Soprattutto niente zelo

Si sa davvero quasi soltanto ciò che ci si ricorda – o meglio ci si scorda – di sapere a ogni scelta, a ogni momento: ciò che è divenuto riflesso. I riflessi, le prime reazioni ci dicono di cosa siamo fatti. Se guardo alla mia generazione e a quelle limitrofe, mi accorgo ad esempio che tra le intelligenze più efficienti e culturalmente attrezzate è cresciuta via via un’attitudine che forse chiamare identificazione con l’aggressore è troppo, ma che senz’altro le somiglia molto. Nel giudicare la realtà, le persone a cui penso dividono automaticamente le situazioni nelle quali ci si comporta da esperti, e dunque è proibito ogni pathos o dubbio radicale, dalle situazioni nelle quali si sfoga per contraccolpo tutto il desiderio di miti. A ben vedere, però, le due situazioni si fondono in una sola: entrambe infatti definiscono qualcosa di intoccabile, e fondendosi chiudono la crepa dell’atteggiamento critico. Il fatto è che oggi molti sono terrorizzati dall’idea di poter apparire ingenui o moralisti, di rimanere indietro.

 

Per giustificare i loro riflessi, spesso guidati da un’erudizione nerd e dalla fobia della spontaneità, raccontano a sé stessi e agli altri di volersi opporre alle derive di un facile grillismo culturale. In verità questo è appunto l’alibi con cui si rimuove la critica, che si vorrebbe invano ridurre a un tale nemico confezionato su misura. Se apro la mia pagina Facebook mezz’ora dopo che Fedez e la Ferragni hanno fatto una figuraccia nella gestione della loro immagine, o che la Santanché ha esaltato in una scuola l’accumulo di denaro come la forma più alta di saggezza, mi appaiono lunghissimi post di trentenni, quarantenni o ventenni armati fino ai denti di una cavillosità degna della Sorbona medievale. Questi instant-polemisti s’impegnano quasi sempre a dimostrare quanto sono “sfigati” coloro che già gridano allo scandalo; ma quasi sempre, significativamente, la loro reazione precede le grida.

 

Se Baricco pubblica un libro sulla storia e gli effetti della rivoluzione digitale, nel giro di pochi giorni m’imbatto in una ventina di intellettuali dagli studi robusti che definisce la propria identità pubblica non semplicemente parlandone bene, ma recitando la parte di chi sta reagendo coraggiosamente, con le sue lodi, alla garantita stroncatura dei potenti “tromboni umanisti” – personaggi inesistenti come avversari reali, ma evocati a far da perfetto pungiball per l’occasione, ovvero per l’apologia di chi non ha certo bisogno di simili avvocati Coppi o social media manager Morisi da target sofisticati (target che poi, almeno nella porzione gravitante intorno al lavoro culturale, si rivelano assai più vulnerabili alla pubblicità del resto dei lettori). Che dire? Se i romanzi di Baricco sono kitsch (non brutti, kitsch), i suoi articoli e saggi mi sembrano quelli di un giornalista abile come tanti: a volte non privi d’interesse, anche se mai originali e abbastanza enfatici. L’inventore della Holden ha in effetti un vero talento di divulgatore, purtroppo compromesso dalla prosopopea e dal tono alla “You know what, man?” – tono che forse verrebbe giudicato severamente prima di tutto dai suoi apologeti, se non si trattasse del personaggio in questione e se non dovessero promuovere un gioco delle parti.

 

 

In ogni caso, è un autore che non occupa i miei pensieri in nessun senso: quando trovo qualcosa di suo, magari mi fermo a leggere, poi, siccome in genere non mi appassiona né mi indigna, semplicemente me ne dimentico. Ma visti i tempi, mi aspetto che un giorno o l’altro mentre cammino per strada qualcuno mi urli frasi del tipo “non ti piace Baricco, eh? Hai problemi? Ci godi a dare addosso a uno solo perché ha successo eh? La fai davanti a tutti per essere visto, eh? Eh? Eh?”; e mi aspetto che senza che io abbia aperto bocca, quel qualcuno mi dia una manata sullo sterno come in un tafferuglio da discoteca. La scenetta immaginaria valga a dire in breve la contraddizione più sintomatica dei suddetti riflessi. Mettiamola così: se davvero si è infastiditi da chissà quale moralismo fuori bersaglio, da chissà quali geremiadi di chissà quali misoneisti, ci si dovrebbe accorgere che si sta a propria volta indulgendo a una prolissa geremiade; e che la gaffe è meno perdonabile, dato che l’eccesso di difesa lo si dedica a ciò che non trova più ostacoli sulla sua strada, mentre la polemica colpisce chi non ha alcun potere.

 

Non si possono credibilmente accusare nemici creati ad hoc di essere lamentosi e vecchi, quando lo zelo lamentoso che sta alla radice del proprio discorso fa a pugni con la sprezzatura o la pacatezza ‘antigufi’ del tono. “La vostra rabbia è così cheap, addirittura mitomane”, ripetono i nostri trentenni, quarantenni o ventenni pensando che l’esibizione dell’agio, della felicità e dell’equilibrio (esibizione così ossimorica, così poco equilibrata, così triste) sia particolarmente anticonformista solo perché confondono il disagio e la critica con le parodie, sotto sotto soddisfattissime, del bovarismo letterario o cantautorale. A questi membri zelanti del nuovo ceto culturale verrebbe da chiedere se non siano piuttosto i loro riflessi a rivelare un problema rimosso. Se infatti è sul serio così chiaro che ha ragione chi si trova già in una posizione di visibilità e potenza, che bisogno c’è di agitarsi tanto per dare addosso ai “tromboni” o ai “poracci”? La verità è che in fasi storiche come la nostra, dove non si dànno ipotesi di cambiamento che non sembrino velleitarie, è malinconicamente fisiologico che alcune delle intelligenze migliori, rese settoriali e anestetizzate dal curriculum di studi, spendano sé stesse nel giustificare l’esistente; e purtroppo è altrettanto fisiologico che a praticare la critica rimangano o un gruppo sparuto di dialettici ossessivi o una folla di retori e utopisti davvero improbabili.

 

Questo però, contrariamente a ciò che si crede, non dice nulla sulla legittimità dell’esigenza che balena nella loro oratoria degradata, perché l’apparenza grottesca e deforme è la veste nella quale sempre vengono imprigionate le istanze sconfitte. Se lo ricordino fino a scordarselo, se riescono, i trentenni, i quarantenni e i ventenni di cui parlo. C’è solo una cosa peggiore dell’infantilismo di chi non ammette che, belle o brutte, “le cose sono come sono”: ed è l’infantilismo di chi cerca gli argomenti più capziosi per sostenere che se le cose sono come sono è perché devono, perché non possono non essere così. È il contegno di chi crede, o finge di credere, che dirlo sia un segno di audacia. Invece è una versione deluxe del conformismo. 

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