Vero, verisimile, memoria e storia

In Quoi? L’Éternité Marguerite Yourcenar scrive che «la memoria non è una raccolta di documenti depositabile in buon ordine al fondo di chissà quale me stesso, essa vive e cambia; avvicina i pezzi di legno spenti per farne di nuovo scaturire la fiamma». Per l’autrice delle Memorie di Adriano, esperta frequentatrice degli incroci e delle ibridazioni tra storiografia, biografia e romanzo, la memoria è una cosa viva, duttile, infiammabile. Lo stesso vale per la storia e per i suoi personaggi. Raccontare l’altro, recuperarne l’esistenza dalla storia più o meno lontana è un lavoro da archeologo e da letterato, richiede ricerca, indagine, scavo, ma anche il coraggio di spogliare, riscrivere, tradire, trasfigurare. Il regno del verosimile, dall’atmosfera rarefatta e dai docili confini, è il luogo adatto per inventare una lingua capace di compiere viaggi interspaziali e di tradurre voci di spiriti disturbate dal tempo. Tre titoli galleggiano in queste zone ibride della letteratura, premendo contro i bordi delle definizioni e muovendosi su territori liminari all’incrocio dei generi, dove è più facile perdersi e trovare soluzioni nuove: Mio padre la rivoluzione, di Davide Orecchio (Minimum Fax 2017), Il mangiatore di carta di Edgardo Franzosini e Risvolti svelti di Eugenio Baroncelli (entrambi Sellerio, 2017).

 

 

Eugenio Baroncelli, Risvolti svelti

 

Risvolti svelti, presentato come “un nuovo tassello al libro dei libri di Baroncelli” e definito dall’autore stesso “Breviario amoroso di vite altrui capitolate”, è una personalissima collezione di esistenze ritagliate dal mondo e ordinatamente disposte in un album di cartoline lapidarie. Come accade per ogni autentico collezionista, anche qui non mancano il gusto della catalogazione e della rarità: alla maniera dei francobolli o degli scheletri delle farfalle, le sottilissime biografie sono disposte secondo una peculiare tassonomia (noia, biografia, brevità, morte, carne, poeti, viaggiatori efferati ecc.), corredate da citazioni e posate sul foglio come al centro di una delicata composizione.

Il risultato è un sofisticato esercizio di stile, spiegato da subito con una dichiarazione di intenti e di metodo incisa in esergo: «tutto quello che si può togliere da una vita senza tradire la verità la migliorerà». 

Così il Baroncelli biografo lavora con la cristallizzazione e i precipitati, un lavoro da chimico e da poeta, che filtra e spoglia e scarnifica e toglie tutto ciò che si può togliere senza spegnere la luce particolare di una data esistenza. E quando si arriva allo scheletro, all’essenziale, alla trasparenza, è possibile leggere in controluce la vita che riposa, come il buon Dio, nei dettagli.

 

Sono centoventisei i personaggi selezionati, tra cui figurano lo stesso autore e, due volte, suo padre. Si tratta di un vero e proprio catalogo di esistenze pescate dalla storia, quella universale con la S maiuscola e quella personale, che ha i confini della vita dell’autore, tutte accostate in nome di un vizio, di una parola, di una condanna o di una passione, dell’impronta lasciata dal peso della loro vita. Così, tra gli altri, Ennio Flaiano, Casanova e Dio riposano sotto l’insegna della “Noia”, Borges, Hemingway, Marziale, Pope e William Harrison (presidente per 30 giorni) condividono la categoria dei “Brevi”, mentre Amelia Earhart, aviatrice statunitense, è riposta insieme ad Anna Bolena nella polisemica sezione dei “Decollati”. Etichette più vaghe e inclusive come “Donne”, “Passeggeri”, “Poeti” e “Scrittori” o più ricercate come i “Corregionali dimenticati” e i “Generali messicani finiti male” raccolgono epigrammi, dediche, ritratti e istantanee:

 

Penelope, regina di Itaca

Ebbe, come si sa, un marito eternamente lontano. Di giorno lo sfidava nell’arte dell’oblio, di notte in quella del rimpianto.

 

Blaise Pascal, l’inguaribile 

Ebbe certezze così raffinate che diventarono dubbi.

 

Gaio Valerio Catullo 

Inventò la spontaneità. Lasciò la fantasia, che pure non gli mancava, ai filologi.

 

Robert Walser 

Visse per scomparire. Scrisse per assentarsi.

 

La biografia è un gioco, un gioco colto e bellissimo che si preoccupa poco di ricalcare fedelmente i contorni di una vita e si concentra maggiormente sul ricamare d’oro le crepe che la rendono unica e degna di essere ricordata. Si tratta di un gioco dalle regole ballerine e arbitrarie per giocatori audaci che non hanno paura, scrivendo dell’altro, di finire col parlare soprattutto di se stessi. «Se è vero, come sosteneva il dottor Freud, che i biografi tradiscono la verità, è vero anche il contrario»: questa la citazione a corredo della sezione “Biografi refutabili”, categoria che accoglie anche l’autore, un’autoinvestitura sfuggente, che intreccia vita e fantasia in una sintesi impossibile e perfetta.

 

 

Edgardo Franzosini, Il mangiatore di carta

 

Se Baroncelli opera come un chimico, riducendo, sintetizzando e condensando la vita in un pugno di righe, Franzosini lavora al contrario: preleva “una goccia che si getta giudiziosa in quell’oceano sterminato della Comédie Humaine senza modificarne sensibilmente il complessivo volume d’acqua” e la posa sotto la lente di un microscopio, e quella si apre, si riempie, si fa abisso a sua volta.

Franzosini scava nelle pagine, raccoglie un nome e va alla ricerca di ogni dettaglio della sua esistenza, accumula materiali e tracce vaghe, ne segue il tragitto per terra e per mare, da una storia di poche righe squaderna una vita. 

Ci muoviamo di nuovo in una zona paludosa della geografia letteraria, un’ansa periferica dove cominciano a mescolarsi i concetti di realtà e finzione, mentre quelli di tempo, spazio e verità si fanno meno solidi e vincolanti.

 

Nel Mangiatore di carta, pubblicato per la prima volta nel 1989 e ripubblicato da Sellerio a fine 2017, Franzosini raggiunge questi luoghi pieni di trappole e possibilità “traversando a ritroso più di centocinquant’anni e risalendo, in un colpo, quasi mille chilometri di strada”, fino alla casa di Honoré de Balzac. E l’incontro con l’autore della Commedia umana, a detta dell’autore, è reso possibile da «una serie di esercizi la cui natura non è facile da determinare, che mi hanno condotto allo sviluppo, al perfezionamento dei cinque sensi: solo mezzo che può consentire agli esseri umani di superare le barriere di spazio e di tempo». Si tratta, insomma, dell’impegno che tocca al biografo appassionato: attraversare spazio e tempo, partire e lasciare il proprio mondo per entrare nella vita dell’altro.

 

L’oggetto dell’infatuazione e della ricerca di Franzosini è una piccola vita nascosta nelle Illusioni perdute. La storia del favorito Johann Ernst Biren, il mangiatore di carta, è raccontata dall’abate Herrera (dietro cui si cela il forzato Vautrin) a Lucien de Rubempré per distoglierlo dalle sue aspirazioni suicide. Balzac risolve la “Storia di un favorito” in due paginette scarne, “poco più di una sorprendente digressione dall’ordine del racconto”.

Leggendo la Comédie, anziché cadere nella debolezza che secondo Roland Barthes affligge i divoratori di classici, ovvero il sorvolare con indifferente leggerezza un capitoletto poco rilevante nel quadro complessivo, Franzosini ci sprofonda, vi si addentra tanto da abbandonare la strada maestra per seguire un sentiero minore.

Documentare quella vita infilata in un romanzo acquista il peso di una missione (una necessità più verso se stesso che verso la letteratura) che coincide con l’investitura del biografo: «l’obbligo di frequentare luoghi di studio, di cercare indizi, frammenti, tracce, anche le più lontane, le più indirette; l’obbligo di consultare opere singolari, preziose quanto a notizie di storia; l’obbligo, in conclusione, di liberare un’esistenza, una personalità tanto speciali dal buio, dal silenzio che ancora le avvolgeva».

 

L’esistenza è quella di Johann Ernst Biren, figlio di un orafo che viene assoldato come scrivano dal barone di Goertz, ministro di Carlo XII di Svezia, colpito dalla bellezza e dall’eleganza del ragazzo. Copista preciso ed esigentissimo in materia di inchiostro (la stessa meticolosa ansia di perfezione che affliggeva Balzac nella preparazione del suo caffè), Biren sviluppa una fascinazione sempre maggiore nei confronti della carta e della parola scritta finché una notte, mentre i raggi di luna danzano sulla scrivania con la luce delle candele e il loro volteggiare vìola il candore del foglio, lo sguardo ipnotizzato dello scrivano si fissa sulla carta doppio reale di Fabriano. Biren divora il primo foglio con disgusto. Il giorno dopo ci riprova e poi ancora e ancora, finché la purezza della carta immacolata non sazia più il suo appetito e lo sguardo vorace, affamato si posa su una lettera di notifica di Goertz indirizzata a un ministro. La tentazione è troppo forte, così, una dopo l’altra, si sciolgono sulla lingua insieme alla carta anche tutte le parole diligentemente ricopiate dallo scrivano. Nasce allora il vizio che segnerà l’intera vita di Biren, trasformandola nell’avventura che Franzosini segue con dedizione, abbandonandosi spesso al gusto dell’aneddoto, della divagazione e della nota a margine.

 

«“Auctor” – ci ricorda Franzosini – significa secondo i più provveduti, “colui che aumenta, che aggiunge a qualcosa che c’è già”» e Il mangiatore di carta vive di questo impulso etimologico. Se Baroncelli confeziona pillole di biografie capaci di sprigionare la densità di una vita, Franzosini prende un’esistenza e le ricama intorno un mondo, accumulando informazioni con la voracità che è propria degli scrittori realisti ed è la maledizione del suo protagonista, condannato dal suo feticismo a mangiare insaziabilmente le proprie parole. Il testo è infatti accompagnato da un corredo di note in cui si rintraccia un gusto erudito della ricerca, della citazione, della bibliografia, dell’appagamento nelle fonti più nascoste e inesplorate. E l’autore non manca occasione di parlare di Balzac, intrecciando la sua vita e le sue passioni a quelle dei personaggi che affiorano dai suoi libri, a quella del mangiatore di pergamene inchiostrate e quelle delle figure che gravitano intorno alla sua vicenda. 

«Un uomo che non ha ossessioni non sa, non conosce ciò che di grande può offrire la vita» svela Balzac durante il suo incontro con Franzosini in quella regione evanescente all’incrocio dei generi e sui confini della realtà letteraria. Ed è la giustificazione della scrittura, ma anche della ricerca biografica che raccoglie storie per salvarle dall’oblio, come quella del piccolo mangiatore di carta, “a suo modo un cercatore di infinito”.

 

Davide Orecchio, Mio padre la rivoluzione

 

«Ormai nessuno nutre più l’illusione che la Storia assista, sorda e indifferente, agli accadimenti individuali, alle vicende, le più intime e private degli uomini» scriveva il barone di Goertz al conte Reinchild. Nel libro di Franzosini questi gli risponde così: «è la pura verità. Troppe volte essa è stata sorpresa mentre, col fine ultimo di sbertucciare, intrecciava o contrapponeva, più che maliziosa, beffarda, un destino personale ad un avvenimento più generale e collettivo».

Anche il caleidoscopico mosaico di Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio sembrerebbe partire da questo assunto.

 

Per costruire la biografia della Rivoluzione russa, Orecchio cuce insieme quelle dei suoi dei suoi protagonisti, dei suoi biografi e osservatori, delle vittime e degli apostoli: da Trockij, Plotkin, Lenin e Stalin a Robert Allen Zimmerman (Bob Dylan), dal partigiano Kim del Sentiero dei nidi di ragno a Bucharin, Rosa Luxemburg, Gianni Rodari, Marina Cvetaeva.

Nella cosmogonia del mito sovietico i giganti della rivoluzione guidati da Lenin uccidono Crono insieme ai titani e danno origine all’ottobre 1917. A questo si sovrappone il tempo che ne ha custodito i germogli e quello che ne è seguito, la Rivoluzione ungherese, la Perestroika, la Resistenza italiana, la sollevazione del popolo messicano in seguito alle elezioni del 2006, e il tempo presente, che si tappa le orecchie e non guarda indietro. La storia è una pianta dal fusto gigante e i suoi anni sono fiori che si propagano per gemmazione, talee e mutazioni: il ‘17 è un garofano rivoluzionario ormai squamato dal tempo, il ‘56 suo figlio biancospino, il ‘69 un fiore primitivo e mutageno con le spine morbide e i petali acuminati, il ‘22 un fiore secco, una spiga denutrita, il ‘70 l’anno delle ginestre, il ‘41 un fiore selvaggio, figlio di un amplesso del tempo con Hitler e Stalin. E i fatti e personaggi narrati vengono tanto dalla cronaca storica quanto da versioni devianti della stessa, strappate alla letteratura e a mondi paralleli e alternativi in un complesso gioco prospettico volto a piegare la realtà storica alle divinità del racconto e quest’ultimo alla verità della storia.

 

Il pretesto e il fine di questo perdersi nelle vite degli altri è il proposito del narratore di scrivere una lettera al padre la rivoluzione, di «andare a conoscere l’uomo lontano, il secolo che si allontana da me, e poi riscriverlo, inventarlo un poco ancora», e il libro è il resoconto dei tentativi accumulati cercando di superare il paradosso dello storico-biografo alle prese con viaggi spazio-temporali: «sono straniero alla storia che interrogo, al tempo del padre,  quel tempo ha pure la sua geografia, il suo habitat, i sedimenti da riportare alla luce [...] tutta la storia è un sotterrare uomini e riesumarli nel corso del tempo».

L’io che scrive è «colui che vede, è il percettore, io dice “io” per dire il mondo che può toccare, sapere, fraintendere», e se Baroncelli è un chimico che spreme la vita nelle sue gocce essenziali e Franzosini è un alchimista che gioca con ingredienti e allegorie, Orecchio lavora nel campo della meccanica quantistica, scontrandosi con le infinite possibilità della storia e con il fatto che la probabilità di realizzarsi di ogni esistenza sia intimamente legata all’atto di osservarla e nel momento in cui scegliamo cosa illuminare con il nostro sguardo, improvvisamente si spengono tutte le altre realtà possibili.

La lingua di Mio padre la rivoluzione sembra fatta per questi sofismi; non solo abita comodamente i periferici quartieri dell’ibridazione letteraria, ma vi costruisce torri, palazzi, monumenti e altari rivoluzionari. La voce che mette insieme i racconti – una scrittura al tempo stesso senza fiato e con il respiro lunghissimo dei passaggi lungo il Volga – è prigioniera dello sprawl del tempo presente e da qui cerca di scrivere una lettera a suo padre la rivoluzione facendo i conti con i limiti di un linguaggio che non può tradurre le vite passate senza sporcarle di un accento straniero. L’unica soluzione è aggirare l’ostacolo, lasciarsi contaminare, permettere che la voce dei personaggi risvegliati abbia la nostra voce e che i bordi della realtà si pieghino per poter viaggiare nel tempo e dialogare con i suoi fantasmi.

Delle tre biografie ibride, questo è l’esperimento più audace, un atto di fede nelle possibilità della scrittura di farsi macchina del tempo e lingua universale nella convinzione che “le righe scritte assomiglino a strade sterrate, sentieri non illuminati tra i campi” e che valga la pena percorrerle per trovarsi dall’altra parte.

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