W la filosofia!

Ma veramente c'è chi pensa che la filosofia sia tossica? E che, se fino a Galileo qualcosa forse da dire lo aveva, dopo l'affermarsi della scienza basta, via, la filosofia si sbricioli come la crisalide, per far posto, tutto il posto, alla trionfante farfalla della scienza? La tesi si può leggere in La crisalide e la farfalla di Edoardo Boncinelli (Milano, Raffaello Cortina editore, 2018). Un neorobiologo all'attacco della filosofia e delle discipline umanistiche, con l'intento di rafforzare nelle scuole, quali materie regine, le scienze naturali, la matematica e l'informatica. Via la filosofia, magari anche il latino e il greco, residui dell'idealismo crociano e gentiliano, per fare posto unicamente alle scienze della verità e alla verità della scienza. Via il pensiero critico, l'immaginazione, la scrittura e la fantasia, il ricorso all'argomentazione e alla riflessione, che solleticano, sembrerebbe, la diffusa ignoranza e portano a negare l'efficienza dei vaccini nella prevenzione delle patologie e così via.

 

Orbene, è nota l'efficacia, in retorica, all'argomento del fantoccio di paglia sul quale caricare esageratamente tutte le negatività per poterlo poi legittimamente bruciare. E chi lo usa, in questo caso Boncinelli, è perché sa usarlo e ha imparato a farlo, e dove se non nella scuola umanistica? Sarà che io, forse per i lunghi anni trascorsi in Germania, paese che non mi sembra in stato di particolare decadenza, ho invece una forte inclinazione per la visione humboldtiana dell'istruzione, intesa come formazione della persona tramite lo studio delle scienze e delle arti e delle discipline umanistiche, lasciando gli specialismi a fasi successive. Si tratta dell'ideale della formazione («Bildungsideal») elaborato da Wilhelm von Humboldt nella prima metà dell'ottocento – le buone idee non invecchiano mai – in cui tra l'altro la filosofia avrebbe dovuto costituire una sorta di scienza di base per permettere uno scambio permanente tra i rappresentanti delle varie discipline.

 

Quanto alla cultura classica, viene paradossalmente dalla Germania dei nostri giorni – dove già nel 2007 c'era chi gridava entusiasticamente Viva il latino! (Wilfried Stroh, Latein ist tot, es lebe Latein!, Berlin, Ullstein, 2007) – l'invito a non trascurarla, anzi ad applicarsi al suo studio per meglio comprendere il presente. Lo sostiene l'iniziativa epiStoa, aperta a chiunque in Europa ne condivida i principi, fondata da un neuroscienziato che ha a cuore l'incoraggiamento della cultura necessaria per comprendere e mantenere i valori europei dello stato di diritto e dei diritti umani, e questo in stretta correlazione con la promozione delle lingue antiche proprie all'Europa, ossia il latino e il greco. L'iniziativa ritiene che lungimiranza, coraggio civile e sorveglianza, oltre che una solida cultura politica, siano gli elementi più importanti nella protezione dello stato di diritto e dei diritti umani.

 

Ma torniamo alla filosofia. Già, la filosofia. Bella e divertente, e come quasi tutte le cose belle – scrive Boncinelli in La farfalla e la crisalide – inutile se non ingannevole perché non in grado di dimostrare la validità di ciò che afferma. Inutile e illusoria come una costellazione che raggruppa arbitrariamente alcune stelle dando all'insieme un senso che non hanno. Interessante finché ha fatto da incubatrice alla scienza grazie a due caratteristiche che con essa condivideva, curiosità e libertà: la curiosità che ha spinto a interrogarsi sulle cose del mondo e la libertà di averlo potuto fare senza dover seguire costrizioni e rivelazioni. Ma già queste parole di limitato apprezzamento da parte di Boncinelli sono messe subito in causa dalle sue critiche a Platone e alla dottrina delle idee, dove «ci sarà anche qualcosa di costruttivo ma nessuno sa cosa». Per esempio Boncinelli dichiara di non riuscire a comprendere che cosa siano il Bene in sé, e soprattutto il Bello e il Giusto, che sono a suo avviso sempre relativi a ogni civiltà e a ogni individuo. Non così per il Vero, che gode di uno statuto speciale nelle scienze, soprattutto quelle in cui non ricorre la sperimentazione, quali aritmetica e geometria. Mentre Platone dichiara vere proposizioni astruse e lontane dalla realtà. Tra l'altro la filosofia, riconosce Boncinelli, si svolge a livello astratto e mentale come la matematica, ma la somiglianza finisce lì; la matematica definisce infatti i suoi concetti in maniera chiara e univoca mentre la filosofia, non procedendo allo stesso modo (e Descartes?!), dà luogo a discussioni sfuocate, da Bar Sport.

 

In più la filosofia, con la metafisica, procede con affermazioni che qualcuno prende sul serio ma sono un puro gioco intellettuale; soltanto le operazioni della logica non possono fallire, perché partendo da premesse vere non possono che condurre a conclusioni vere. 

Entrano poi nel quadro schizzato da Boncinelli, molti italiani di oggi (sic) che pensano che per arrivare alla conoscenza vera basti speculare intellettualmente; italiani che immagino andare a braccetto con quegli altri che preferiscono insegnare nella scuola l'opinione (con la filosofia) invece che la ragione (con la scienza). E che ci saranno anche, ma dei quali mi illudo – forse perché vivo tanto all'estero e non vedo le madri incinte di tutti questi imbecilli – che non siano in numero esorbitante ma tale da poterli ignorare e discutere invece seriamente tra scienziati (che conducono esperimenti) e filosofi che invece procedono in altra maniera. Anche se poi entrambi usano per esempio analogie e metafore, grandiosi strumenti conoscitivi se impiegati adeguatamente; attrezzi manipolatori falsi come nel caso del paragone di Boncinelli del rapporto tra filosofia e scienza con lo sviluppo della farfalla dalle fasi di larva, crisalide e farfalla, in quanto poco esso ci dice sul ruolo della filosofia in rapporto alla scienza ma molto su ciò che Boncinelli ritiene in merito a tale rapporto.

 

Tra l'altro nel saggio i contenuti della filosofia vengono ricostruiti e presentati con l'aiuto di manuali liceali, che si presume contengano «la filosofia» nel suo insieme; in ben altro modo invece viene presentato lo studio universitario della fisica: confrontato con un insegnamento slegato dai contenuti del manuale liceale su cui Boncinelli avrà studiato come tutti, l'autore se ne dichiara sconvolto: «dovevo dimenticare tutto quello che avevo sempre saputo e quello che avevo sempre pensato. Entrare in questo mondo mi costrinse appunto a fare piazza pulita delle mie convinzioni più radicate, e non si trattava di fisica avanzata, ma, specialmente all’inizio, della semplice fisica classica. Fu uno shock che non scorderò mai e la più bella dimostrazione, vivente direi, di quanto il mondo della scienza fosse radicalmente diverso da tutto quello che il mio cervello era abituato a pensare».

 

 

Forse anche la filosofia non da manuale è questo; uno shock, un coup, uno squillo, un canto? Come il canto del gallo che Donatella Di Cesare nel suo La vocazione politica della filosofia (Torino, Bollati Boringhieri 2018) pone come animale della soglia tra sonno e risveglio, giacché la veglia, afferma Di Cesare, è «il preludio della filosofia». Nella veglia, nell'attesa della luce chiara del giorno, che desta stupore, canta il gallo: quel gallo che Socrate dopo aver bevuto la cicuta chiede venga sacrificato ad Asclepio, come riportano le ultime battute del Fedone. Il gallo, animale di sacrificio da immolare allo scopo di celebrare la guarigione dalla malattia del vivere. Il gallo, animale della soglia tra oscurità e chiarezza, veglia e sonno, animale del limite dunque, come le domande-limite della filosofia, che stanno sul punto del limite per valicarlo e uscirne fuori. La filosofia – dice l'intenso saggio di Donatella Di Cesare, proponendo una riflessione sul ruolo di tale forma e disciplina del pensiero e cercando di darne una definizione – si affaccia sulla soglia e guarda oltre, per esempio nelle «profezie del salto» di Marx e Kierkegaard, filosofi divergenti quanto speculari nel loro salto, verso l'esteriorità Marx, rivolto all'interiorità Kierkegaard. 

 

Anche se il titolo potrebbe trarre in inganno, lasciando immaginare filosofi sulle barricate, Di Cesare non sostiene certamente la coincidenza tra filosofia e politica, né quella tra filosofia e democrazia e nemmeno la priorità della democrazia sulla filosofia, come suona il titolo di un saggio di Richard Rorty. Ciò cui qui si dà luogo è il tema della vocazione la quale è chiamata, voce, invocazione, canto, canto del gallo che con la sua potenza sonora rompe il silenzio, apre la porta ed e-voca, ovvero, letteralmente «chiama fuori». Serve a qualcosa questo richiamo, ha utilità pratica, porta profitti e guadagni, risolve problemi? A quest'ultimo aspetto provvede lo scienziato, commenta Di Cesare, riconoscendo alle scienze capacità e ruoli precisi. Cortesia non ricambiata, s'è visto, da Edoardo Boncinelli. La scienza, riconosce Di Cesare, percorre la via regia verso la soluzione dei problemi e l'appagamento progressivo della conoscenza. Ma la filosofia precede la scienza, e non certo per tirarsi indietro e autodistruggersi nel momento di separarsi da quella, come la crisalide che, dopo essersi aperta per lasciar uscire la farfalla, si secca e perde la sua funzione. Che l'analogia proposta da Boncinelli non sia valida, proprio come non fu valida, ce lo illustra lui stesso, l'analogia della struttura dell'atomo con quella del sistema solare, dal momento che troppe specificità atomiche trascurava e oscurava? 

 

La filosofia di cui Di Cesare parla con passione e trasporto ha un movimento alato, verticale, lungo il quale si muovono quei «sublimi migranti del pensiero» che sono i grandi filosofi. Eppure da quella posizione eretta la filosofia riesce pure a inclinarsi – sia reso omaggio a Adriana Cavarero – con un gesto di attenzione e cura, verso la polis, per risvegliare la comunità assopita nel sonno individuale, e qui Di Cesare segue le intuizioni e le immagini mentali di Walter Benjamin. Non è un caso dunque che l'autrice affidi il compito politico della filosofia alla poesia, come fu il caso di Dante, poeta e pensatore dell'impegno politico che prese partito e si espose pubblicamente. Come non è un caso il fatto che il poetare e l'impegnarsi politicamente si incontrino e si fondino nella etimologia dei termini in gioco tedeschi, latini e greci. Comporre poesia, commenta Di Cesare, si dice in lingua tedesca dichten (dal latino dictare), ma dichten sta anche per condensare, addensare. Lo stesso significato, aggiungo, del termine im-pegno (dal lat. pignus), legato ai significati del verbo latino pango e di quello greco pēgnymi, vale a dire addensare, consolidare, coagulare; che è quel che fa la parola politica quando si incarna nell'impegno o introduce il patto e la pace. Questo mentre i filosofi non dovrebbero fare a meno di intervenire politicamente nel mondo, eventualmente dalla posizione an-archica, quella di Di Cesare, svincolata dal potere e dal comando – uno dei significati del greco archè – ma non dagli altri suoi non meno pregnanti significati, origine e principio.

 

Se non tutti i filosofi, alcuni almeno ci provano, a intervenire politicamente, per esempio le filosofe che alla fine di ottobre, in Italia, si sono costituite nel Fronte delle Filosofe. O la pubblicista e filosofa austriaca Isolde Charim, che col suo saggio Ich und die Anderen. Wie die neue Pluralisierung uns alle verändert (Io e gli altri. Come la nuova pluralizzazione ci cambia tutti, Wien, Zsolnay, 2018), ha ricevuto nello scorso mese di settembre il Philosophischen Buchpreis 2018 (Premio librario per la filosofia) da parte dell'Istituto di ricerche filosofiche di Hannover con la motivazione che vi si affrontano con sensibilità filosofica questioni di stringente attualità (migrazioni, individualismo e "singolarità", populismo etc.). Qui la riflessione filosofica oltre che bella si rivela anche utile. Perché offre un concetto, un'idea, uno spunto di riflessione, benché privo di convalide sperimentali ricostruite in laboratorio. 

 

Vi è mai capitato, trovandovi dalla parte dei binari in qualche grande stazione ferroviaria di testa, un po' vecchiotta, alla Centrale di Milano o a Roma Termini ma anche a Francoforte o a Berlino, o alla Penn Station di New York, di osservare il movimento dei passeggeri, in attesa di partire o già scesi dai treni, e di ammirare il modo in cui questo particolare traffico, composto da persone di diversa origine, si regoli spontaneamente in mezzo a bagagli, passeggini, veicoli per la pulizia o il trasporto? Una piccola società indaffarata che si incontra e si regola, senza prescrizioni e obblighi precisi, attraverso le differenze. Ecco, questa è la metafora con la quale si potrebbe rappresentare la «zona incontro», anch'essa una metafora, con la quale Isolde Charim presenta il suo concetto di una società formata da partecipanti diversi tra di loro ma dotati di pari diritti. Una società pluralista in cui ognuno è modellato non da un sovrappiù quanto da un ritiro identitario, un meno dunque, un meno che in quanto tale unisce. E dove l'unione e il confronto delle differenze non le sopprime ma le lascia così come sono, riducendone il peso. I particolarismi si relativizzano e la zona di incontro viene ad assomigliare allo «spazio della pluralità» di Hannah Arendt, nel quale si odono voci diverse che articolano le più diverse opinioni e posizioni.

 

Il fatto è che, benché alcuni si sforzino di chiudere gli occhi per non doverlo riconoscere, viviamo in una società pluralizzata, dalla quale non c'è via di ritorno al passato e alla sua reale o inventata omogeneità. Di questo scrive Isolde Charim, 59 anni, nata a Vienna, studi di filosofia, giornalista, docente all'Università di Vienna. 

Nella società pluralizzata che è quella europea, paese più paese meno, le migrazioni avvenute e in corso modificano, senza particolari intenzioni ma unicamente con la loro presenza, tutti quanti, anche gli aborigeni. Il fenomeno delle migrazioni ha contribuito a dare origine, insieme ad altri fattori, alla recente terza forma di individualismo. Essa segue la prima forma, che si impose tra ottocento e novecento, quando gli individui, liberati dalla società di ceto, divennero uguali giuridicamente e politicamente sentendosi, da eguali, parte di un tutto che si incarnava nella nazione; e alla seconda forma di individualismo, quella articolatasi intorno ai movimenti ribellistici di richiesta di riconoscimento delle differenze e delle minoranze degli anni '60 e '70 del novecento. Segue le due forme, il terzo tipo di individualismo nel quale oggi viviamo, nell'analisi di Charim, ma se ne differenzia in quanto non si basa più su valori collettivi e ricerca di uniformità (lavoro e istruzione e sanità uguali per tutti) ma su una esaltazione della propria unicità; qualcosa di simile alla «società della singolarità» di cui tratta Reckwitz (cfr. il mio intervento su questo sito). Nel terzo individualismo non si ama più né iscriversi collettivamente a partiti né farsi rappresentare da altri delegando loro la parola: si pretende invece di essere ascoltati e di esprimersi direttamente, illudendosi di intervenire in prima persona. Allo stesso tempo l'individualismo del terzo tipo, cioè della pluralizzazione, significa esperire la contingenza proprio nel cuore dell'identità di chi siamo e di come ci poniamo di fronte a ciò che siamo. 

 

Il saggio di Charim applica analisi teoriche a problemi pratici coi quali siamo quotidianamente confrontati: le migrazioni, le trasformazioni sociali che queste suscitano, le reazioni di respingimento del populismo di destra. Che è, al di là di chi ripete che il concetto riassume troppe cose perché lo si possa definire chiaramente, una strategia politica per costruire un fantasma di un popolo omogeneo, non plurale; e che funziona sulla base della costellazione amico («noi», il popolo e i leader che lo capiscono e ne interpretano la volontà) – e nemico, dove il nemico è duplice: verso l'alto, le esecrate élites e la disprezzata casta (nella quale si finisce per ricadere una volta al governo); verso il basso migranti, profughi, richiedenti asilo.

La filosofia di Charim avanza domande, ma propone anche risposte: affrontare la mutata realtà sociale non affermando il proprio io o il «noi» escludente ma accettando di essere «meno io». Charim critica la pratica dell'integrazione, che la politica non si stanca di riproporre, perché essa offre l'immagine di una società statica che crede di poter rimanere com'è tramite l'integrazione intesa come un certo livello di adattamento dei nuovi arrivati. E propone al suo posto la deregolazione ovvero la zona di incontro. E ci ritroviamo alla stazione. 

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