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Turismo, città e pandemia

Dalla fine del lockdown mi è capitato di viaggiare, in Italia e all’estero. Il primo segnale della società marchiata dal virus non sembravano le mascherine o i gel igienizzanti, quanto la folla: non ve n’era più. A Roma il centro è improvvisamente tornato a misura di residente, sebbene il paesaggio di saracinesche abbassate e di cinema chiusi restituisca uno sconforto più che la riconquistata vivibilità. Anche perché di residenti, nel centro di Roma, non se ne vedono da tempo. 

Almeno fino al vaccino sarà inevitabile ripensare il turismo, e infatti fioccano le proposte. Il ritornello è fin troppo abusato: Venezia (e Roma, e Parigi ecc) moriva di turismo e muore oggi senza turisti. Che fare? Sintomo di un certo modo di pensare è uno strano articolo pubblicato sul Corriere della Sera dello scorso 7 agosto, a firma Carlo Ratti (“Così un nuovo turismo salverà Venezia dalla crisi”).

 

Un articolo, diremmo, ancient régime. Non è il turismo il problema, dice Ratti, ma il turismo “mordi e fuggi”. Per combatterlo, perché non favorire una permanenza di lunga durata? Tanto ormai con lo smart working uno può lavorare a Los Angeles come a Venezia, a Parigi come a Hong Kong. I “viaggiatori posati”, come li chiama l’autore, si stabilirebbero «in luoghi lontani senza interrompere la propria vita professionale». Per di più, la conveniente flessibilità della gig economy «potrebbe creare opportunità di lavoro locale per brevi periodi di tempo». Proprio così: per la classe affluente globale, in fin dei conti già ampiamente de-radicata da qualsiasi luogo specifico, è indifferente la località, anzi la location, della sua esistenza lavorativa e affettiva; per la massa senza volto, a cui comunque non si può impedire per legge la mobilità, viene incontro quell’economia “dei lavoretti” che in fondo uniforma esperienze e competenze (e aspirazioni) in ogni dove. Un’altra classe globale, suo malgrado. Siamo dalle parti di Maria Antonietta: “Signora, il popolo vuole turismo. Che si comprino una casa a Venezia!”.  

 

Se la soluzione all’overtourism è il ritorno al turismo elitario, al grand tour aristocratico, alla mobilità dei pochi garantita dalla forzata stanzialità dei molti, meglio subire rassegnati l’orda umana divoratrice di città e usanze locali: sarebbe comunque più democratica, in fin dei conti preferibile. Che le idee espresse da Carlo Ratti costituiscano ben più di una boutade estiva ma una precisa linea culturale ce lo conferma un ulteriore editoriale del Corsera, pubblicato stavolta nella cronaca romana a firma Fabio Filocamo (“Il turismo di qualità e il lavoro”, mercoledì 12 agosto). L’obiettivo, o meglio: la vera e propria ossessione, sta nel «ricreare le condizioni di un turismo di maggiore qualità o cosiddetto “altospendente”» (sintomatica l’identificazione tra qualità e censo). Adattare la destinazione turistica, ovvero la città, alle esigenze di una élite internazionale di turisti “altospendenti” per mezzo smart working, confligge apertamente con le funzioni urbane della città stessa, che è solo marginalmente “attrazione turistica”, e prioritariamente luogo di residenza, di lavoro e di socialità dei suoi abitanti. 

 

Meglio il marasma plebeo che la quiete rentier allora. Anche perché il filone di proposte simili (“non è il turismo in quanto tale il problema, ma il turismo povero, quello ‘mordi e fuggi’, la massa, non la clientela selezionata, quella che mangia un panino sulla scalinata di piazza di Spagna, non chi prenota da Fortunato al Pantheon” e altre simili sciocchezze), volutamente o meno, dimentica il nesso tra speculazione e turismo di massa. Per rimanere al caso romano: Roma è una destinazione turistica da duemila anni, si potrebbe pensare che “funzioni da sé”. E invece no: nella competizione globale tra città attraenti e turistiche non c’è nessuna posizione precostituita, perché a contare è l’esperienza, non il luogo. Se Roma abbandonasse la faticosa lotta per partecipare al grande campionato del turismo mondiale, verrebbe immediatamente scavalcata da una qualsiasi Melbourne di turno.

 

Martin Parr, Sorrento, Italy, 2014, dalla serie Beach therapy, Magnum photos, courtesy Spazio Damiani Bologna.


Peraltro è così già oggi: Kuala Lumpur, città fondata circa 150 anni fa, ha molti più turisti di Roma. Non conta cosa sei, ma cosa hai da offrire al turista globale. Chi sostiene questa lotta non è però in prima battuta il “pubblico”, cioè il Comune, la Regione o lo Stato, ma l’impresa privata: sono le multinazionali del turismo che lottano per accaparrarsi quote di turismo globale, e questa lotta – che impone una necessaria stazza di capitali – è possibile sostenerla solo grazie alla straordinaria profittabilità derivata dal turismo di massa, cioè esattamente da quel turismo “mordi e fuggi” che, a chiacchiere, viene esecrato da chiunque. 

 

E però, si dirà: il turismo di massa distrugge le città; il turismo elitario è improponibile oltre che contrario agli interessi del capitale privato; la fine del turismo non è una prospettiva credibile né auspicabile (e d’altronde le società immobili sono destinate alla rovina): quindi? Non va negato il problema, vanno ribaltate le soluzioni immaginate fino ad oggi. Bisognerebbe pensare a una regolazione del fenomeno, che come ogni fatto sociale andrebbe organizzato secondo volontà pubbliche, cioè democratiche, e non private, ovvero esclusivamente economiche. Le due grandi questioni collegate direttamente ai flussi turistici sono il trasporto aereo e l’offerta alberghiera. Ambedue creano e sorreggono la domanda di turismo mondiale. È qui che dovrebbe intervenire lo Stato attraverso un’opera di pianificazione che concorrerebbe all’offerta privata, limitandola. Ryanair, in fondo, ha il suo progenitore ideale nell’Aeroflot sovietica: aerei scomodi e sporchi, senza servizi accessori a bordo, che volano su slot irritanti (scali alle 4 del mattino in aeroporti a un centinaio di km dalla città destinazione), e che però – proprio grazie a questa scelta organizzativa – garantisce tariffe basse e collegamenti capillari, permettendo a tutti di poter volare senza chiedere un prestito in banca. Tutto ciò che veniva deprecato del servizio sovietico è stato rimodulato e riproposto in chiave capitalista, costruendo una storia di successo imprenditoriale invidiata da molti. Cosa impedisce allo Stato di organizzare una propria linea aerea a basso costo che competa e scalzi la gestione privatistica del mercato aereo del paese, dove la suddetta Ryanair è il primo operatore nazionale, sostituendosi al servizio pubblico? 

 

La ricettività è l’altro grande strumento di governo dei flussi turistici. Al momento esiste solo un’offerta alberghiera privata, organizzata per lo più nei grandi gruppi monopolistici delle catene internazionali e nel cosiddetto home sharing di Airbnb. Il turismo elitario soggiornerà negli Sheraton o nei Radisson di tutto il globo; al diabolico “mordi e fuggi” spetterà l’offerta capillare degli affitti brevi ospitati sulle piattaforme di Airbnb e simili. Anche in questo caso: cosa impedisce allo Stato di organizzare una sua offerta pubblica, contestualmente (e finalmente) tassando quella privata finto-familiare che ha devastato le città d’arte di mezzo mondo e che oggi si presenta, per di più, come veicolo di infezione sanitaria data l’assenza di controllo sulla ricettività informale (come spiega un ottimo articolo di Antonio Preiti sulla cronaca romana del Corriere dello scorso 8 agosto. Preiti, non a caso, da anni porta avanti la sua lotta di civiltà contro la devastazione turistica di Roma)? Cosa impedisce allo Stato di regolare, in concorrenza all’impresa privata, la gestione del proprio territorio che oggi vede nel turismo uno dei marcatori più invasivi e distorsivi? Intendiamo qui non specifici ostacoli economici o finanziari, bensì, diremmo, “ideologici”, che impediscono anche solo di pensarla una regolazione del mercato turistico. 

 

Ovviamente la gestione pubblica, ribadiamo: in concorrenza con quella privata, non risolve da sé il problema, men che meno in tempi rapidi. Permetterebbe però di mettere mano alle leve che regolano quei flussi, limitando l’autonomia decisionale dei gestori privati (riguardo a tariffe, servizi, ricezione, ecc), garantendo da una parte un ritorno economico attraverso gli introiti commerciali e fiscali, dall’altro l’uso dinamico dei servizi collegati alle ragioni dei luoghi turistizzati, dirigendo insomma la domanda in funzione della “capacità di carico” del luogo specifico. Il turismo è una risorsa, ma dipendere dal turismo è un notevole limite per il sistema-paese in quanto tale. Non si tratta di sostituire un dirigismo privato con uno pubblico, quanto riconoscere che i flussi turistici non sono “anarchici”, ma essi stessi frutto di una precisa volontà speculativa. Determinare la quantità e la qualità di questi flussi è una questione di politica industriale, non di nostalgia statalista. 

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Martin Parr, Mar del Plata, Argentina, 2014, dalla serie Beach therapy, Magnum photos, courtesy Spazio Damiani Bologna.