Umberto Eco: ridere con la verità

Che cos’è la filosofia? Semplice: leggere e rileggere il Parmenide di Platone, non capirci granché, e rileggerlo ancora. In questo celeberrimo dialogo il grande filosofo greco enuncia nove ipotesi sull’essere, tutte diverse fra loro, tutte convincenti. Di modo che, dopo averne terminato la lettura, si entra in crisi profonda, superabile in un solo modo: ricominciare daccapo. Così, “non ho mai smesso di leggere quel testo e chiedo di leggerlo a tutti i miei studenti”. Perché? “Credo che non riuscire mai a capirlo completamente sia la più grande lezione di filosofia possibile. E non c’è bisogno di scoraggiarsi se non lo si comprende appieno. Bisogna continuare a leggerlo e più volte”.

Questa singolare definizione dell’attività filosofica è di Umberto Eco, e ben risponde al modo ben specifico in cui egli stesso, in più di sessant’anni di indefesso lavoro intellettuale, convintamente la praticava: non un’accigliata ricerca della verità ultima sull’uomo o sul mondo, ma una dubbiosa interrogazione circa il senso stesso di tale ricerca, un continuo arrabattarsi sui fondamenti del cosmo e sui principi della conoscenza, ben sapendo, con pervicace ironia, che tali fondamenti e tali principi saranno soggetti a inevitabili falsificazioni prossime future. Ridere con la verità, ma soprattutto ridere della verità, diceva frate Guglielmo in chiusura al Nome della rosa, impersonando esattamente, in quel frangente narrativo e con quelle frasi lapidarie, la figura del perfetto filosofo che, criceto felice nella ruota del pensiero, cerca un senso laddove c’è solo il suo simulacro. Uno scettico abbagliato dalla luce del vero.

Il multiforme ingegno di Umberto Eco, si sa, lo ha portato a esercitare lo spirito in molti modi. È stato semiologo e romanziere, massmediologo e opinionista, collezionista di libri ed enigmista, barzellettiere e docente universitario, editore e funzionario Rai. Ma, inglobando tutto ciò senza appiattirne le differenze, occorre ammettere che Eco è stato soprattutto un filosofo.

 

Un pensatore sui generis, senz’altro, capace di voli pindarici fra saperi e scritture, sempre pronto a generare cortocircuiti teorici, recuperando al contempo, con grande perizia filologica, la lunga tradizione dei classici del pensiero. Leggeva il Parmenide in continuazione, appunto, ma conosceva assai bene l’intera storia della filosofia (l’ha pure riraccontata in vignette satiriche), facendola interagire con i più recenti esiti delle scienze umane e sociali, della letteratura e delle arti, e con un occhio vigile a quel che andava accadendo nel mondo della comunicazione e della società che, rilanciandolo, ne discende. 

Di questa doppia anima di Umberto Eco – filosofo, ma con molti altri strumenti critici e concettuali – danno testimonianza due bei volumi che La Nave di Teseo ha mandato ieri in libreria. Il primo si intitola La filosofia di Umberto Eco (pp. 912, € 29), ed è la versione italiana di un librone uscito quattro anni fa in Usa, nella prestigiosa Library of Living Philosophers, una collezione che a partire dal 1939 ha ospitato i più illustri pensatori del pianeta (Russell, Einstein, Sartre, Popper, Putnam, per dirne alcuni).

 

La serie funziona così: si invita un filosofo vivente a raccontare in un centinaio di pagine la propria autobiografia intellettuale; un nutrito numero di studiosi scrive un saggio su un particolare aspetto del suo pensiero; il filosofo replica a ogni saggio con un suo ulteriore intervento. Una vera e propria celebrazione in vita – a cui Eco, scomparso un anno prima della pubblicazione del volume, non ha potuto assistere per intero. Così il libro, curato e introdotto da Anna Maria Lorusso, contiene l’autobiografia intellettuale (settantacinque densissime pagine), ma dei ventitré saggi che seguono solo dieci sono accompagnati dalla replica finale. Il secondo volume è Le avventure intellettuali di Umberto Eco (pp. 176, € 13), una preziosissima sintesi dell’intero lavoro del pensatore piemontese, dalla tesi di laurea su San Tommaso del ’54 alle ultime esternazioni sull’etica e la morte, passando dai saggi semiotici, dai romanzi e dagli studi sui mass-media.

 

 

L’autore del libro è Stefano Traini, docente di semiotica a Teramo, allievo diretto di Eco e fra gli studiosi più attivi oggi nel campo della scienza dei linguaggi umani e sociali. Da una parte dunque un grosso testo che glorifica Eco in quanto filosofo (ma dentro ci sono scritti anche su letteratura e media, traduzione e postmodernismo); dall’altra un libro snello che introduce ai numerosi aspetti di questo pensiero a più facce e con moltissime diramazioni. Accostarli è d’obbligo, per provare a comprendere al meglio – a cinque anni esatte dalla sua dipartita – una delle figure più interessanti e insieme più complesse di una congiuntura culturale che è ancora la nostra. 

Andiamo all’autobiografia, una delle parti più preziose della proposta editoriale. Diciamo subito che questo testo, scritto appositamente per un filosofo americano medio (per lo più di orientamento analitico, pochissimo interessato alla storia del pensiero, più attento alle scienze naturali – durissime! – che non a quelle umane e sociali, e con un mug di caffè bollente sulla scrivania), funziona abbastanza bene anche da noi. Non solo perché è la più completa esposizione dell’evoluzione delle ricerche filosofiche di Eco scritta da lui stesso, con i suoi temi ricorrenti, le sue ossessioni, ma anche i suoi cambiamenti di idea, e soprattutto gli innumerevoli tentativi di esplicitare al meglio il proprio punto di vista su nozioni essenziali come la verità, l’etica o i limiti dell’interpretazione. Ma anche perché getta una luce nuova, se pure in negativo, sull’intera opera di Eco (che Traini dal canto suo ripercorre perfettamente), nell’intreccio fra teoria e narrazione, ma anche fra riflessione filosofica, osservazione critica del sociale, impegno pieno nel mondo della cultura, sguardo obliquo verso la politica.

 

Così, questa curiosa autobiografia ripercorre le principali tappe della sua esperienza di pensatore (superamento del crocianesimo, studi di medievistica, opera aperta e neoavanguardia, strutturalismo, scoperta di Peirce, semiotica, cognitivismo) e rispiega daccapo i nodi concettuali che la caratterizzano (l’inferenza interpretativa, le aporie d’ogni classificazione ad albero, la nozione di enciclopedia come rete semantica, il realismo negativo, la forza del falso, la semiosi ermetica, l’iconismo). Un concentrato eccezionale di esercizio del pensiero. Capiamo così in estrema sintesi – e lo ricorda anche Lorusso – come il tradizionale problema filosofico della conoscenza (quello che noi chiamiamo gnoseologia e gli anglofoni epistemologia) sia divenuto in Eco la questione del modo in cui gli uomini danno senso al mondo, fornendo a esso un significato (interpretandolo) e anche attribuendogli un valore (apprezzandolo o disprezzandolo).

 

Ma, per altri versi, questo stesso testo dice di più e di meglio, come se la più fine osservazione dei fatti minuti della vita e del mondo, o se si vuole lo sguardo scafato del romanziere, facessero spesso capolino nel discorso, deviando e arricchendo le grandi questioni della filosofia eterna. La narrazione si insinua surrettiziamente nella concettualizzazione, donandole una specie di base esperienziale, esistenziale quasi, che la rende più vivace. Così, il testo è puntellato da continue digressioni rispetto al filo logico del ragionamento, le quali, a ben vedere, digressioni non sono affatto. Si pensi al racconto del baule del nonno tipografo, dove erano raccolti tanti libri non ancora rilegati, dal Milione di Marco Polo all’Origine delle specie di Darwin, che in questo stato, e cioè alla rinfusa, vengono letti da un Eco ancora alle elementari: una specie di realizzazione ironica della poesia dadaista nel cappello. Oppure alla storia della militanza per Gioventù cattolica (di cui Eco, da studente universitario, era responsabile nazionale) e al successivo abbandono per ragioni più politiche che confessionali. Oppure ancora alle storielle riguardanti i corridoi della Rai, dove fra un Mike Bongiorno e l’altro si incontrava gente come Brecht o Stravinskij, mentre Berio, padrone di casa, teneva sottobraccio i Principi di fonologia di Trubeckoj. Una delle divagazioni che più colpiscono in questo testo autobiografico è forse quella della Storia figurata delle invenzioni, un’opera che Eco ha curato in ben quattro anni di lavoro editoriale, divulgando i progressi della tecnologia con l’ausilio di migliaia di immagini: pubblicazione che, se da un lato lo porta a sposare “un’artista grafica tedesca che aveva contribuito alla realizzazione dell’opera”, dall’altro farcisce l’istanza filosofica di cultura scientifica. 

 

Cosa c’entra tutto questo con il problema nietzschiano della verità come solidificazione di antiche metafore, l’albero di Porfirio, la semantica a tratti, lo zoccolo duro dell’essere? Nulla, dirà sbadigliando il pensatore duro e puro di uno strafigo college americano. E peggio per lui. Per parte nostra, riconosciamo in questa serie di innesti narrativi la migliore capacità del vero filosofo: quella del saper condire ogni sudata teoria con una forte dose di sano scetticismo. Divagare è alleggerire, prendersi relativamente sul serio, deviare e rientrare. Dubitare insomma. E lo scetticismo, leggiamo già nella prima pagina del libro, “implica un costante senso dell’umorismo, per mettere in forse anche le cose in cui si crede sinceramente”. 

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