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Sessuale e politico: una relazione complicata

Se la gestione governativa della pandemia ha toccato indiscriminatamente ognuno di noi, alcune soggettività hanno risentito particolarmente della situazione. I media e i rappresentanti politici hanno riservato particolare attenzione alle cosiddette “categorie vulnerabili” (gli anziani, ad esempio), insistendo molto sulla necessità del distanziamento sociale e delle procedure igieniche con cui proteggere sé stessi e gli altri. Ben poca rilevanza ha invece assunto, nel discorso pubblico, una sfera che dell’infuriare del virus ha sofferto più profondamente gli effetti: la sfera sessuale.

A intere categorie sociali sono stati negati tanto l’accesso alla ridistribuzione di risorse economiche, quanto la considerazione delle loro specifiche esigenze.

 

Ad esempio, le lavoratrici e i lavoratori del sesso hanno dovuto realizzare reti solidali autonome o organizzare class actions per vedersi riconosciuti alcuni diritti di sussistenza. Le persone che stavano intraprendendo un percorso di transizione di genere hanno pesantemente risentito della difficile accessibilità agli ospedali pubblici. Nel frattempo, alla televisione si raccontava la gioia dello stare a casa anche a coloro che, dall’altra parte dello schermo, erano costretti dentro mura inospitali, come le donne vittime di violenza domestica o le persone LGBT e le/i giovani maltrattate/i dai propri familiari. Per tutta la durata della crisi hanno imperversato le polemiche sugli aperitivi, sullo sport al parco, sulle gite al mare e su molti degli altri eventi che scandiscono la vita quotidiana delle persone. Ma la politica ha di fatto distolto lo sguardo dalle questioni inerenti alla sessualità. Lontano dalle preoccupazioni più immediate dei media, semmai le comunità LGBT venivano tenute sotto stretta osservazione come potenziali focolai di nuovi contagi e il premier Conte ammoniva i giovani scapestrati, indicando parenti e congiunti quali uniche persone frequentabili. 

 

Tutt’altro che da ascriversi a un’accorta divisione tra la sfera privata e quella pubblica, questo silenzio dice molto sulla difficile interazione tra la politica e la sessualità. Anche in questo frangente, il sessuale si è palesato ancora una volta come quel campo di esperienza umana che non si lascia comprendere sotto alcun ordine sociale, anzi lo eccede costantemente, lo aggira e lo scarta.

Del difficile rapporto che intercorre tra pulsione erotica e gestione politica riflette Lorenzo Bernini nel suo Il sessuale politico. Freud con Marx, Fanon, Foucault, edito per ETS. Qui l’autore ripercorre in maniera ispirata e agile il modo in cui, negli ultimi due secoli, è stata affrontata la questione della relazione tra queste due dimensioni fondanti dell’esperienza umana. Ciò che fa del libro una lettura imprescindibile è la capacità di Bernini di tramare nell’ordito della storia del pensiero una riflessione sullo stato delle cose presente e, in particolare, sul quotidiano della politica italiana. La struttura stessa del libro (sei capitoli di riflessione teorica incorniciati da un prologo e da un epilogo, riservati all’analisi dell’Italia contemporanea) consente all’autore di dimostrare quanto la riflessione sulla sessualità a partire dalla fine dell’Ottocento ad oggi costituisca un armamentario concettuale utilissimo per comprendere il dibattito politico odierno.

 

Nel corpo centrale del volume, Bernini traccia la linea di pensiero che, di autore in autore (e talvolta di autrice in autrice) ha interrogato il desiderio omosessuale quale punto di partenza, inafferrabile e costantemente tradito, di un detour nei flussi scomposti, fiorenti e politicamente sconnessi, del sessuale. L’analisi di come il pensiero contemporaneo abbia cercato di dare conto delle pulsioni sessuali considerate “perverse” o – per dirla con un termine evocativo, per quanto tecnico – “polimorfe” non si limita però a considerare il desiderio omosessuale. Nel procedere del testo si fa chiara la consapevolezza che il sessuale stride con il politico perché le pulsioni raramente si conformano alla presunta morigeratezza di quel desiderio eterosessuale a lungo immaginato come vocato alla monogamia, alla riproduzione e alla stabilità. Piuttosto, il desiderio omosessuale rivela che le pulsioni sessuali – di qualsiasi genere e specie – sono sempre ricalcitranti ad adattarsi a un qualsiasi schema, soprattutto a quello schema che, nel naturalizzare la vocazione degli esseri umani alla famiglia (ancora: monogamia, riproduzione e stabilità), ha fatto di questa espressione del sessuale la base della nostra civiltà.

 

Per imbrigliare il sessuale, il potere politico richiede ai soggetti di rendersi individuabili: di dirsi soggetti unici, autonomi e indivisibili, appartenenti in modo stabile a una categoria identitaria (una “specie”, dirà Foucault riferendosi agli omosessuali). Ma le pulsioni si fanno beffa proprio di questa richiesta, avanzata dall’insieme di insegnamenti che, dalla famiglia alla scuola, vengono interiorizzati sin dalla più tenera età.

Nell’immaginario eterosessista di una modernità che è ancora la nostra, il desiderio omosessuale è quello che per primo ha veicolato nella sfera pubblica la minaccia che pulsioni a-romantiche, promiscue e talvolta caotiche, rappresentano per l’idea di un soggetto sessuale caratterizzato da tratti riconoscibili e ben classificabili – l’orientamento, il genere, il sesso. Ancora più del desiderio femminile (a lungo fuori dall’interesse dei teorici perché sovente rimasto interno, “oscuro”, illegittimo), il desiderio omosessuale emerge nelle analisi presentate da Bernini come un desiderio tradito e inafferrabile.

 

 

Da Freud a Bersani, a trovare espressione è la questione di come questo desiderio possa incastrarsi nella vita comunitaria. Bernini mette a nudo questo nodo centrale: ogni analisi che voglia ritagliare un posto nella sfera pubblica per quella sessualità che eccede o non si conforma al sistema di norme disciplinanti si trova inevitabilmente a travisare il sessuale o a traviare il politico. Dalle letture più conservatrici a quelle più liberiste e radicali, questo sesso indiavolato scalpita, non scende a patti. 

Freud (che finalmente non viene qui rappresentato quale detrattore della sessualità non-eterosessuale) parte dal presupposto che la pulsione difforme non è altro che il frutto di un’esperienza problematica, sempre passibile di rielaborazione. Se la cava così spingendo il perverso polimorfo in un cul de sac. Per Freud, in fondo, siamo tutti eterosessuali, alcuni più sghembi, ma comunque civilmente evoluti e dunque per cultura e natura vocati a sostenere gli interessi della comunità. Questa pillola dorata non tiene alla prova del desiderio e viene scalzata da delle letture più attivamente orientate verso l’inclusione e l’accettazione di una varietà più vasta e fluida di pulsioni sessuali. 

 

Le letture più ‘liberali’ (che prendono, tra le altre, le voci di Foucault e Butler) lottano per fare spazio alla differenza sessuale nell’orizzonte politico. Nel rendere politico il sessuale, però, esse cadono nella trappola della pruderie: rischiano cioè di sacrificare il carattere polimorfo del desiderio alla necessità di un riconoscimento politico adeguato, ovvero di un’inclusione di diritto nel campo ordinato della politica. In questo senso, sanificano le pulsioni sessuali al fine di renderle appetibili e accettabili all’interno di un sistema che richiede alle passioni di farsi comprensibili, ovvero visibili e riconoscibili, all’occhio del potere. 

In questo scenario di domesticazione, irrompono le voci di Bersani, Fanon e Mieli e anche di qualche discepolo parricida di Freud (Reich, ad esempio), che, con le dovute differenze, insistono sul considerare il sesso come dimensione perversa e selvaggia, incapace di scendere a patti con la vita civile, con l’individuazione, la coerenza e la linearità necessarie per la vita in comune. Queste teorie rappresentano una sorta di capovolgimento della politicizzazione del sessuale. Qui il desiderio viene relegato in uno spazio dionisiaco: fulcro apolitico e antisociale, deflagrazione aggressiva, ruggito potente che semplicemente non può risolvere il proprio rapporto con il politico. 

 

Anche in questo caso la tensione tra le due sfere non viene sbrogliata, ma per lo meno si apre l’orizzonte per una comprensione del sessuale come forza a sé stante, spazio che può essere abitato di diritto, e in barba al diritto stesso. In questo senso, la sovversione della norma non è prerogativa dell’omosessuale, del feticista, del pervertito, ma pura espressione di una soggettività che, nella comprensione di Mieli, è sempre caratterizzata dall’assenza di forma. L’informe, il parziale, è tutto quanto sfugge a quella razionalità politica fondata su una logica identitaria e binaria: il soggetto del sessuale non è riscattabile dall’accettazione di una categoria, né dall’inclusione di alcuni soggetti per il tramite di un corpo di leggi. La radicalità del desiderio è data dal fatto che i soggetti, gli individui stessi che compongono la comunità politica, si disfano nelle proprie pulsioni. 

Affinché si possa comprendere il sessuale, il soggetto ha non solo da essere liberato “dalla tirannia del sistema classificatorio sesso/genere/orientamento sessuale” ma anche “dalla soggettività stessa”. Per questo Mieli parla di forma “transessuale” come forma unica della sessualità “forma di vita delirante che realizza immediatamente i suoi desideri, che non sublima le sue pulsioni se non nella ricerca di un nuovo godimento che si perde in uno stato di beata schizofrenia”. 

 

In quest’ottica, non solo le strategie politiche di codificazione della sessualità non convenzionale sono destinate a fallire il proprio compito disciplinante, ma anche i discorsi volti a educare le pulsioni sessuali (l’“educastrazione”) risultano essere vani perché invece di irreggimentare, supportano il desiderio nella sua tendenza più propria, quella sovversiva, caotica, eccedente. Il sessuale allora non si limita a eludere i dettami del politico, piuttosto costituisce un discorso alternativo e analogo ma inverso (invertito?) rispetto a quello preciso e ordinato, lindo e ordinante del potere politico. Il sessuale è un ribollente sottotesto che si nutre del politico e lo nutre, un controcanto polifonico disturbante che eccede persino la propria sfera rompendosi in mille frammenti. Lo spauracchio del desiderio incontenibile e promiscuo del maschio o (molto più raramente) della malafemmina si rifrange in altre eccedenze, in altre creature perturbanti, in altri corpi diversi (corpi non-bianchi, come insegna Fanon, corpi non-domiciliati, ma anche corpi non-adulti). 

 

La prova della grande attualità di queste analisi teoriche è dimostrata dalla disamina della retorica politica e mediatica delle nuove destre che Bernini offre nel prologo e nell’epilogo. La riflessione qui presentata interroga fuori dai canoni buonisti o indignati il modo in cui il sesso, la riproduzione, e le questioni a essi legate vengono intercettate dai politici contemporanei. Il riferimento a gaffe, strafalcioni e iperboli a cui i nostri rappresentati politici ci hanno abituato rompe con la tendenza borbottona o sarcastica che contraddistingue tante critiche sociali, per restituire una lettura, in fondo, pietosa di quegli appelli accorati alla protezione della famiglia nucleare (talvolta definita “cattolica”, “naturale”, “normale”). Perché del resto: che altro possono fare questi governanti se non tentare di imbrigliare, almeno con alcune spacconate, con dei richiami a un buonsenso privo di senso questo casino che è il desiderio, sempre perverso, sempre polimorfo e sempre perturbante, asociale, incivile e pericoloso? 

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