A Sud del mondo: Buenos Aires

Il “Sud globale”, una costruzione concettuale frutto del pensiero post-coloniale, ha una propria identità distintiva nell’urbanizzazione planetaria? Come affrontano queste enormi città l’attuale globalizzazione differenziata? La domanda meriterebbe attenti studi di caso comparati di città dei Sud (Europa, America, Asia e Africa) per raccogliere elementi di confronto su aspetti strutturali e culturali dell’urbanità, dell’umanità stessa. Ne ho iniziato a trattare in un libro sui contratti urbani in 10 città mondiali del “Nord globale” e dell’Asia emergente (The Urban Contract, Routledge 2017). L’ipotesi che sostengo è che la modernità del mondo non sia affatto una, ma si realizzi con modelli plurimi di rapporto tra politica e mercato, violenza e giustizia, società e spazio che andranno indagati.

 

Le città del Sud, trascurate dalle politiche mondiali e spesso identificate come aree-problema (arretratezza, debito, corruzione, criminalità) possono rappresentare un nuovo attore collettivo nella scena globale, in grado di indicare forme di convivenza e di urbanità che rendano il pianeta più integrato e meno diviso. Nodi in grado di ricucire il mondo.

 

Se ci sono limiti e città-limite del mondo, Buenos Aires è a ragione la città-limite del Sud del mondo. Oltre, infatti, vi è solo la vertigine orizzontale della pampa (una definizione di Drieu la Rochelle che piacque a Borges) fino alla Patagonia estrema. Ma lì, a Buenos Aires, vi è un grumo urbano di 15 milioni di abitanti, 20° città al mondo per dimensione. Fondata due volte nel XVI secolo, giunge al culmine tra 1880 e 1940 quando – mentre il mondo è in guerra – si colloca ai primi posti tra le città mondiali per ricchezza: materie prime abbondanti, enorme disponibilità di spazio, grande immigrazione soprattutto europea. Mani italiane di capomastri abili nel costruire palazzi di finta pietra, disegno di architetti francesi in quartieri ‘parigini’ come Recoleta, ingegneria inglese nella costruzione delle stazioni e della rete ferroviaria. Poi, forse a partire dalla crisi della carne degli anni ’50, inizia un relativo declino (accentuato dalla dittatura militare del 1974 che porta anche alla rovina economica) mentre i drivers mondiali si spostano, e in anni più recenti (quelli del default finanziario del 2002 e della successiva ristrutturazione del debito) cresce la concorrenza di Sao Paulo, la metropoli del Brasile. 

 

Come ha spiegato da Harvard l’economista Dani Rodrik (l’erede di Hirschman nella spiegazione non-ortodossa dello sviluppo economico dei paesi emergenti), l’America Latina e l’Argentina sono parte di un processo di deindustrializzazione prematura. Il picco dell’occupazione manifatturiera è stato toccato dall’Argentina nel 1958, per poi decrescere (tanto per fare un confronto, il picco in Italia è stato toccato solo nel 1980). Quindi i paesi in via di sviluppo, come l’Argentina, soffrono di un ciclo di sviluppo industriale molto più breve di quello conosciuto dai paesi europei e nord-americani, che è durato molto più a lungo. Tra le cause, la mancanza nel passato institution-building di un maturo confronto di classe tra una classe imprenditoriale e una classe lavoratrice organizzata che ha reso possibile la moderna democrazia (la tesi di Acemoglu e Robinson, molto discussa, è che le nazioni che falliscono sono quelle guidate da una élite estrattiva, che estrae le risorse a proprio vantaggio anziché distribuirle e svilupparle). 

 

Visitando Buenos Aires oggi è facile in realtà entrare in contatto con un’élite cosmopolita del tutto simile a quella europea o nord-americana: professori, artisti, intellettuali, con frequenti scambi con il resto del mondo. Certamente non rappresentativa della Gran Buenos Aires composta per il 30% di poveri, per il 50% di lavoro informale e nero, e neppure della classe media locale che immaginiamo più chiusa, impegnata in un proprio modo di affrontare un’inflazione annua reale del 25-30%, né del ‘popolo’ che affolla le pizzerie di Avenida Corrientes, modello famiglie allargate, consumi modesti e molto lavoro ‘di strada’ e assistito. Le tabelle che l’Observatorio de la Deuda Social Argentina guidato da Agustin Salvia ha presentato lo scorso dicembre, offrono un panorama di eterogeneità strutturale dell’Argentina urbana: l’impiego stabile non supera il 41%, mentre il 30% è impiego precario e il 18% è sottoccupazione instabile, mentre la disoccupazione vera e propria è al 10%. Metà degli occupati non partecipa al finanziamento della sicurezza sociale, l’84% del lavoro informale è di bassa qualità, e l’effetto di povertà sull’economia familiare è oggetto di meri palliativi dei governi, ieri Kirchner oggi Macri.

 

 

Nei quartieri dove si concentrano le maggiori privazioni materiali e soggettive, una peculiare organizzazione informale del consenso si è formata – nel particolare contesto del post-peronismo che continua a segnare la vita politica argentina. I punteros, leader di comunità (spesso donne) intermediano per via clientelare risorse pubbliche di welfare e sussidi vari agli abitanti dei barrios più poveri. In cambio, nella campagna elettorale i leader di quartiere organizzano decine di bus che riempiono lo stadio del River Plata al comizio del candidato Presidente. Fenomeno di clientelismo politico e di leadership politica difficile da analizzare con parametri europei o nord-americani. Il termine stesso di populismo è qui diverso, perché include un’organizzazione attiva del consenso (intermediato capillarmente) e non solo della protesta. Insomma voice (protesta) e loyalty (lealtà) mescolati, anziché contrapposti, a formare una specie di familismo amorale di comunità cui tutti partecipano: lo Stato, i leader locali, la popolazione. Mentre i nodi strutturali della povertà restano irrisolti. E i problemi urbanistici e sociali della Gran Buenos Aires dipendono largamente dalla negoziazione frammentata che il governo metropolitano deve sviluppare con decine di diverse municipalità.

 

E però la capacità di reagire e di produrre cultura (come il Partenone dei libri, l’installazione di Marta Minujìn che nel 1983 ricostruì la forma del monumento ateniese con 20.000 volumi messi all’indice dalla dittatura militare, e viene riproposta a Kassel nel 2017), la ricca offerta culturale di una città che ha più librerie di qualsiasi altra città al mondo (compresa la bellissima Ateneo che sorge su Avenida Santa Fè, un teatro ottocentesco trasformato in libreria unico nel suo genere), la folla di bambini e famiglie che esce dal prestigioso Teatro Colòn dopo uno spettacolo a loro dedicato, i musei gratuiti come il ricco Museo Nacional des Bellas Artes, la gratuità dell’istruzione inclusa l’università pubblica, presentano un’altra faccia più evoluta e orgogliosa di un’arte per il popolo a noi sconosciuta, anch’essa certamente di matrice peronista ma che sarebbe piaciuta a Walter Benjamin. E su uno dei grattacieli di Avenida 9 de Julio, la presidenta Cristina Kirchner ha fatto installare due facce enormi di Evita Peron: una severa che guarda i quartieri ricchi, una sorridente sulla facciata rivolta ai quartieri popolari.

 

Arte popolare ma non pop all’americana, che ritroviamo nei centri culturali della Recoleta, coi bambini che prendono lezioni di disegno, o nel tango al piccolo teatro del Centro Cultural Borges (spettacolo di qualità a 300 pesos, circa 20 euro), o nella milonga per ballerini anzianotti nel quartiere Palermo, come erano le nostre sale da ballo del liscio. Borges onnipresente, con le statue nei caffè che lui frequentava, la Biela e il Tortoni, e nelle mostre a lui dedicate ai vari piani dell’immenso Centro Cultural Kirchner aperto nell’ex-edificio delle Poste giusto in faccia alla casa Rosada. Qui e nella Plaza de Mayo il cuore politico di Baires è ancora tale quale ai tempi dei golpe militari, dei funerali di Evita Peron, delle ricorrenze della storia nazionale argentina: mentre gruppi di piqueteros si affollano e protestano bloccando il traffico, pronti a esigere misure le più varie che il parlamento prontamente vara (ce ne sono di questi picchetti organizzati 6.000 all’anno, una media di 20 al giorno), a paralizzare il già di per sé caotico, impossibile traffico affollato di auto bus camion di ogni tipo nelle arterie più congestionate.

 

Lo stereotipo della città neo-liberista è qui del tutto sconosciuto, come del resto in Asia, in Africa, nel Sud d’ Europa. È solo miopia della teoria economica pensare che il mercato guidi l’ efficiente allocazione delle risorse, selezioni i comportamenti sociali ottimali. Il mondo globale è fatto di processi molto differenziati, di modelli spesso irriducibili l’uno all’altro. La governance è l’unica e più importante risorsa che non si può importare o esportare, a differenza delle tecnologie o del lavoro qualificato.

Nonostante l’idea banale che la globalizzazione uniformi tutto (il “mondo piatto” e altre pensate del mondo accademico anglosassone), solide barriere culturali e antropologiche isolano questo continente-città. Qui si parla solo spagnolo, l’inglese è sconosciuto (per le strade non si incontrano mai yankees) e lo stesso italiano è parlato solo dalla popolazione più anziana, i cui nonni erano immigrati qui tra Otto e Novecento, dal Piemonte o dalla Calabria, dalla Liguria come alla Boca. Era questo un quartiere tutto ligure di pescatori, con le case colorate dipinte con i resti della vernice per le barche, ex-porto e ora quartiere povero in via di parziale recupero ad uso dei turisti e sede della bella Fundaciòn PROA d’arte contemporanea che guidata da Adriana Rosenberg (una delle dieci figure più importanti della cultura  boarense del 2016 secondo La Naciòn) offre mostre di Malevič, rassegne fotografiche dell’antico barrio, e della sinistra sudamericana nel cinquantenario della morte del Che.

 

A poche quadre la bombonera, lo stadio del calcio boarense dove Boca e River Plata si incontrano, derby che infiammano. A Tigre, la foce-delta del Paranà a un’ora di trenino dalla centralissima stazione di Retiro, si affolla il popolo del turismo povero, mercato della frutta dove si vende di tutto, parco di divertimenti a basso costo. Sul fiume, club esclusivi per equipaggi di voga (insieme al polo lo sport dell’élite) e molte piccole case di vacanza su palafitte – un tempo costruite da immigrati in cerca di spazio ora usate da cottage per famiglie urbane.

Le grandi stazioni di Retiro, Constituciòn e Once sono quanto resta –  sarebbero degne di un narratore come Sebald – di un prezioso passato ferroviario costruito dagli inglesi (l’aquila britannica domina la facciata della stazione di Constituciòn), quando la rete di ferrocarill contava 60-70.000 kilometri tra le prime al mondo, ora decimata dalle privatizzazioni fallimentari imposte all’Argentina dal FMI (Fondo Monetario Internazionale) negli anni ’80: incluse le telecomunicazioni, l’energia, il trasporto navale, la petrolchimica. Dani Rodrik ha dimostrato (e Banca Mondiale e FMI hanno dovuto ammettere) che le grandi nazioni che crescono oggi nel mondo sono tutte quelle che hanno seguito una ricetta di politica pubblica opposta a quella consigliata dagli organismi internazionali del “Washington Consensus” in campo economico e  industriale.

 

Invece, l’architettura struggente delle stazioni ricorda il tempo della grandezza argentina, quando Baires era tra le città più ricche del mondo, e merita di essere considerata e salvata come patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Poi, una classe di imprenditori immigrati dall’Europa a costruire edifici importanti e patrimoni personali ingenti, perde quota e in parte torna sui propri passi. Il latifondo arricchisce pochi, oggi domina la soia (per l’export) che distrugge il patrimonio agricolo e zootecnico, mentre la città cresce e drena risorse dalle campagne, l’eterno conflitto tra “province” e “città-porto”, tra federali e unitari che risale all’800 e alle pagine di Borges e Sàbato, così diversi ma anche simili nel rievocare eroi e tombe della nazione, quelli che hanno combattuto per un’idea magari solo – come il generale San Martìn – per finire i propri giorni in esilio.

Esuli ieri, ma oggi nel mondo globalizzato che urge sembra piuttosto un esilio interiore quello a cui si assiste in Argentina: ridotta apertura dell’economia nonostante le grandi risorse naturali, lontananza dal Nord America assente e distratto, rivalità con le altre nazionali del Mercosur, Brasile e Cile, assenza di forti politiche industriali pubbliche anziché liberalizzazioni da FMI – pur essendo questa l’unica possibile strada per competere insieme, ed essere ancora “nodi del mondo”.

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