Vitaliano Trevisan. Un ponte, un crollo

Una volta Vitaliano Trevisan mi mise le mani addosso. Ad Asiago, il bellissimo altopiano che sovrasta la nostra città comune, Vicenza. All’ingresso di non so più che evento culturale. Forse una decina, o dozzina di anni fa. Sono un disastro con le date, e in generale la memoria funziona più a frammenti che con un approccio storico: ricordo quel che ricordo, quando capita. E poi sono benedetto da una sorta di oblio delle cose spiacevoli. Anche questo episodio me l’ero pressoché dimenticato. A ricordarmelo è stato proprio lui, pochi mesi fa. Con la prima di una serie di telefonate che ricucivano un rapporto sfilacciatosi tanti anni prima. 

 

Può sembrare strano citare un fatto simile. Strano come commemorazione di un morto. Strano, ovviamente, il fatto in sé. E strano che sia stato lui – diciamo, esagerando: l’aggressore – a ricordarlo a me, l’aggredito. Ma chi ha conosciuto Vitaliano di persona sa che nulla di tutto questo è strano davvero. 

Così come nella sua scrittura, c’era sempre in lui un senso di minaccia incombente. Dietro lo sguardo glacialmente ironico di quegli occhi azzurrissimi, la possibilità di qualcosa di imprevedibile. E pericoloso. E così, raccontare quell’episodio di tanti anni fa è il modo per provare a ricordare uno scrittore gigantesco che è stato un uomo impossibile, complicatissimo, spigoloso come nessuno. Un modo onesto, che forse – forse, che Dio perdoni – non gli sarebbe spiaciuto. O non troppo. 

 

Cosa gli avevo fatto? O meglio: cosa pensava gli avessi fatto? Posso solo avanzare delle ipotesi. Mi stavo avvicinando alla politica, all’epoca. Sono certo disapprovasse. E che lo vedesse come una sorta di tradimento, nel segno dell’utile, dell’amicizia disinteressata che avevamo avuto. Chissà. Non gliel’ho chiesto, quando me l’ha ricordato. Ero sconcertato dalla telefonata, del tutto inattesa. Poi dal ricordo rimosso. E poi, e forse più ancora, dal suo scusarsi per quel lontano episodio. Vitaliano che si scusa? Una cosa rara, quasi scioccante. Perché era caparbio, ossessivo, patologicamente capace di convincersi di essere nel giusto. 

Non lo ricordavo neppure, gli ho detto. Io invece ci ho pensato spesso, mi ha risposto.  

La nostra amicizia era nata a cavallo del millennio, e aveva accompagnato anche i suoi primi veri successi. Lui aveva una ventina d’anni più di me. Abitavamo, all’epoca, vicini. Io dentro e lui subito fuori le mura storiche di Vicenza. Si facevano passeggiate, si parlava. Non era difficile, già all’epoca, leggergli in faccia – negli occhi, quegli occhi – quando non stava bene. Quando era artificialmente calmato dai farmaci. Quando era smanioso. 

 

L’amicizia a un certo punto è finita. Strade diverse, episodi, interesse sfumato… Non so. Per molto tempo, e a parte gli occasionali incontri in città, Vitaliano è stato solo Trevisan: lo scrittore, il drammaturgo, l’attore. Ho continuato a seguirlo, naturalmente, e soprattutto a leggerlo. Ritrovando ogni volta nelle sue pagine – in quel ritmo tutto suo che rende così facilmente distinguibile la sua prosa dalle altre – il senso della voce che avevo conosciuto anche di persona. Musicale, ossessiva, oscura, dolente, minacciosa, lucidissima, costantemente sul ciglio del precipizio e del crollo.        

Fino a quella telefonata, la prima di una serie. Agosto 2021. Un po’ di racconti sulla vita, i suoi ultimi anni divisi tra Pisa – e il sogno sorprendente di costruire una famiglia – e l'isolata frazione vicentina in cui si rintanava a scrivere. E poi la richiesta: puoi scrivere la prefazione a Lasciai la terra mia? In fondo, eri stato tu a chiedermi di scriverlo, e lo voglio ripubblicare.

 

 

Bizzarro: anche questo non lo ricordavo, finché non me l’ha menzionato. Poi è riemerso. Poi l’ho riletto. Era il 2005-2006. Coordinavo una piccola pubblicazione vicentina chiamata senza vergogna Citylights. Peraltro finanziata dal Comune. Trevisan era già un personaggio urticante, scomodo. Non solo per se stesso e chi gli voleva bene, anche per i mondi istituzionali. Volevamo, lui ed io, pubblicare un suo scritto che parlasse della vicentinità. Ma non si poteva e non voleva farlo a suo nome. Inventò un espediente: firmarlo con uno pseudonimo, inventarsi un’identità fittizia. Aron Grunberg, architetto olandese giunto in moto qualche anno prima nella città berica a studiare l’architetto da cui era ossessionato: Palladio. Grunberg / Trevisan racconta in prima persona, avvalendosi di una lingua che è un italiano antico da antichi tomi, perché l’olandese così lo aveva assimilato. 

Iniziava così: 

 

Lasciai la terra mia, piatta di sotto il mare, or sono tre inverni e la quarta estate ormai. Doveva essere, così l'intendimento mio, un viaggio breve, giusto il tempo di veder con gli occhi, e toccar con mano, e penetrare infin col corpo tutto, le maravigliose fabbriche e le ville dell'architetto sommo ch'io avea fino ad allora, con grande accanimento, infinite volte sulla carta compulsato.

 

Un racconto brevissimo, caustico, intimamente divertente, argutamente ironico verso una terra amata e odiata con uguale trasporto. Si concludeva con la morte dell’autore, raccontata in epilogo da un articolo di giornale: decapitato da un treno dopo un incidente in moto. Fine del racconto in prima persona. Fine di una storia. Fine del rapporto con Vicenza, così descritta nelle pagine del racconto: 

 

Si spiega forse così il carattere di una città che, dopo avere a lungo frequentata, parmi ospitale, e quivi io trovai svaghi ed amicizia, ma gli uni e gli altri freddi, i primi a volte disperati, la seconda come distante a sé stessa, magari piena di cortesia e d'affetto a volte sorprendente, ma di quell'unico modello che si può avere con persone occupate, che han fatto fortuna a forza di travaglio, e con ciò si sono abituate all'egoismo, cioè al travagliare per sé sole, giacché se avessero travagliato per altri, non avrebbero fatto fortuna. 

 

Un piccolo gioco di identità e travestimenti per riflettere su una delle terre più elusive d’Italia, sfacciatamente esibita nelle bianche forme delle architetture palladiane ma sempre segreta, sempre nascosta. 

Trevisan voleva ripubblicare il racconto, anzi pubblicarlo per la prima volta in forma ufficiale, a firma sua. E appunto mi aveva chiesto di scriverne l’introduzione. 

Nelle settimane successive ci siamo sentiti spesso. 

 

Fino al crollo. Settembre, poi ottobre. Prima del ricovero coatto in Psichiatria. Telefonate notturne, in orari impossibili. Un’ora ad ascoltarlo mentre in auto rientrava dalla Toscana a Vicenza. Un’ora di sostanziale monologo, fatto di racconti dettagliatissimi e impossibili. Disturbato e disturbante eppure paradossalmente lucidissimo. Distorto, ma lucidissimo. Come chi parte da una premessa sbagliata su cui però edifica il più lineare degli edifici – di nuovo l’architettura, d’altra parte uno dei mestieri, dei Works, praticati a lungo da Vitaliano prima di diventare Trevisan. 

Una pena, ascoltarlo così. Paranoico, ossessivo, ferito, braccato. Completamente diverso dal Vitaliano che avevo ritrovato solo poche settimane prima. E insieme sofferente, spaventato, incazzato.  

 

Alla fine mi aveva ringraziato. Anche questo stranissimo, come avermi chiesto scusa un mese prima per quella lontana aggressione (che diavolo, poi, era successo? che ci siamo detti? come è finita?). Perché era uno fiero e asciutto, Vitaliano. Spigoloso ed essenziale. Niente salamelecchi, niente convenevoli, niente small talk. 

Grazie… Per cosa? Hai fatto molto a stare con me al telefono in questo viaggio. 

Forse alla fine solo per averlo ascoltato – mentre per l’ultima volta faceva quello in cui era il migliore, e per cui in tanti lo amavamo: raccontare la sua storia, non una ma la sua, tra confusione e lucidità, tra biografico e universale, tra sanità e follia, tra strade da consumare e ponti sempre sul punto di crollare. 

 

In questo inverno strano, tutto é secco fuori del mio cuore, e questo non esercitandosi mai, l'animo mio é ormai in istato di lasciar da parte il bello per l'utile.

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