Sophie Scholl e la Rosa Bianca

Nel giugno del 1942 almeno un centinaio di persone a Monaco di Baviera trova nella buca delle lettere un volantino firmato dalla Rosa bianca. I destinatari non sono casuali, sono borghesi e intellettuali che i giovani del gruppo di resistenza attorno ad Hans Scholl e Alexander Schmorell considerano i responsabili morali di una nuova Germania. Per sei mesi cercheranno di diffondere un messaggio di ribellione contro un regime che considerano intollerabile e suicida recapitando altri volantini.  Negli ultimi due si rivolgono a tutti i tedeschi e, infine, agli studenti: forse saranno loro a risvegliare quel popolo di sonnambuli. Invece, non accade nulla; solo in pochi rispondono, ma tra questi c’è Sophie Scholl, la sorella di Hans, studentessa di filosofia e biologia, ventun anni, oltre alla sua lucida intelligenza, Sophie mette a disposizione le sue competenze organizzative maturate aiutando il padre, Robert Scholl, consulente fiscale ed energico sindaco di Ulma, ma anche obiettore di coscienza durante la Prima guerra mondiale. Sarà proprio lei la prima dei sei condannati per ghigliottina il 22 febbraio 1943, dopo che il gruppo della Rosa bianca era stato scoperto dalla Gestapo. Il 13 luglio verranno giustiziati Alexander Schmorell e il professor Kurt Huber. Quest'anno, il 9 maggio, ricorrono i cento anni dalla nascita di Sophie Scholl; in Germania è stata consacrata come eroina della resistenza tedesca ed esempio per le giovani generazioni. Maximilian Probst – nipote di Christoph Probst, giustiziato lo stesso giorno dei fratelli Scholl – racconta come questa timida ragazza sia passata nella memoria collettiva da ombra del fratello a icona stessa del gruppo di opposizione della Rosa bianca.

 

L’esistenza di Sophie Scholl è stata breve, si è conclusa a 21 anni. Lunga è invece la sua sopravvivenza nella memoria culturale, che dura ormai da 79 anni. Si sa praticamente tutto della sua breve vita. In molte occasioni l’hanno raccontata testimoni, storici, giornalisti, oltre ad autori e registi. Solo in vista del suo centesimo compleanno, il 9 maggio 2021, sono state pubblicate due nuove biografie. Tutte le fonti sulla sua vita sono state consultate ed è improbabile che se ne aggiungano di nuove. 

Ciò nonostante, la lunga vita di Sophie Scholl nella memoria collettiva, che inizia dopo la sua morte per ghigliottina il 22 febbraio 1943, è relativamente inesplorata. Come ha fatto Sophie Scholl, che si è unita tardi alla Rosa Bianca, a diventare il volto di questo gruppo di resistenza, se non addirittura il volto della resistenza per eccellenza, la donna più famosa di tutta la storia tedesca? 

 

Thomas Hartnagel può dare una risposta a questa domanda. È il figlio di Fritz Hartnagel, fidanzato per molti anni di Sophie Scholl. Fino alla fine, i due si sono scritti lunghe lettere che il figlio ha pubblicato dopo la morte del padre che si era sempre opposto a renderle pubbliche. Ma Thomas Hartnagel non è legato a Sophie Scholl solo per motivi famigliari, ma anche per ragioni professionali, ha infatti studiato storia e l’ha insegnata per quarant’anni in un liceo di Amburgo. Durante una passeggiata si ferma e dice: “Se Inge Scholl non avesse scritto il suo libro, Sophie Scholl, come tanti altri combattenti della resistenza, oggi sarebbe dimenticata”. Inge Scholl è la sorella maggiore di Sophie e la zia di Thomas Hartnagel; dopo la guerra il padre Fritz sposò infatti Elisabeth Scholl, la terza sorella. Con “il suo libro”, si intende il primo resoconto sul gruppo di resistenza di Monaco, pubblicato nel 1952 da Inge.

 

Questo libro, che si intitola semplicemente Die Weisse Rose (La rosa bianca), ha raggiunto un pubblico enorme e ancora oggi influisce sull’interpretazione del gruppo di resistenza di Monaco. Nella sua dissertazione sulla ricezione della Rosa Bianca, la storica Christine Hikel ha tracciato in dettaglio come è nato e perché ha avuto tanto successo il libro di Inge Scholl. L’autrice aveva già concepito lo schema del racconto quando fu presa in custodia cautelare dai nazisti dopo l’esecuzione dei suoi fratelli. Alcuni discorsi commemorativi, trasmissioni radio e appunti sono poi confluiti in questo testo pubblicato nell'immediato dopoguerra. 

Al centro del libro ci sono i due fratelli. In che contesto sono cresciuti, come si sono entusiasmati da adolescenti per il nazionalsocialismo, in che modo sono stati coinvolti nella Gioventù hitleriana, prima di prenderne le distanze e di riscoprire la fede cristiana. Inge Scholl racconta la resistenza principalmente dal punto di vista di Sophie: si unisce alle serate di lettura del circolo di amici, scopre un volantino, sospetta che dietro ci sia suo fratello e diventa così partecipe dell’azione di opposizione. Infine, come culmine del libro, si racconta la scena dell’atrio in cui Hans e Sophie distribuiscono i volantini all’università di Monaco, vengono arrestati, interrogati e condannati a morte insieme a Christoph Probst davanti al cosiddetto Tribunale del popolo. Il libro si conclude con un cenno al secondo processo, in cui gli altri membri del gruppo – Alexander Schmorell, Willi Graf e il professore di filosofia Kurt Huber – vengono condannati alla pena capitale. 

 

Due chiavi di lettura rendevano questo racconto particolarmente attuale per la giovane Repubblica Federale. In primo luogo, l’enfasi che Inge Scholl dava al fatto che la riflessione dei due fratelli ruotasse attorno al tema della libertà. Durante la guerra fredda, questo argomento era diretto anche contro la Repubblica democratica che aveva subito integrato la resistenza di Monaco nella sua memoria antifascista e molto presto aveva intitolato una scuola a Sophie Scholl. 

Inge aveva elaborato e reso pubblica una seconda chiave di lettura della resistenza già nelle fasi precedenti alla pubblicazione del suo libro. Ha ritratto i suoi fratelli come martiri di una morale superiore che, seguendo Cristo, avevano dato la loro vita per “riconciliare il popolo tedesco, per guarire la sua storia”. Questa retorica rispondeva alle esigenze diffuse alla fine della guerra. Hitler e i suoi seguaci erano visti come una cricca di criminali incolti che erano spuntati dal nulla per sedurre le masse. La Rosa Bianca, invece, che citava Schiller, Goethe e Novalis nei suoi volantini, testimoniava l’esistenza mai venuta meno di un’“altra Germania”, caratterizzata dall’interiorità cristiana e da un idealismo culturalmente radicato. Ma nessuno all’epoca doveva porre la questione se non fosse stata proprio questa tradizione tedesca quella che aveva reso possibile Hitler. Posta invece nei termini di Inge Scholl, commemorare Hans e Sophie sortiva un effetto di sollievo. 

 

Si tratta di uno schema che si ripete da allora. Ogni epoca riscopre gli aspetti di Hans e Sophie Scholl che meglio si adattano alla sua auto-percezione. Sophie Scholl è diventata un mito che spesso rivela più delle speranze, sensibilità e paure di chi di volta in volta ne interpreta la vicenda, piuttosto che della persona storicamente data. 

Thomas Hartnagel, nipote di Inge Scholl, ricorda che già da ragazzo aveva l’impressione che il libro della zia si concentrasse troppo sui due fratelli: “Parlava degli amici in modo solo marginale, mentre era Sophie Scholl in realtà una figura marginale nelle azioni del gruppo”. Altri interpreti hanno fatto riflessioni simili ad Hartnagel. Nel 1968, il primo studio completo del gruppo di resistenza fu pubblicato dal giovane storico Christian Petry. Non era più una raccolta di ricordi di famiglia, ma un’opera di erudizione storica. Petry si concentrò su Hans Scholl e Alexander Schmorell e allargò la cerchia delle persone coinvolte fino ad includere il ramo di Amburgo della Rosa Bianca. L’importanza di Sophie Scholl per la resistenza si riduceva notevolmente in questo contesto. 

 

 

La pubblicazione dell’opera provocò uno scandalo. Inge Scholl arrivò a negare al libro di Petry ogni legittimità non riuscendo a riconoscere più i suoi fratelli nella ricostruzione offerta da Petr, che criticava la loro leggerezza sprezzante della morte. Thomas Hartnagel dice oggi che la reazione di sua zia è stata estremamente negativa e rivela: “Come parente, non puoi giocare a fare il censore, devi permettere agli storici di avere la loro opinione”.

Il libro di Petry ha fatto scalpore soprattutto perché ha interpretato la resistenza in modo diverso dal solito. Non ha avuto paura di parlare di un suo fallimento. In particolare, la decisione di distribuire i volantini nell’atrio dell’università dimostra, secondo lui, che i fratelli Scholl non erano in grado di valutare con razionalità politica la situazione in cui si erano trovati ad agire. Petry interpreta la loro azione come un atto deliberato di sacrificio da parte degli Scholl, deciso senza consultazione e che aveva portato anche il resto del gruppo alla morte. Dietro questo sacrificio, tuttavia, riconosce la tradizione idealista cristiana della borghesia tedesca che, dopo la fallita rivoluzione del 1848, aveva “disperato della sua capacità di agire politicamente ed era quindi giunta alla conclusione che la politica fosse una cosa sporca”, a cui si contrapponeva come ideale positivo un atteggiamento di integrità morale. 

 

Così, invece di rendere onore all’“altra Germania”, preservata da Hans e Sophie, come aveva fatto Inge Scholl, Petry ha messo sotto accusa proprio questa Germania, la cui borghesia non era stata in grado di impedire l’ascesa di Hitler e i cui tentativi di combatterlo erano falliti. La conclusione di Petry era allora che, moralmente, l’atto degli Scholl non poteva essere cancellato dalla storia, ma da un punto di vista politico, non poteva rappresentare alcun esempio nel 1968. In quegli anni altre erano le istanze: gli studenti manifestavano nelle strade contro la guerra del Vietnam e contro la sottomissione del Terzo Mondo. 

Dopo il 1968, il ricordo di Hans e Sophie Scholl si affievolì per alcuni anni. Christian Petry è stato incolpato anche di questo. Aveva completamente relegato la resistenza della Rosa Bianca a un passato privo di punti di collegamento con il presente, senza i quali risultava impossibile una cultura viva della memoria. Tuttavia questa lettura non rende giustizia alle riflessioni di Petry. Non voleva soffocare il ricordo, semmai dargli una nuova direzione e impedire la glorificazione acritica, mentre, dopo la morte di Che Guevara, un nuovo mito vittimistico della lotta rivoluzionaria si imponeva alle menti degli studenti più estremisti. In una presentazione del suo libro per la rivista Stern, Petry, insieme al suo amico Vincent Probst, figlio di Christoph Probst, si è espresso contro questa forma di eroismo sacrificale, riassumendo il suo pensiero nella frase: “Vogliamo vivere per poter agire”. In definitiva, Petry, lui stesso studente in quell’epoca, voleva indicare ai suoi compagni galvanizzati dalla lotta un’opposizione prudente verso quella “marcia attraverso le istituzioni” suggerita da Rudi Dutschke, per la quale Hans e Sophie Scholl non potevano davvero servire da modello.

 

Hermann Vinke ha seguito questo percorso in quegli anni. Nel 1968 entrò nella sezione locale dell’Opposizione extraparlamentare nella tranquilla città di Papenburg e organizzò manifestazioni contro la guerra del Vietnam. Alla fine della sua carriera di giornalista ha lavorato come corrispondente estero e direttore in un ente radiotelevisivo. Nella storia della ricezione della Rosa Bianca, Vinke è considerato decisivo per la riscoperta di Sophie Scholl. Nel 1979 ebbe lunghe conversazioni non solo con Inge Scholl, ma anche con Fritz Hartnagel che fino ad allora non aveva quasi mai raccontato della sua fidanzata Sophie. Attraverso questi due testimoni, Vinke ha anche avuto accesso alle fotografie di Sophie e dei suoi amici, a lettere, annotazioni di diario e disegni che hanno rivelato come la la sorella di Hans fosse una giovane donna artisticamente dotata, estremamente intelligente ed emancipata. 

 

Vinke trasformò il materiale raccolto in un libro-collage coinvolgente per i giovani che fu pubblicato nel 1980 con il titolo Das kurze Leben der Sophie Scholl. È la prima pubblicazione dedicata a una singola figura del gruppo della Rosa Bianca; Vinke si chiede per questo già nella prima frase: “Si può scrivere solo di Sophie Scholl? I fratelli Hans e Sophie non sono fatti per stare insieme?” Vinke giustifica comunque il suo libro sottolineando che Sophie era estremamente indipendente, come dimostrano le sue lettere e le pagine di diario stampate nel libro da cui si ricava una profondità “che difficilmente permette la distanza da parte del lettore”. 

 

 

Nella sua casa in un sobborgo di Brema, Vinke dice che Sophie Scholl gli apparve come “il cuore della Rosa Bianca”. Dietro di lui c’è un giardino con un corso d’acqua e dei vecchi alberi, racconta: “Quello che mi è piaciuto particolarmente di Sophie è la sua vicinanza alla natura”. Le foto del libro la mostrano arrampicata su un albero o in piedi in uno stagno con la sua gonna arruffata, col suo taglio di capelli corto che ricorda sia gli anni venti che la moda attuale. Sophie Scholl come una giovane femminista verde e anticonformista, questa era l’identificazione che Vinke offriva ai suoi giovani lettori. E molti di loro, come rivela l’enorme successo del libro, si sono riconosciuti nell’immagine di questa giovane Sophie.

Erano infatti lettori prevalentemente di genere femminile. Il libro è stato pubblicato nella collana “Mädchen & Frauen” dalla casa editrice Otto Meier Verlag Ravensburg. Ma come ha fatto Hermann Vinke ad arrivare a Sophie Scholl? Bene, la sua risposta ci ricorda la legge storica che dietro ogni uomo intelligente c’è una donna che è almeno altrettanto intelligente. In questo caso, si tratta dell’editore Elisabeth Raabe. Al telefono, l’ormai 82enne racconta come ideò un programma giovanile femminista nella casa editrice molto conservatrice. Aveva sentito parlare di Sophie Scholl in gioventù, ma non molto di più. È arrivata a Sophie nel 1977 per vie traverse, ossia attraverso Hitler – Eine Karriere, un film documentario sul dittatore diretto da Joachim Fest, giornalista e biografo di Hitler. 

 

Il film ha scatenato una feroce polemica. Siccome le riprese di Hitler erano tratte da materiale di propaganda dei cinegiornali, Wim Wenders scrisse sul giornale Zeit che Fest aveva ceduto acriticamente al fascino del suo soggetto. Elisabeth Raabe era affascinata e al tempo stesso disturbata dal film. Se lo ricorda chiaramente: “Mi ha mostrato quanto poco conoscessi la storia del nazismo”. Quando si è diplomata al liceo negli anni cinquanta, “le lezioni di storia si fermavano all’anno 1918”. Dopo aver visto il film, molto emozionante, si rese conto che mancava una biografia reale di Hitler per i giovani lettori e pensò di affidarne il compito allo storico Peter Borowsky. In seguito, il suo sguardo sul passato tedesco si rese ancora più attento e si appassionò all’idea di pubblicare un libro su Sophie Scholl. 

Da Hitler a Sophie Scholl, questo passaggio riapparirà più tardi nella storia della ricezione. Per il successo del libro di Hermann Vinke, tuttavia, un altro elemento ha giocato un ruolo importante: la riscoperta della Shoah. Nel 1979 fu trasmessa alla televisione tedesca la serie americana Holocaust che, con grande coinvolgimento emotivo, raccontava la vita della famiglia ebrea Weiß. Questa attenzione ai destini individuali dei perseguitati provocò un’onda di interesse per le vittime del regime nazista. Di conseguenza, anche la lettura di Christian Petry riguardo a Hans e Sophie Scholl appariva improvvisamente fuori dal tempo. Aveva criticato il sacrificio dei fratelli, la scena dell’atrio, come politicamente sbagliato, ma ora l’attenzione si era spostata su chi era effettivamente caduto vittima del regime nazista. 

 

In questo contesto in cui la memoria della Shoà diventa centrale, due film tedeschi sulla Rosa Bianca uscirono nel 1982. Sia Die Weiße Rose di Michael Verhoeven che Fünf letzte Tage di Percy Adlon riprendono l’approccio di Hermann Vinke, considerando Sophie Scholl come il cuore della resistenza. Questo approccio è stato seguito nel 2005 anche dal film di Marc Rothemund Sophie Scholl – die letzten Tage che ha vinto l’Orso d’argento della Berlinale per la migliore regia ed è stato successivamente presentato come candidato all’Oscar tra i film stranieri. Hollywood stessa deve ancora occuparsi di Sophie Scholl, ma sembra quasi solo una questione di tempo. Soprattutto perché Sophie Scholl è comunque ben conosciuta anche fuori dalla Germania. 

 

Umberto Lodovici lo sa meglio di tutti. Lodovici, che ha un dottorato in filosofia, sta attualmente lavorando a una nuova e più ampia storia della ricezione della Rosa Bianca. In una lunga passeggiata a Monaco lungo l’Isar, davanti alla villa di Thomas Mann – che rese omaggio agli studenti resistenti in uno dei suoi discorsi alla radio della BBC dagli Stati Uniti, poco dopo loro esecuzione – il quarantenne racconta come la storia della Rosa Bianca e di Sophie Scholl venne accolta negli Stati Uniti, in Francia e in Italia. Come il New York Times, la rivista Time e The Nation ne hanno riferito all’epoca. Racconta come a New York, in una cerimonia commemorativa per gli studenti assassinati, Eleanor Roosevelt e l’attivista nera per i diritti civili Anna Arnold Hedgeman parlarono a nome di tutti i popoli oppressi. Come in Francia il ricordo della Rosa Bianca era servito negli anni sessanta alla riconciliazione con la Germania. Come, per le stesse ragioni, nel 1985 alla presenza di Inge Scholl sia stata inaugurata la Piazza Hans e Sophie Scholl a Marzabotto, dove le Waffen-SS compirono uno dei loro peggiori massacri in Europa occidentale. E come gli intellettuali di sinistra, da Altiero Spinelli all’attuale presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, abbiano scoperto la Rosa bianca per il progetto di unificazione europea. 

Attraverso il Giardino Inglese a Schwabing, il veneziano Lodovici spiega che Sophie Scholl è diventata un simbolo di umanità, universalmente valido, al di là di un tempo storico concreto e di uno spazio geografico preciso. Alla breve vita di Sophie Scholl è seguita la sua lunga vita nella memoria collettiva, può questa trasformarsi in un mito valido per tutto? 

 

Per Lodovici, anche questo ha le sue insidie. La memoria, dice, ha bisogno di un luogo. Arrivato in Franz-Joseph-Strasse, davanti all’appartamento in cui Hans e Sophie Scholl hanno vissuto negli ultimi mesi, mostra una targa commemorativa. Poi riproduce un video sul suo cellulare all’ingresso della casa, un’intervista che ha guadagnato un pubblico di milioni di visualizzazioni, anche perché conclude il film La caduta sugli ultimi giorni di Hitler nel bunker, interpretato da Bruno Ganz. Il video mostra Traudl Junge, l’ultima segretaria del dittatore che visse a Monaco dopo la guerra, che racconta: “Un giorno sono passata davanti alla targa commemorativa che era stata fissata nella Franz-Joseph-Strasse per Sophie Scholl e lì ho visto che era nata il mio stesso anno e che era stata giustiziata l’anno in cui mi ero messa al servizio di Hitler. E in quel momento ho capito che essere stata giovane non era una scusa”.

Oggi, si potrebbe trasmettere questo messaggio alle anime confuse che, come “Jana di Kassel” che ha pubblicamente protestato a Kassel contro le misure imposte dal governo causa della pandemia, pensano di far parte della resistenza contro la “dittatura Merkel” sull’esempio di Sophie Scholl. Ma Umberto Lodovici mira a qualcos’altro, qualcosa di più grande: non dobbiamo usare sempre Sophie Scholl per difendere lo status quo, per difendere la democrazia liberale contro la destra, non basta. Quello che è successo a Traudl Junge nel luogo in cui ci troviamo, lui lo chiama: “il risveglio della coscienza”. E dovremmo chiederci, qui e ora, con Sophie Scholl, se non siamo anche noi parte di un problema. Se non ci possa essere un mondo radicalmente diverso, migliore, più giusto, per cui valga la pena lottare. “Altrimenti ci rendiamo la vita troppo facile con Sophie Scholl”.

 

Questo articolo, tradotto da Umberto Lodovici, è stato pubblicato il 29.04.2021 da “Die Zeit”, che ringraziamo di avercene concesso la riproduzione. 

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