Ragni e formiche

Cosa sono ragni e formiche per noi sapiens? Sui ragni ci sono pochi dubbi. Fanno ribrezzo, ci spaventano. Li guardiamo con orrore quando con le loro otto zampette sembrano muoversi dove noi non possiamo arrivare. Ci sentiamo minacciati alla loro vista, il nostro corpo potrebbe diventare una superficie da percorrere. Si temono le loro punture, li si immagina tutti come fameliche tarantole pronte a colpirci proditoriamente.

 

È la rapidità a spaventarci, insieme al modo furtivo in cui fanno ingresso nelle nostre vite. Primo Levi li associava alla morte: le ragnatele infatti coprono gli oggetti che abbiamo abbandonato, i luoghi dimenticati. Wells, il padre della letteratura fantascientifica, li immaginò capaci di organizzarsi per colpire gli umani. Nello splendido racconto “La valle dei ragni” (scritto nel 1903 e ora riproposto da Adelphi ) aracnidi di enormi dimensioni – la metà della mano di un uomo – si muovono in nuvole lanuginose simili a meduse, trascinate e guidate dal vento. Individuata la preda, la intrappolano con le ragnatele e la uccidono, come capita ad uno dei protagonisti del racconto, l’indiano dal viso emaciato che aiuta il padrone a rintracciare una giovane meticcia sfuggita alla sua passione. Colpisce che Wells metta in scena un’azione concertata collettivamente dai ragni. Normalmente il ragno ripugna (o attrae per la sua sapienza d’architetto) nella sua singolarità. Dandogli uno spessore sociale, l’avversione diventa altro, una specie di metafisico spavento per la nostra possibile fine. È il plurale a stordirci, perché diventa traccia di scenari che sembrano definitivamente escluderci.

 

È la stessa conclusione a cui conduce l’altro racconto di Wells compreso nell’edizione, “L’impero delle formiche”, risalente al 1905 . Il suo impatto però è diverso. Perché le formiche che hanno colonizzato le sponde del Rio delle Amazzoni e contro le quali si infrangono gli inutili tentativi di reazione del capitano Gerilleau in fondo sembrano aver portato a compimento una traiettoria evolutiva plausibile, da insetti sociali a inesorabili guerrieri. E poi non c’è niente da fare, è difficile che le formiche ci spaventino. Semmai ossessionano, come le formiche argentine di Calvino. A prevalere verso di loro è lo sguardo distanziato (e ammirato) di chi ne osserva la laboriosità, come quello di Montale nei confronti delle formiche rosse di “Meriggiare pallido e assorto”. In effetti le formiche ci assomigliano, compiono azioni che ci sono riconoscibili. I ragni, invece, ci sono estranei. Per questo li pensiamo inesorabili, come le ragne-Parche che tessono i nostri destini.

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