Storia di Mario Rigoni Stern

In questo inizio di anni Venti, l’affollarsi di scadenze centenarie illustri – Levi, Sciascia, Fenoglio, Pasolini, Calvino – rischia di lasciare un po’ in ombra gli anniversari di scrittori meno celebri, ma altrettanto fondamentali per la comprensione della storia non solo culturale del Novecento italiano. Fra questi va annoverato innanzi tutto Mario Rigoni Stern (1921-2008), autore di un libro – Il sergente nella neve. Ricordi della ritirata di Russia – uscito nei «Gettoni» di Vittorini nel 1953, che intere generazioni di studenti conobbero nell’edizione einaudiana «Letture per la scuola media» (secondo titolo della collana, dopo Il taglio del bosco di Carlo Cassola).

 

Ma Rigoni Stern ha scritto anche altro – molto altro. È stato senza dubbio il più grande scrittore italiano di montagna d’ogni tempo; ed è stato una figura assai notevole sul piano politico-culturale, che è giusto non solo ricordare, ma anche ripensare con debita attenzione. Si ricordino, ad esempio, gli interventi giornalistici contro la speculazione edilizia e in difesa dell’ambiente naturale del natio Altipiano dei Sette Comuni; o la lectio magistralis che tenne in occasione della laurea honoris causa in Scienze forestali e ambientali che l’Università di Padova gli conferì nel 1998, nella quale descrisse non solo le distruzioni del paesaggio causate dalla guerra, ma anche gli errori del rimboschimento monoculturale, giacché un bosco dovrebbe contenere molte essenze diverse, e piante di diversa età. E molti ricorderanno che vent’anni dopo, e a dieci dalla scomparsa dell’autore, il nubifragio dell’ottobre 2018 in Veneto ha fatto strage delle artificiose fustaie coetanee di abeti rossi, facendo franare interi pendii fra Asiago e l’Ampezzano. 

 

Ben venga, dunque, la monografia che gli ha dedicato uno dei suoi interpreti più fedeli, Giuseppe Mendicino: Mario Rigoni Stern. Un ritratto, da poco uscita presso Laterza, che insieme al volume Einaudi del 2018 Il coraggio di dire no. Conversazioni e interviste (1963-2007), allestito dallo stesso Mendicino, forma un dittico fondamentale per la conoscenza dello scrittore di Asiago. Insieme, naturalmente, al «Meridiano» curato da Eraldo Affinati, Storie dall’Altipiano (Mondadori, 2003), che riunisce praticamente tutte le opere – sia pur nel singolare, non ineccepibile ordinamento voluto dall’autore (cioè secondo la cronologia degli eventi narrati anziché secondo quella della pubblicazione dei testi, e con un raggruppamento tematico dei racconti brevi che smembra le varie raccolte).   

 

La lettera di Primo Levi a Mario Rigoni Stern con la poesia a Mario e Nuto, ph di Alberico Rigoni Stern, Archivio di Famiglia Mario Rigoni Stern.


In prima battuta il libro di Mendicino si presenta come una biografia. Ecco dunque l’Altipiano dei Sette Comuni di un secolo fa, segnato profondamente da tre anni e mezzo di guerra: il paesaggio è ancora ingombro di macerie, tutte le famiglie hanno caduti da piangere, le cannonate hanno distrutto molti boschi, e poco ci manca che il piccolo Mario, giocando, non rimanga vittima di un ordigno inesploso. Ma per lui sono anni sostanzialmente felici, tra le nevi e le estati dell’Altipiano. Ecco l’ambiente familiare, la grande casa in via Ortigara a Asiago, la precoce passione per la montagna e per i libri d’avventura, le passeggiate nei boschi, gli amici – tanti dei quali vedranno purtroppo il loro ultimo giorno di lì a pochi anni, chi in Albania, chi a Cefalonia, chi in Russia. Nel frattempo, l’amore impossibile per una ragazzina di Venezia spinge il diciassettenne Rigoni a cercare di arruolarsi in marina, senza successo. Allora risponde a un bando della Scuola militare di alpinismo di Aosta ed è tra i prescelti. L’addestramento è duro, il corso molto selettivo, ma fra le cime innevate, le rocce e i ghiacciai Rigoni si sente nel proprio elemento. Non per questo si dimentica della letteratura: nello zaino ha un’antologia curata dal Carducci, Primavera e fiore della lirica italiana, e più tardi chiederà al falegname della compagnia di fargli una cassettina di legno dove tenere qualche libro, oltre a penna, calamaio, un quaderno.

 

Luglio 1939, Verso la cima della Grivola, Mario Rigoni Stern è l'alpino più a sinistra nella foto, Archivio Famiglia Mario Rigoni Stern.


Poi, la guerra. A Rigoni Stern, alpino, toccherà di combattere su tre fronti. Si comincia con quello francese, nel giugno 1940; poi quello balcanico in autunno, e fino al giugno 1941. Il rientro in Italia, dopo l’armistizio con la Grecia, è solo una tregua prima della peggiore tempesta, che si ha nel gennaio 1942 con il coinvolgimento del suo reparto nella campagna di Russia. Fiero di appartenere al corpo degli alpini, il sottufficiale Rigoni Stern ha cominciato nel frattempo a rendersi conto del divario che separa la realtà della guerra dalle informazioni date dagli organi di stampa del regime fascista. Durante il nuovo trasferimento getta dal finestrino del treno un libro di Giovanni Papini, Italia mia, pieno di retorica nazionalista, razzista e guerrafondaia; con sé porta l’Orlando furioso e la Divina Commedia, nonché il Calendario Atlante De Agostini 1942, con cui cerca di seguire il percorso del convoglio. Le vicende che poi verranno rievocate nel Sergente nella neve sono ricostruite da Mendicino con accuratezza; peccato che nel bell’apparato iconografico del volume, accanto alle fotografie del protagonista, dall’infanzia alla vecchiaia, e a svariate e preziose immagini di luoghi, non ci sia anche una mappa.       

 

Rigoni rientra in patria, con i pochi superstiti dell’ARMIR (l’Armata Italiana in Russia), nel marzo 1943: esausto, ferito, ma vivo. La guerra nei Balcani era costata la vita a 14.000 soldati italiani; la partecipazione all’Operazione Barbarossa, a almeno 80.000. Ma non è finita. L’armistizio con gli Alleati coglie il suo reparto in servizio tra Vipiteno e il Brennero; l’esercito tedesco dilaga nel Nord Italia. Già decorato con una medaglia d’argento al valore, ora Rigoni si rifiuta di arruolarsi nelle truppe della Repubblica di Salò. «Quello che ci avevano insegnato nella nostra giovinezza era tutto sbagliato» dirà al suo biografo nel 2006. «Non bisognava credere, obbedire, combattere. E l’obbedienza non doveva essere cieca, pronta e assoluta. Avevamo imparato a dire di no sui campi della guerra. È molto più difficile dire no che sì». L’ultima sua esperienza in divisa sarà così quella della prigionia in Germania, nel campo di Hohenstein, nella Prussia Orientale. Il ritorno alla vita normale, come per molti reduci, è difficile e sofferto. Contro i propri interessi, Rigoni decide di abbandonare la carriera militare: «troppo forte è stata la disillusione, troppa la sofferenza vista e patita, troppi gli amici perduti in guerra». Preferisce adattarsi a fare l’impiegato al catasto. Ma la vita ricomincia; nel 1946 si sposa, avrà tre figli. E, soprattutto, scrive. Di leggere non aveva mai smesso, e Mai tardi di Nuto Revelli (Diario di un alpino in Russia), uscito nel 1946 presso l’editore cuneese Panfilo, è per lui uno stimolo decisivo. 

 

Mario Rigoni Stern e Giuseppe Mendicino, ph Giulio Malfer.


La seconda metà del libro è essenzialmente la storia di Rigoni Stern scrittore: una storia che comincia con la gestazione e la stesura del Sergente nella neve, che è uno dei libri capitali del Novecento italiano. Com’è noto, sul testo che vede la luce nel 1953, e che conosce un vasto e inatteso successo (a cominciare dal Premio Viareggio), Elio Vittorini era intervenuto abbastanza pesantemente; Mendicino fornisce efficaci esempi della revisione, e non senza ragione si rammarica – citando anche una recensione di Folco Portinari al «Meridiano» – che la versione originale di Rigoni sia rimasta a tutt’oggi inedita. Da qui in avanti la «vita» trascolora nell’analisi critica, seguendo la serie dei titoli successivi: Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978), Uomini, boschi e api (1980), L’anno della vittoria (1985), Arboreto selvatico (1991). Sulle vicende biografiche fa ora premio l’illustrazione delle opere e della visione del mondo dell’autore.

 

A riequilibrare l’esposizione in senso narrativo interviene però un altro elemento: la storia dell’amicizia con altri due scrittori, Primo Levi e Nuto Revelli, che con lui condividono sia la passione civile, sia l’amore per la montagna (vicenda già nota ai lettori di «Doppiozero», grazie a un articolo dello stesso Mendicino). Fra l’altro, il volume riproduce l’autografo della lettera di Levi a Rigoni del 28 luglio 1984 che contiene la poesia A Mario e a Nuto («Ho due fratelli con molta vita alle spalle…»), una delle novità dell’edizione delle Opere complete di Levi del 2017 rispetto ai due volumi della NUE di vent’anni prima. Il cuore del breve componimento sono i vv. 6-7: «Come me hanno tollerato la vista/ di Medusa, che non li ha impietriti». 

 

Mario Rigoni Stern tra gli alberi del suo Arboreto selvatico dove accoglieva amici e visitatori, ph Daniele Ferroni.


Non essersi lasciato impietrire dal volto di Medusa: tale fu la ventura, e il merito, di Rigoni Stern. Da tempo ci siamo assuefatti all’idea che l’acme delle atrocità e dell’orrore sia identificabile con il fenomeno del Lager. Ma questo non dovrebbe offuscare la memoria di altre storiche tragedie, che hanno lasciato nella coscienza di chi li ha vissute ferite non dissimili. Quella che Primo Levi ha battezzato, una volta per tutte, «la vergogna di essere sopravvissuti», è entrata nell’esperienza di molti reduci delle trincee della Grande Guerra o degli scampati alle peggiori stragi della guerra voluta da Mussolini (da Cefalonia a Nikolajewka). E lo stesso vale per la difficoltà a riallacciare i legami con la vita civile, dopo la traumatica soluzione di continuità rappresentata dalle esperienze estreme del fronte o della ritirata, oltre che della prigionia. 

 

E tuttavia, dovendo scegliere un testo dal quale partire per entrare nel mondo di Rigoni Stern, meglio sarebbe cominciare da una delle tante sue storie dall’Altipiano: magari proprio da quel secondogenito Bosco degli urogalli che colpì Primo Levi, proprio allora intento alla stesura del suo secondo libro, La tregua; o dal più tardo Uomini, boschi e api; ovvero dall’Arboreto selvatico, descrizione in forma di piccolo dizionario delle essenze che lo scrittore aveva piantato nel suo non grande giardino. Un minimo, eppure esemplare omaggio al principio della biodiversità, assimilato e fatto proprio per esperienza diretta, molto prima che questa parola venisse coniata: non un concetto astratto, ma un valore acquisito con gli occhi e con le mani, e con tutti i sensi, prima che nella mente, lungo infiniti sentieri, attraverso i boschi e i decenni. 

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