Sincerità

Scriveva Montaigne, il 1° marzo 1580, a 47 anni, nella lettera introduttiva ai Saggi: «Questo, lettore, è un libro sincero». Ma attenzione: questa è la traduzione in lingua italiana di Fausta Garavini dell'originale francese che così suona: «C'est ceci un livre de bonne foy, lecteur». Se il traduttore non è un traditore, livre de bonne foy equivale a libro sincero. Lo è in quanto l'autore intende rivelarsi per quello che è, nel suo modo d'essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione né artifici. Poiché, ecco che arriva la spiegazione, «è me stesso che dipingo». Dipingo me stesso come sono perché so come sono, mi conosco. Il punto è oltremodo interessante per noi perché attribuisce alla sincerità l'attributo di espressione vera della conoscenza, presupponendo che l'autore conosca se stesso, il vero se stesso, e lo dipinga come un autoritratto fatto guardandosi allo specchio. 

 

La sincerità e il «principio di D'Artagnan»

Un altro aspetto stimolante è che la dichiarata sincerità di Montaigne coincide per lui con la non utilità: «Questo libro, ti [lettore] avverte fin dall'inizio che non mi sono proposto, con esso, alcun fine». Se lo avessi scritto «per procacciarmi il favore della gente, mi sarei adornato meglio e mi presenterei con atteggiamento studiato».

Dunque, ricapitolando, ecco gli spunti che colgo da Montaigne: 

 

1. sono sincero perché mi descrivo come so di essere;

2. sono sincero perché mi descrivo come veramente sono;

3. sono sincero perché nel descrivermi non vado a caccia del favore della gente né dell'utile. 

 

Tre aspetti, tre coppie concettuali ricavabili da questo passo, che mi permetteranno di parlare di sincerità in relazione a conoscenza, verità e utilità. Si aggiungerà a questa triade una quarta coppia, sincerità e delazione, grazie alla quale entreremo in un campo antico quanto attuale e decisamente intrigante. Notiamo che così facendo le coppie concettuali da tre diventano quattro, come i moschettieri, nel rispetto del «principio di D'Artagnan». Il principio di D'Artagnan deriva da uno splendido libro del 1998, opera del filosofo e storico delle idee Reinhardt Brandt: D’Artagnan o il quarto escluso. Su un principio d'ordine della storia culturale europea 1,2,3/ 4. L'idea di Brandt è che sia presente nella cultura europea una modalità di riduzione della complessità che la contrae a una triade (Athos, Portos, Aramis), al quale si aggiunge una quarta posizione (D'Artagnan) che incide come unità dei tre elementi, oppure come momento di riflessione o di superamento e simili. Come gioca nel nostro caso il rapporto della sincerità con la delazione rispetto agli altri tre elementi di conoscenza, verità e utilità, è quel che ci proponiamo di capire. 

 

Sincero ovvero semplice, unico, genuino

Prima però diremo qualcosa della sincerità in generale, partendo dall'etimologia. L'aggettivo latino sincerus indica ciò che è semplice, non mischiato, composto di un solo elemento. Viene dalla radice *sem-, uno, unico (greco nr. ἕν), che dà luogo per es. all'avverbio latino semel, una volta (semel in anno...), o all'aggettivo simplex, che non è composto da altro. O anche, nell' incantevole interpretazione di Gilles Deleuze, che ha una sola piega (cfr. La piega. Leibniz e il barocco, Torino, Einaudi, 2004). 

Il senso di purezza e unicità del termine si trasmette, spiega Andrea Tagliapietra nel suo Sincerità (Milano, R. Cortina, 2012, p. 29), a tutti gli analoghi calchi neolatini: sincerité in fr., sinceridad in sp. e simili termini in portoghese e rumeno, fino all'ingl. sincerity. Il tedesco propone due aggettivi: aufrichtig e ehrlich. Ehrlich ha dentro la Ehe, l'onore, che lo riconduce a Ehrichkeit nel senso propriamente di onestà. Più specifico aufrichtig, che contiene la preposizione auf, su, sopra, e l'agg. richtig, che come recht sta per retto, giusto, verticale. Essere in piedi, eretto, retto. Un modello di verticalità virile di fronte al quale l'inclinazione è una posizione femminile, secondaria, di cura e di assistenza. Oppure un'inclinazione che è un chinarsi nell'ombra per meglio nascondersi, spiare, riferire. 

Infine il termine greco per sincerità, che nessuno conosceva, a parte gli antichisti, prima che Foucault lo rendesse celebre: parresia, dire tutto, pas reo. Dire tutto ma proprio tutto, in questo consiste la virtù? E come la mettiamo quando dicendo la verità, chiesta o no, danneggiamo qualcuno (ma su questo punto torneremo tra poco)?

La parresia è una sorta di «free speech»: parlar franco, dire il vero o quello che si reputa esser tale, con coraggio. L'uomo sincero, afferma Platone nel Lachete, preferisce essere uno che dice la verità piuttosto che un individuo falso con se stesso. E aggiunge, nel Gorgia, che i tre requisiti dell'anima da saggiare per sapere se si vive o no rettamente (aufrichtig, ὀρθῶς) sono: conoscenza, benevolenza, franchezza (ἐπιστήμη καὶ εὔνοια καὶ παρρησία) [487a].

 

Geraniums, 1960 drybrush watercolor on paper, 30.75 x 15.5 in. Private Collection © 2016 Andrew Wyeth / Artists Rights Society (ARS), NY.


Sincerità e conoscenza (Athos)

Col primo requisito di questa triade ci ritroviamo nell'ambito dell’apostrofe di Montaigne che riguarda la conoscenza. Essere persona sincera intesa come intellettualmente onesta non vuol dire soltanto dire le cose in faccia; vuol dire aver acquisito conoscenza delle cose, non proferire la prima cosa che passa per la testa, ancorché francamente. Vuol dire parlare con cognizione di causa, cioè con conoscenza della cosa. Usando magari un linguaggio onesto nel quale le cose vengano chiamate col loro nome e non decorate con orpelli per renderle irriconoscibili; per far qualche esempio politico recente: reddito di cittadinanza al posto di sussidio di disoccupazione; pace fiscale invece che condono per gli evasori; contratto di governo al posto di coalizione o alleanza. 

Tornando alla conoscenza della cosa di cui si vuol parlare sinceramente, non si può non prendere in considerazione la questione morale dell'intenzione. Se parlo sinceramente agisco in buona fede, convinta di dire il vero. Lo afferma Socrate in un passo del Gorgia [488a] di poco successivo a quello or ora citato: 

«Se talvolta io, nella mia vita, non agisco rettamente (μή ὀρθῶς πράττω ), sappi che non sbaglio perché lo voglio, ma per la mia ignoranza! (ἀμαθία)».

Qui la tematica della conoscenza si intreccia a tal punto con quella della verità da obbligarmi a passare alla trattazione più specifica di quest'ultima in rapporto alla sincerità.

 

Sincerità e verità (Porthos)

Scriveva Montesquieu nell'Elogio della sincerità (1717) che essa è la virtù che fa l'uomo onesto (l'honnête homme) nella vita privata e l'eroe (l'heros) nei rapporti coi potenti (Tagliapietra, p. 32). L'affermazione di Montesquieu si riferisce alla virtù della sincerità, ovvero del dire la verità. La verità o ciò che si pensa/si sa essere la verità? Nel dire onestamente la verità conta l'intenzione (si pensa di dire qualcosa di corrispondente al vero) o la realtà (il fatto che lo stato delle cose rifletta esattamente ciò che si dice di esse)? Sempre ovviamente che tale stato sia appurabile.

Secondo Elizabeth Anscombe quel che moralmente conta è l'intenzione, come ribadisce la sua opera principale, Intention, del 1957, che in qualche modo ribadisce il «principio di Teofrasto», che dice: «se scrivo una cosa diversa da quella che volevo scrivere, l'errore sta nell'azione, non nell'intenzione». L'intenzione rimane onesta. La verità è salva, la sincerità pure.

 

Sincerità e utilità (Aramis)

E la terza coppia, sincerità e utilità? Risaliamo ancora a Montaigne e alla sua allocuzione al lettore: «Ti [lettore] avverto fin dall'inizio che non mi sono proposto, con esso, alcun fine». Alcun fine, alcuna utilità: soltanto sincerità, buona fede, onestà intellettuale. La sincerità è qui la disponibilità a essere capace di, e disposto a, astenersi dal mentire e ingannare, dal nascondere e cancellare informazioni, nonché dire e fare quel che si crede opportuno; essere in grado di sottoporre a esame anche ciò che si crede sia vero e ciò facendo ammettere, se il caso, i propri errori. È questione di riconsiderare le proprie idee nel caso di controevidenze ed essere disponibili a cambiare parere di fronte a ciò che non si può più onestamente credere. Cambiare idea non è un'offesa alla lealtà né un venir meno alla fedeltà bensì, in presenza di ragioni buone e motivate per farlo, un modo per rispettarle ancora di più. Una persona onesta non è chi per erroneo senso di lealtà dichiara che a qualsiasi condizione seguirà la volontà del proprio leader. E nemmeno chi per ambiguo patriottismo afferma «nel bene e nel male, il mio paese». No, nel male no, grazie.

Un altro aspetto di sincerità intesa come onestà intellettuale e posta in relazione all'utile, riguarda il corretto comportamento nei confronti di idee, scoperte, intuizioni, osservazioni altrui. Dichiararle per proprie senza seguire gli abituali rituali della comunicazione scientifica (note, citazioni virgolettate, riferimenti bibliografici ecc.) è un modo per spacciare la moneta falsa della non verità. In alcuni casi gli stessi strumenti che permettono il furto di idee fanno sì che l'appropriazione indebita non dichiarata venga fuori, e allora sono guai almeno in società non aduse a mentire e frodare. 

 

Sincerità e adulazione (D'Artagnan)

Mentire, tradire. E quando questo investe il fatto di dire la verità ed essere sinceri? Come la mettiamo quando si dice la verità per interesse, per denaro o adulazione, per esempio? Perché l'essere sinceri è avvolto da un'aura di purezza e virtù, e il fare la spia è un’infamia, una delle peggiori che esistano, se in entrambi i casi dico la verità (non parliamo infatti di calunnia o maldicenza)? Siamo dunque arrivati a D'Artagnan dopo aver esplorato, per quanto possibile, Athos, Porthos e Aramis.

La persona sincera dice (ciò che pensa essere) la verità senza un fine, come vorrebbe Montaigne? Lo fa senza scopo e senza perché, come la rosa di Angelus Silesius, che «è senza perché, fiorisce perché fiorisce» («Die Rose ist ohne Warum. Sie blüht, weil Sie blüht»)? 

E poi il delatore, a differenza del sincero, viola la fiducia? Talvolta sì, se una notizia gli è stata affidata esplicitamente, con la consegna del silenzio. Ma il delatore spesso agisce di nascosto e senza che gli sia stata chiesta o data fiducia. Il tradimento della fiducia non può essere una conditio sine qua non perché si possa parlare di delazione.

Nella mitologia la figura del delatore per eccellenza è l'uccello, perché gli uccelli cantano e spifferano le cose che vedono succedere dall'alto, sono i veri whistleblowers e non sanno tenere il becco chiuso. È il corvo chiacchierone, corvus loquax, delle Metamorfosi di Ovidio: Coronide, figlia del re dei Làpiti, amata da Apollo concepisce. Ma il corvo la sorprende insieme al giovane Ischi e fa la spia ad Apollo, il quale uccide la giovane con una freccia, salva il figlio, non ancora partorito, Asclepio, affidandolo al centauro Chirone, e pentito punisce il corvo rendendolo, da bianco che era, nero.

 

E in verità questo uccello un tempo era d'argento con penne

di neve....

La lingua fu la sua rovina: per colpa della lingua loquace,

il suo colore, da bianco qual era, ora è il suo contrario (Met. II 542-547).

 

Il corvo è sincero, dice la verità: la cosa è innegabile. Delazione non è il contrario di sincerità; si potrebbe forse dire che la delazione è una forma perversa di sincerità. Eppure la modalità delatoria di dire la verità che ritorna oggi con i volti dei pentiti, dei collaboratori di giustizia, dei whistleblower, è ritenuta sia un atto ripugnante, moralmente reprensibile e eticamente condannabile; sia un nobile gesto di condotta civica.

Come nel caso della sincerità, anche in questo caso gioca – si dice – l'intenzione. Se l'intenzione è quella di nuocere (dal corvo di Coronide allo scolaro che fa la spia alla maestra) la delazione è deplorevole; se è spinta da un motivo evidente di utilità è opportuna (per es. far conoscere gli abusi di un potente, avvertire dei furti subiti da un vicino...). E come la mettiamo però quando il motivo di utilità è salvare l'anima dell'eretico dalla dannazione eterna? Insomma l'atto che consiste nel riferire a un terzo ciò che si è visto e si conosce, cambia natura a seconda delle condizioni e delle circostanze in cui si inserisce. Nel caso in cui il dire la verità intorno al comportamento di un terzo cerca il bene pubblico o tenta di proteggerlo da ciò che può minacciarlo, saremmo di fronte a una informazione, a una denuncia corretta; quando lo si fa per nuocere alla persona denunciata ricavando dei vantaggi per sé è delazione. Sincera?

 

Domani sera alle 18 Francesca Rigotti parlerà di Sincerità al Circolo dei lettori di Torino.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO