Tunisia, la sfida della memoria

Cosa succede quando un Paese, dopo aver cacciato il tiranno e fatto la rivoluzione, deve rileggere il suo passato? Proverò a spiegarlo, parlando della Tunisia post-2011, del tentativo di fare i conti con le violenze di Stato degli ultimi 70 anni. 

 

1. IVD e le pagine oscure della storia tunisina

 

66.330 dossier depositati, 55.000 dei quali accettati. Sono i numeri de l’Instance Verité et Dignité (IVD), un dispositivo giuridico sorto all’indomani delle trasformazioni che hanno attraversato il Paese nel 2011. L’IVD è uno strumento per chiarire le violenze contro gli oppositori dal luglio del 1955, durante le dittature di Habib Bourghiba e Zine El-Abidine Ben Ali, al dicembre 2013. Sequestri, torture, stupri, omicidi: queste sono le imputazioni. Sul banco degli imputati c’è lo Stato tunisino – sia le istituzioni, sia i suoi rappresentati – che ha fatto piazza pulita di ogni oppositore: musulmani, sindacalisti, comunisti, desturiani. 

Dopo l’appello pubblico a presentare dei dossier, formulato dall’Assemblea nazionale costituente nel 2014, si è giunti, solo a metà novembre di quest’anno, alla prima udienza. Un ritardo che la dice lunga sul tradimento delle aspettative rivoluzionarie e sulla volontà, di una parte consistente della classe politica attuale, di ritardare l’avvio dell’assise. I motivi dell’ostruzionismo sono diversi: dal coinvolgimento (diretto o indiretto) di alcuni uomini di governo nelle vicende di cui sopra (si pensi all’attuale presidente della repubblica Beji Caid Essebsi, al premier Youssef Chahed, al presidente del parlamento Mohamed Ennacuer); al mero calcolo politico di chi, come il partito islamista Hennada, potrebbe non avere un ritorno d’immagine da questo allargamento, oltre al profilo del militante musulmano, dell’immaginario pubblico sul perseguitato politico.

 

La commissione che ha esaminato le candidature era formata da rappresentanti di Ennahda, del blocco democratico, di Wafa (Mouvement de la fidélité), di Congrès pour la République (El Mottamar), di Ettakatol (Forum Démocratique pour le Travail et les Libertés) e degli Indipendenti. Quindi da praticamente tutte le forze partitiche. Nei lavori preparatori, si sono elaborati gli strumenti giurisprudenziali in grado di moltiplicare i profili, diversificando quindi le memorie, dei perseguitati. Si pensi, ad esempio, all’invenzione della categoria dei ‘martiri e feriti della rivoluzione’ (2010-2013) e come le memorie ad essa riferite differiscano, almeno dal punto di vista del riferimento a contesti diversi, da quelle delle ‘vittime della repressione’ (1955-2013).

Più in generale, leggendo i documenti istituzionali sulla giustizia di transizione si scoprono alcune questioni dirimenti. Innanzi tutto, si usa il termine ‘diritti dell’uomo’, collocandosi nel solco della dichiarazione delle Nazioni Unite del 1948 – ma anche delle carte americane del 1689 e 1776; di quella francese del 1789. Si parla di riconciliazione nazionale, di “preservazione e conservazione documentata della memoria collettiva”; della realizzazione di strumenti istituzionali e culturali per la non “ripetitività” della storia; della volontà di realizzare una transizione “dall’autoritarismo verso un regime democratico”. La conservazione della memoria, poi, è un diritto che va garantito alle generazioni successive. L’IVD è considerato il primo passo verso la riforma delle istituzioni dello Stato, l’eliminazione della corruzione e della violazione dei diritti dell’uomo; mira alla riconciliazione nazionale, alla giustizia e la pace sociale, a (ri)stabilire lo stato di diritto.

 

 

2. Voci tunisine, di ieri e di oggi

 

Tornare a casa, la sera, accendere la televisione e sentire, una dopo l’altra, le testimonianze dei parenti di chi è stato ucciso, violentato, sequestrato dallo Stato, dal 1955 al 2013. È un mare in piena, andato in onda in prime-time venerdì 17 e sabato 18 novembre, che ha emotivamente travolto la Tunisia. Le voci delle famiglie delle vittime hanno raccontato ai tunisini il loro dolore, hanno chiesto giustizia dall’ex-club Elyssa a Sidi Bou Said, la villa dove la moglie di Ben Alì teneva i suoi ricevimenti, emblema di un potere corrotto e autoritario. 

I testimoni parlano di giovani ammazzati come cani, in tutto il Paese tra il 2010 e il 2011, perché chiedevano libertà. Viene raccontata la vicenda di Kamel Matmati, sequestrato dallo Stato negli anni Novanta. È uno dei ‘desaparecidos’ tunisini: torturato, veniva ucciso durante un interrogatorio. C’è la storia di Sami Brahim, simpatizzante del movimento islamista che è stato fatto marcire in cella per 8 anni: veniva stuprato, seviziato, pestato a sangue. Gilbert Naccache, invece, è un militante del gruppo progressista Perspective: ha raccontato i suoi 11 anni di carcere dal 1968 al 1979, le tante torture subite. Bechir Laabidi ha partecipato da sindacalista alle rivolte e agli scioperi di Gafsa del 2008, i più importanti dalla rivolta del pane del 1984. Pestato e incarcerato, su tutta la sua famiglia piombava la violenza dalla polizia. Nabil Marakati, invece, militava nel Partito Comunista Operaio Tunisino: veniva arrestato nel 1987 solo perché diffondeva dei volantini. Era il periodo di Bourghiba. Torturato e stuprato da due agenti, moriva di lì a poco. Fayçal Baraket era un militante del partito islamista Ennhada: imprigionato durante Ben Alì, era torturato e poi ucciso. Per anni la sua famiglia ha continuato a subire violenze.

 

L’ottantenne Hamadi Garess racconta la storia di Salah Ben Youssef. Entrambi erano militanti per l’indipendenza della Tunisia, erano dei partigiani. Garess ricorda le violenze delle truppe tunisine arrivate a Tazarka, gli stupri e l’uccisione di bambini. Episodi che portavano Ben Youssef a denunciare i metodi di Bourghiba. Da quel momento, anche se iscritto al Destur, Ben Youssef diveniva un oppositore: era prima incarcerato, poi condannato a morte per ben due volte e, una volta evaso, veniva raggiunto da dei sicari e ucciso.

 

 “Quelle immagini, le voci dei testimoni, quelle storie: sono rimasta colpita – mi ha confessato Asma, una mia studentessa dell’Università El Manar”. “Sono persone normali – ha continuato – persone che si possono incontrare in qualsiasi mercato, sotto casa”. Ha ragione Asma, è proprio questo il punto. Là, davanti al popolo tunisino, c’erano uomini e donne con i loro sentimenti, con quanto rimaneva della memoria dei loro cari. Leila, invece, ha quarantadue anni. Lavora in una sala da thè dietro la centralissima Place de Barcellone. “Questo succedeva qui”, mi sussurra. Mentre parla il suo dito indica un tavolino del dehors, poi si sposta verso sinistra disegnando lentamente una parabola che si perde nella piazza affollata. “E noi, noi non lo sapevamo”, aggiunge. Mi guarda e scuote il capo. Rimane in silenzio. Sembrano mancare le parole, tanto è il dolore. E forse da qui bisogna ripartire, dal riconsiderare i silenzi imposti, voluti scientemente e costruiti tramite le istituzioni. In tale prospettiva, l’immagine del sovversivo nemico della nazione è il risultato di una serie di pratiche propagandistiche, e, per tanto tempo, di un discorso figlio del mito dei padri della patria. Esso ha avuto, come prima ricaduta, la costruzione di un tempo politico uniformato, appiattito sul presente, occupato dalle élite dirigenti, dove quanto accadeva era deciso unicamente dai vertici, dai capi. Hussein ha sessantatré anni. “Non cambierà mai nulla: ho vissuto il periodo di Bourghiba, di Ben Alì e della rivoluzione”. Ritorna il silenzio di prima, che però, questa volta, ha il sapore dell’attesa. “Loro – continua, riferendosi ai politici – sono il problema, la corruzione, la polizia”. 

 

3. Memorie del passato vs memorie del futuro

 

Proviamo ora a ragionare in termini di memoria. Non è la prima volta che un popolo cerca di far luce sul suo passato. Pensiamo al Sud Africa, alla Truth and Reconciliation Commission (TRC) istituita dopo la fine dell’apartheid. La TRC si basava su due capisaldi: il perdono e la riconciliazione. Proprio per questo subì profonde critiche dalle stesse vittime. Una parte dei processi vennero trasmessi in televisione, ma non in diretta. La memorializzazione del passato – come l’ha definita Heidi Grunebaum – era finalizzata alla trasformazione sociale e politica del Paese. Rimasero, però, tracce delle violenze nelle storie personali e nelle comunità, tracce probabilmente indelebili che hanno prodotto, nel presente, rimozioni e fobie, paure e altre violenze. Il modello del TRC è stato utilizzato per altri Paesi africani – la Sierra Leone (1999), il Kenya (2007), la Liberia (2010). 

 

Gennaro Carotenuto, in Todo Cambia (le Monnier, 2015), ha analizzato il difficile rapporto tra memoria istituzionale e narrazioni orali dei figli delle vittime dei regimi militari in Argentina, Cile ed Uruguay. Carotenuto ha mostrato quanto la normalizzazione (di un Paese e della memoria pubblica) non si esaurisca all’interno della aule di tribunale, ma passi sia dal tentativo istituzionale di imporre il silenzio ai figli delle vittime, sia, per contro, dalle lotte per la verità e giustizia. Questo elemento è comune al contesto dei paesi dell’ex Jugoslavia, al ricordo delle violenze che hanno distrutto l’unità della confederazione, trasformando la geografia dell’area balcanica.

Il caso della Tunisia differisce da tutti quelli finora presentati. Certo, in comune ha una violenza di Stato invisibile ed efferata. Per il resto, le diverse soggettività politiche non ascrivibili alle dittature dal 1955 al 2010 sono state oggetto della medesima repressione. La costruzione della memoria pubblica, quindi, parte da un’equiparazione delle vittime, nonostante le categorie costruite ad hoc, dinnanzi alla comune violenza dello Stato. Musulmani, sindacalisti, comunisti, persino alcuni desturiani: tutti hanno subito gli stessi trattamenti. Se i “padri” si sono dimostrati dei sanguinosi tiranni, allora uno sguardo interessante per comprendere l’attuale Tunisia potrebbe leggere le continuità e le discontinuità, le trasformazioni e le reiterazioni delle diverse forme di moralità. Perché proprio il concetto di morale? Perché esso è stato costruito, attraverso anni di discorsi pubblici, da quei padri-padroni del Paese, stabilendo cosa era possibile e vietato, quali erano i rapporti tra i generi, le classi, i colori del popolo tunisino.

 

Credo che proprio la non problematizzazione e decostruzione di settant’anni di moralismo, dopo la ‘rivoluzione’ del 2011, ha portato a un ritorno del rigore e dell’ortodossia musulmana come possibile nuova regola per la comunità immaginata del Paese, ma anche a comportamenti pubblici diffusi paranoici e ossessivi (penso, in prima battuta, a come il sesso sia ancora un tabù e al gran uso di alcol lontano dallo sguardo pubblico).

Passiamo quindi ai pericoli relativi all’IVD: il più grande è che la classe politica non abbia interesse a prolungare i discorsi ascoltati durante le audizioni fuori dagli schermi televisivi e oltre le aule di tribunale, nella quotidianità, avviando il processo di trasformazione del Paese. Inoltre, condividere memorie così emotivamente pesanti, paradossalmente, potrebbe far dimenticare, o lasciare in secondo piano, le eredità delle dittature nel presente della Tunisia. Lo strumento dell’amnistia, poi, farebbe il resto, chiudendo sì politicamente quel periodo, ma non evitando che pratiche di violenza istituzionale si reiterino. Le memorie del passato genererebbero silenzio. C’è il pericolo, poi, del martirologio, che la condivisione del ricordo di una comune violenza contro tutti gli oppositori si traduca, nel presente, in un diffuso sentimento di impotenza (‘tutti sono stati repressi e nulla è cambiato’), oppure in una parificazione delle diverse soggettività politiche (tutti sono stati colpiti, quindi tutti sono in un certo senso uguali), o persino nel tentativo di costruire dei miti fondativi (nel caso delle componenti islamiste). 

E infine le possibilità, le più importanti.

 

L’IVD può essere un di transfer di memoria, riportando il Paese allo spirito di trasformazione del 2011. La ricongiunzione, anche se per un attimo, dei tunisini con quel periodo potrebbe far rileggere, allora, questi ultimi cinque anni con uno sguardo diverso: i traumi degli attentati subiti, l’uso costante dello stato d’emergenza, i metodi draconiani per risolvere i conflitti sociali. Il collegamento con le voci dell’IVD potrebbe generare memorie del futuro, ossia, una rilettura del passato che non si esaurisce nel ricordo ma che ha la finalità di trasformare il domani, di creare un altro presente. Questo percorso rompe il silenzio, i tanti e diversi silenzi, dando parola ai tunisini, ieri come oggi, privati della loro voce.

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