompiani, 2012), il quale trova che in Sciascia vi sia una vera e propria “teoria della stupidità”. In effetti, rileggendo insieme i nostri due volumi, siamo colpiti dalla frequenza di parole che vi si riferiscono. Sciascia sembra circondato da un mare di “imbecilli”, “cretini”, “stupidi”. In questo mare di parole è utile, come fa Marrone, procedere per livelli. A un primo livello, quello della polemica, e dunque dell’attualità, questi termini hanno ovviamente valore di insulto. Tuttavia, a livello argomentativo, che è quello che interessa lo sguardo contemporaneo, la stupidità ha un valore tecnico: è la chiave di volta di un vero e proprio metodo di ragionamento che serve a situarsi e a prendere posizione. E in effetti è nelle interviste (specificità testuale di La palma va a nord), dove Sciascia è portato fare proprio questo, che troviamo gli elementi più probanti per una definizione tecnica della stupidità. A Il Mattino (novembre 1979), per esempio, Sciascia si dice “di sinistra”, ma ammette subito che vi siano anche “cretini di sinistra”. “Chi sarebbero?”, chiede il giornalista, e lui spiega: “Sono dei credenti di tipo cattolico trasferiti nella sinistra. Nel fatto politico, per il credente, cattolico o protestante che sia, esiste l’aldilà; mentre per la sinistra esiste solo l’aldiquà, ed è qui che la sinistra non cretina deve fare i conti, razionalmente, criticamente, non per fideismo. Invece loro sono fideisti. Ritengono che Marx, Lenin e Stalin siano tutta la verità rivelata, che le cose muteranno così come dopo la notte viene il giorno”.

 

 

Il cretino di sinistra è dunque qualcuno che trasporta sul piano politico la certezza gnostica: qualcuno che traduce nell’aldiquà la posizione di un garante trascendente e finisce per identificare la Trinità con Marx, Lenin e Stalin. Se questo è “il cretino di sinistra”, in un senso più generale “cretino” è colui che confonde ambiti della cultura e dell’esistenza umana che dovrebbero invece rimanere distinti; è colui che chiede, ad esempio, alla politica di rinunciare al faticoso lavoro di composizione di un collettivo nell’aldiquà, creando un cortocircuito con l’esigenza di aldilà della religione, e dando contemporaneamente al pensiero religioso una finalità politica che anche molti religiosi contesterebbero. E cretino allo stesso modo era anche il dibattito, in A futura memoria, sull’investitura a Procuratore di Trapani di Paolo Borsellino (1987) e, dopo, quello sulla mancata investitura a Capo del pool antimafia da parte di Falcone (1988): il Consiglio Superiore della Magistratura, promuovendo il primo per meriti antimafia in spregio della consuetudine dell’anzianità, e bocciando il secondo ristabilendo il criterio dell’anzianità in spregio ai meriti antimafia, non faceva, per Sciascia, giurisprudenza, ma politica; ché con l’uno o l’altro criterio, il modo della giurisprudenza avrebbe dovuto essere quello della coerenza con regole pregresse, mentre il modo della politica quello dell’aggiornamento delle regole alle esigenze collettive. È in questa politicizzazione del diritto, intesa come investimento del modus operandi della politica nelle decisioni del CSM, che la critica di Sciascia potrebbe essere utilmente riletta. 

 

Ecco allora che la pista della stupidità invita a guardare agli scritti polemici di Sciascia non come a commenti all’attualità, ma come a una serie di incursioni a vocazione comparativa in diversi ambiti della cultura, con l’intento di non confondere narrazioni e valori di ciò che deve restare chiaro e distinto. È interessante notare la convergenza con il metodo d’inchiesta antropologica di Bruno Latour. In Enquête sur les modes d’existence. Une anthropologie des modernes (Parigi, La Découverte, 2012, imperdonabilmente non tradotto in italiano) Latour spiega che i diversi ambiti della cultura moderna – come le scienze, il diritto, la politica – non vengono colti nella loro specificità – secondo il loro particolare modo d’esistenza – perché si tende a giudicare l’esperienza dell’uno in base ai criteri dell’altro, commettendo ciò che lui chiama, più diplomaticamente di Sciascia, “errore di categoria”. Va detto, però, che nonostante la vocazione antropologica, l’indagine di Sciascia è condotta soprattutto attraverso mezzi letterari. Secondo l’autore infatti la maggior parte dei casi di stupidità nel dibattito pubblico italiano sono da ricondurre a un retaggio inconsapevole dei diversi generi della letteratura, i cui universi bisogna imparare a distinguere e riconoscere. Letteratura, dunque, per non confondere i piani della realtà. Che è sicuramente poco per una teoria della cultura; ma, è comunque già molto, soprattutto considerando che Sciascia, teorico della cultura, non s’era mai voluto.

 

Prendiamo il tema più discusso di La palma va a nord, il caso Moro. “Questo caso di Moro è stato proprio una specie di sfondamento del muro del suono, mi è apparso proprio come letteratura. Una letteratura che bisogna restituire alla realtà, rimettere in circuito…” (intervista a Lotta continua, ottobre 1978). Si tratta, in particolare, della letteratura sulla perdita della ragione e sul sacrificio, che tracima nell’interpretazione delle lettere di Moro prigioniero squalificandone le richieste di essere salvato. Una letteratura che toglie all’enunciatore delle lettere la razionalità che gli avrebbe potuto valere l’ascolto, e si aggancia quindi a un più ampio discorso sulla definizione stessa dell’umano (cfr. Marco Belpoliti, Settanta, Torino, Einaudi, 2001, 2010). Anche il progetto delle BR, d’altronde, è morto di morte letteraria – anche se la fonte, fuori dalle corde sciasciane, la fornisce Umberto Eco, il quale sosteneva  che le BR, volendo “colpire il cuore dello Stato”, dimostravano di averne un’idea non troppo discosta da quella che ne ha Walt Disney nelle avventure di Paperon de’ Paperoni (La Repubblica, dicembre 1978, in Sette anni di desiderio, Bompiani, 1983).

 

Il metodo Sciascia non promette l’infallibilità, ma domande pertinenti sì. Ad esempio sul caso della morte del super-banchiere Calvi, trovato impiccato sotto un ponte di Londra dopo essere fuggito dalla giustizia italiana nel 1982 (in A futura memoria). Sciascia era convinto si trattasse di suicidio, contro tutta la stampa che allora era per l’omicidio dissimulato in suicidio (e oggi sembra siano andate così le cose). Lasciamo da parte la disamina dei particolari, ché sempre, come scrive lo stesso Sciascia, “si potrebbe continuare. Ma quel che urge è questa domanda: perché in Italia si vuole il bel giallo invece che il cattivo thriller?” Sempre in un bel giallo, secondo Sciascia, pensava di essere il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa rifiutando maggiori protezioni prima di essere ucciso, nel settembre 1982: per la precisione, in un giallo di Sciascia, Il giorno della civetta, con il cui protagonista Dalla Chiesa aveva dichiarato di identificarsi. Sbagliando, critica e si critica lo scrittore: ché il giallo classico, quello che non fa incrociare mai l’azione dell’inchiesta con quella del criminale, come il suo, non era più un genere adatto a raccontare la guerra di mafia che andava allora terminandosi. E allora, quali modelli per i nostri eroi? Forse, prima ancora di trovare una risposta, è urgente e attuale trovare un metodo per fare domande pertinenti.

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