Sex Education, lezioni di metodo

Parlare di sesso è ancora imbarazzante. Lo è tra padre e figlio, madre e figlia. Lo è un po’ meno tra adolescenti, ma se provi in classe a chiamare con il loro nome riproduzione, violenza sessuale, affetto, amore, i ragazzi dagli 11 ai 13 anni immediatamente si alterano e ridono, o si scandalizzano, o pensano che il prof sia un po’ strano, eccessivo, anormale. Se in una classe vado avanti, e avvio un dialogo, vedo che i ragazzini sono imbottiti di luoghi comuni, di poche informazioni “laiche”, di pochissimi attrezzi di comprensione e autonomia; le ragazze hanno già avuto le prime mestruazioni (menarca), i ragazzi le prime polluzioni e masturbazioni (spermarca), ma parlarne è tabù, una cosa insieme imbarazzante e sporca. Io comincio sempre dicendo che il sesso è del tutto naturale, perché tutti i presenti sono nati da un rapporto sessuale, da due persone molto o poco innamorate, ma veniamo tutti da lì. Questo nuovo rallentamento nella libertà sessuale è uno degli effetti collaterali dell’immigrazione da aree del mondo molto diverse. In un Paese a base ipocritamente cattolica più che autenticamente cristiana è arrivata una generazione di genitori dell’Est Europa, di nordafricani o africani spesso musulmani che su questo particolare tema civile hanno congelato o addirittura fatto tornare indietro il progresso spinto dagli anni Sessanta in poi soprattutto dal femminismo prima e dall’LGBT+ poi.

 

Non vedo ancora oggi abbondanza di strumenti per autoeducarsi, da parte degli adolescenti (letteralmente i -teens, dai 13 ai 19 anni): vedo Youporn, Pornhub, film a libero download dove il sesso è poco più che una violenza acconsentita di pochi secondi. Quando ho voluto parlare con i miei figli di sessualità ho sempre dovuto sfondare imbarazzo, sorrisetti. Parlarne in classe mi espone addirittura a invettive di dirigenti scolastici, o colleghe bigotte, o genitori musulmani o piccoloborghesi. Poiché il cinema d’autore e i libri non sono propriamente consumati dalla maggior parte dei teens, le serie tv hanno fatto un lavoro di educazione affettiva e sessuale di valore inestimabile. 

 

 

In libreria possiamo trovare sempre uno degli ultimi libri di coppie affidabilissime come quella di Alberto Pellai e Barbara Tamborini, certamente: le loro parole somigliano in modo confortevole a quelle che gli sceneggiatori di una serie come la britannica Sex Education disseminano con genio zampillante nel loro brillante copione comedy. Scrivono Pellai e Tamborini nel loro Il primo bacio (DeAgostini 2019):

 

Se almeno le bambine hanno quasi sempre una mamma, una nonna o una zia che forniscono loro qualche informazione di base, i maschi crescono nel silenzio più assoluto. Un vero e proprio deserto educativo. Quasi nessun padre parla con il proprio figlio dello sviluppo sessuale, del corpo, dei cambiamenti quotidiani nel passaggio dall’infanzia alla preadolescenza. Le mamme, consapevoli di aver affrontato in prima persona l’argomento con le figlie, vorrebbero mandare in trincea i papà, che, però, non sanno cosa dire, e soprattutto non sanno come. Perciò, spesso i padri risolvono alla svelta la questione, affermando che a loro nessuno ha spiegato nulla quando erano più giovani, ma questo non ha impedito loro di diventare uomini adulti, sessualmente attivi, compagni di vita e, per l’appunto, padri. Perciò, ancora oggi il novanta percento dei ragazzi arriva allo spermarca senza aver mai avuto una conversazione sul tema con un adulto di riferimento. Ed è così che il silenzio e l’ignoranza si tramandano ai nostri figli. L’aggravante, però, è che loro crescono in un mondo completamente cambiato.

 

Mettendo insieme le ultime serie che hanno trattato adolescenti, giovani, amore, innamoramento, relazioni, possiamo individuare due filoni: uno, drammatico, thriller, infine psicotico ci fa notare giovanotti o giovinette cresciuti tra traumi e isolamento: il delirante protagonista di YOU (Netflix USA), che nella seconda stagione viene scavalcato in schizofrenia da una ancora più delirante nuova tipa, uccide con grande facilità chi intralcia il suo sogno di perfetto amore e relazione fusionale; In The End of the F***ing World (Netflix GB) i due strampalati teens fuggono dalla loro famiglie sgangherate e di imbarazzante sfiga in tragicomica stupidità si lasciano alle spalle una scia di sangue; l’altro versante, invece, che sta nel genere comedy, o sit-com più che teen-drama o thriller: tra risate e storie raccontate per vivere meglio la nostra realtà, con nonchalance stanno facendo educazione affettiva, sessuale, relazionale ai nostri figli, con una vera lezione di metodo; l’americano The Big Bang Theory (CBS) da anni racconta come si può crescere da studenti nerd a giovani talenti della ricerca scientifica; Sex Education (Netflix, GB) ideato ovviamente da una donna, Laurie Nunn, e diretto da Kate Herron e Ben Taylor, ha appena concluso la sua seconda stagione.

 

 

L’ ambientazione (un liceo della provincia inglese), è perfetto perché annida tutti i parossismi e gli orgasmi dei liceali nella scuola e nell’ambiente sociale che intorno alla scuola sta. Cosa è chiaro? Che più l’ambiente è interattivo, omogeneo, circoscritto (non una città, non un quartiere metropolitano) più le dinamiche sociali intense di quella community educano, anche a viva forza, alla dialettica delle relazioni. Una mappa postata su Instagram dal profilo del programma traccia in modo esplicito la fitta trama di amicizie, e relazioni, e scontri, e incontri, e riappacificazioni, e svolte omo, e coming out lesbo, in cui la “follia organizzata e completa” (come diceva il critico teatrale Stendhal di L’Italiana in Algeri di Rossini) la narrazione scorre sorridente, evolutiva, positiva, affettiva.

 

Questo senza sermoni, con ironia raffinata, con un vero esercito di personaggi fortissimi, recitati benissimo intorno alla coppia fondamentale Otis (Asa Butterfield) / Maeve (Emma Mackey) che da ambienti opposti (lui ragazzotto brufoloso di famiglia intellettuale borghese: la madre è l’algida e molto radical Gillian Anderson, la mitica Dana Scully di X-Files; lei ragazzaccia post-punk cresciuta in roulotte con una madre drogata e inaffidabile) infine giungono tra mille casini a diventare la coppia che spaccia in nero sex tips agli impacciati compagni.

La seconda serie ha una scrittura ancora più fluida, e con naturale prepotenza lascia emergere i temi delle scelte omosessuali di molti protagonisti, che vengono accettate con naturalezza culturale dai compagni. Chi fa una figura patetica sono gli adulti: il Principal della scuola, che sembra il maestro di The Wall dei Pink Floyd e Alan Palmer che urla paonazzo e mortifica i suoi studenti; sua moglie succube e triste che infine si riscatta, masturba, e gioiosa caccia il mostro di casa; il padroncino pakistano della farmacia, anaffettivo datore di lavoretti part-time agli studenti. L’adulto più figo è l’idraulico Jacob Nyman (Mikael Persbrandt), vedovo, di origini svedesi, padre esemplare e libertario, prima utilizzato come percussore dalla sessuologa, infine maestro di equilibrio, affetto, coolness, capace di abbandonarla con dignità e fermezza zen dopo una frivola ricaduta con l’ex marito, il pessimo padre scrittore di Otis, adultero mentitore fallito.

 

Non posso e non riesco a raccontarvi tutte le altre intelligenti, brillanti, commoventi e educative qualità di Sex Education 1 e 2, sorry. State in campana per la terza serie

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