La solitudine dell’architetto

Recentemente Stefano Boeri, per spiegare alcune sue prese di posizione in merito a diverse questioni riguardanti la città di Milano non in linea con quelle del sindaco Giuliano Pisapia e della sua giunta, ha avuto modo di affermare: “Nel modo in cui faccio politica ho portato molto del mio lavoro: un progettista lavora spesso in solitario”.

 

A prima vista l’affermazione può apparire paradossale, o forzata. Chi meno solitario dell’architetto? Ovvero, chi più dell’architetto è – verrebbe da dire “per antonomasia” – inserito all’interno di un tessuto relazionale, è immerso nel corpo vivo della società? Chi è più teso – e a volte addirittura conteso – tra committenti, amministratori, finanziatori, costruttori, esecutori, semplici cittadini, abitanti, utenti? Per non parlare dei suoi stessi collaboratori, degli eventuali allievi, ammiratori, lettori – uno stuolo di persone che, letteralmente o metaforicamente, affiancano pressoché in ogni circostanza l’architetto. Insomma, chi è più “pubblico” dell’architetto?

 

E tra gli architetti che calcano la scena milanese e italiana attuale, chi è più “pubblico” di Stefano Boeri? Tanto “pubblico” da aver potuto compiere addirittura il fatidico passo che l’ha portato ad abbracciare la politica, che fra tutte le attività è quella che maggiormente pone al proprio centro la gestione e la cura della “cosa pubblica”.

 

Se tuttavia Stefano Boeri ha parlato della “solitudine” dell’architetto quasi questa fosse una condizione “normale”, “naturale”, o quantomeno “possibile”, e non altamente paradossale, come parrebbe, allora vi dev’essere qualcosa nella figura e nel ruolo dell’architetto odierno – e forse nell’Italia contemporanea più che altrove – di non del tutto “normale”, che merita di essere osservata con un po’ più di attenzione.

 

Dicendo che nell’agire in modo “indipendente” egli rifletteva – e in larga misura replicava – il proprio “profilo” di architetto, Stefano Boeri ha rivelato in maniera forse inconscia ma sicuramente significativa una verità tanto sorprendente quanto probabilmente diffusa. Nell’Italia di oggi l’architetto non è più al centro della società, non esprime più un sentire comune – un sentire a cui pure proprio l’architetto saprebbe probabilmente dare voce meglio di chiunque altro.

 

La marginalizzazione dell’architetto è un dato di fatto inoppugnabile, e non certo da adesso. Al suo progressivo innalzamento nella gerarchia sociale fino al (raro ma possibile) riconoscimento del ruolo di “genio-mago” delle costruzioni, corrisponde una sempre maggiore limitazione dell’estensione del suo potere. Oggi l’architetto al più è “utilizzato”, diventa una semplice “competenza” in un quadro più vasto di competenze, uno “specialista”. Tali sono Zaha Hadid, Daniel Libeskind e Arata Isozaki a CityLife, tale è stato Frank Gehry a Bilbao.

 

Nella sempre più frequente assimilazione a un artista, o a uno stilista, l’architetto perde la sua tradizionale capacità di prefigurare società, e mondi, oltreché edifici. Ma forse potrebbe essere anche l’esatto opposto: nella perdita della sua tradizionale capacità di prefigurare società, e mondi, limitandosi ai soli edifici, l’architetto finisce per assimilarsi a un artista, o a uno stilista.

 

La solitudine dell’architetto è un dato preoccupante, inquietante, su cui varrebbe la pena di riflettere. Ed è un segnale tutto sommato confortante che chi voglia tornare a occupare un ruolo centrale nella società, chi voglia cercare di esprimere pienamente il proprio sentire “pubblico”, decida di lasciare (almeno momentaneamente) la professione di architetto e provi a misurarsi con la politica.

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