Petrarca in collina

Ogni epoca, per oscura che appaia, ha le sue stelle. Già in vita Francesco Petrarca è una star del suo tempo. Qualcuno dirà: felice l’epoca che ha avuto una stella di quest’ordine. Se l’astronomia si occupa delle stelle celesti, visibili e invisibili, e l’astrologia di quelle altrettanto potenti del nostro immaginario, la scienza delle stelle terrestri è indubbiamente l’aneddotica. Quella del poeta ad Arquà è estremamente ricca, a dispetto della tranquillità che l’uomo viene a cercare da queste parti, nella cornice idilliaca dei Colli Euganei. In questo borgo Petrarca si trasferisce nel 1369 in cerca di isolamento e di silenzio, a ritrovare la Valchiusa che tanto aveva ispirato le sue canzoni,. In una lettera inviata a Francesco Bruni nel 1371 scrive: “Fuggo la città come ergastolo e scelgo di abitare in un solitario piccolo villaggio, in una graziosa casetta, circondata da un uliveto e da una vigna, dove trascorro i giorni pienamente tranquillo, lontano dai tumulti, dai rumori, dalle faccende, leggendo continuamente e scrivendo”. Qui lo schema sembra essere lo stesso che aveva opposto ad Avignone – la Babilonia della cattività francese dei papi cattolici – il paesaggio della Valchiusa, solitario e votato alla poesia, luogo terreno di un dialogo con sé e con Dio, ma anche luogo di una nuova forma di vita, quella dell’intellettuale ritirato, opposto al chierico della scolastica.   

 

In realtà probabilmente Petrarca si alternò tra la casa di Arquà e quella canonicale a Padova, situata dietro il Duomo. In ogni caso si trattò di un periodo di grande tranquillità, in una vita tutta mossa dalla ricerca esistenziale e dalla curiosità intellettuale, oltre che segnata sin da subito dalle vicende familiari, come l’esilio del padre Petracco da Firenze, guelfo bianco come il suo amico Dante. Leggendo le notizie biografiche avvertiamo anche come la sua sia stata una vita modernissima ante litteram, svoltasi in un vagabondaggio senza sosta tra Carpentras, Montpellier, Bologna, Avignone, Roma, Milano e Venezia, oltre al lungo viaggio del 1333 in Francia e nell’Europa settentrionale. Se pensiamo alla vita di Petrarca come pensiamo alle nostre, in termini spaziali ovvero in forma di cartografie, allora questi nomi di città sono la metafora di una vita che ha avuto nell’erranza la sua cifra. Sempre e ovunque ramingo, esule: Peregrinus ubique, dirà di sé nelle Epistole.

 

 

La casa di Arquà (ora Arquà Petrarca), che un’altra lettera descrive come “piccola, decorosa e nobile”, viene fatta oggetto di visita e di ammirazione già nel periodo immediatamente successivo alla morte del Poeta, avvenuta nel luglio 1374. Quasi una casa-museo ante litteram, si direbbe, o addirittura la capostipite di questo genere di luoghi di un culto tutto laico. E questo prima del turismo mondiale, prima della corsa organizzata al gadget, prima del business del souvenir. Già nel Cinquecento diventa una casa “petrarchesca” o “petrarchizzata”, decorata con affreschi ispirati al Canzoniere e con statue come il busto di Lucrezia dai Trionfi. Notevole, tra tutti, l’affresco dell’incontro tra Laura e il Poeta, una sequenza in tre tempi in cui rispettivamente Laura strappa il cuore al Poeta; il Poeta la incontra ma non la riconosce; Laura trasforma il Poeta in sasso.

 

È però soprattutto nel furto di parti del corpo che la vicenda del Petrarca ad Arquà conosce il suo nadir postumo. Si potrebbe dire che, in assenza di un’industria pianificata del souvenir, i visitatori si industriano: morto il poeta, il suo sarcofago tombale viene saccheggiato; ne vengono sottratte parti del corpo come reliquie; la Testa bronzea del poeta viene usata come bersaglio (ora è esposta in casa, crivellata dai colpi); i numerosi ospiti incidono il proprio nome sulle pareti di casa. Si dice “stella fissa”: può essere che chi ha intarsiato i muri ambisse a una stabilità di questo tipo nei luoghi della grandezza del poeta? Non si può mai sapere, anche se le stelle sono di fatto sempre prese da un qualche tipo di movimento, a dispetto delle apparenze. Che la venerazione discenda da Venere, la rende un genere particolarmente instabile, sempre in equilibrio precario. Chi meglio dell’autore delle Rime doveva sapere che “l’amorosa stella” che fiammeggia del suo “ardente lume” è anche spietata e crudele, perché amare significa stare sotto il suo irresistibile influsso? Ecco perché il Poeta sta tra l’Amore che “rinnova il tempo” e la Fuga che pure lo porta verso un altro Amore: “A la dolce ombra de le belle frondi / Corsi fuggendo un dispietato lume”. Del resto è pur sempre da Venere che arriva il lauro della Poesia.

Tra amor sacro e amor profano non c’è mai mediazione, così come non ce n’è tra la sacralità dell’amore e la profanazione dell’oggetto amato. L’amante tende verso l’amato, vi ambisce.

 

 

Ma in questa sua spinta tende a cancellarlo. L’ammirazione vira fatalmente verso il fanatismo e finisce per alimentarsi dei resti dell’altro: li ingloba per cibarsene, perché non c’è amore che non sia affamato di ancora più amore. Così capita anche a Petrarca e al suo cadavere, trattati come fonte inesauribile di reliquie. Nel Seicento vengono trafugate le ossa di un braccio; nell’Ottocento la stessa sorte tocca a una costola e ad altri frammenti d’ossa, durante il restauro della tomba ad opera del Conte Leoni, che saranno recuperati e reinseriti più tardi nello scheletro. In una lettera Leoni ricorderà del “teschio glorioso”: “quando la mattina 24 maggio 1843 fu aperta la tomba io solo presi ed ebbi in mano il bellissimo ampio cranio e lo mostrai alla folla” (corsivi miei). Questo gesto ostensorio che ricorda il culto di altre reliquie fa delle spoglie del Poeta un tesoro eucaristico. L’arca tombale sulla piazza della chiesa di Arquà è stata oggetto di un interesse ossessivo tanto da parte di storia allegre comitive di ubriaconi (celebre quella capitanata nel Seicento dal frate domenicano Tommaso Martinelli), quanto di équipe di serissimi scienziati. Nel quinto centenario della morte del Poeta un gruppo di medici e periti guidato dal prof. Giovanni Canestrini, allora docente di anatomia comparata dell’università di Padova, procedette a un’ulteriore esame dei resti della tomba. Correva l’anno 1873 e l’epoca era tutta votata alla fede positivistica nelle misurazioni antropometriche. Nel suo libro Le ossa di Francesco Petrarca il Canestrini stesso descrive il progetto di “prendere sul cranio tutte quelle misure che oggi l’antropologia considera come interessanti, illustrare il cranio con figure fotografiche e con disegni, e farne eseguire il modello in gesso”. Tuttavia in quell’occasione successe una cosa impensata, dato che gli oggetti possiedono indiscutibilmente una loro propria iniziativa: esposto all’aria dopo cinque secoli, il cranio si disintegrò “ridotto in una moltitudine di frammenti maggiori e minori che offrivano ben poca messe all’esame antropologico. In tali condizioni fui costretto ad abbandonare l’idea di far eseguire la fotografia ed il modello in gesso del cranio”.

 

 

Occorre certo chiedersi perché il corpo di Petrarca abbia sempre attratto gli animi. Cambiano le mode, anche quelle scientifiche, ma non viene meno la venerazione sino al feticismo. Non lo lasciano in pace, come se nelle ossa – e non nella poesia – ci fosse il segreto di Petrarca. Forse perché in un certo senso le ossa sono più facili della poesia? Sembra quasi che questa passione delle spoglie sia stata una sorta di prolungamento dell’esilio e che la vicenda del ramingo si sia prolungata nella impossibilità di un requiescat in pacem della tomba. 

Del resto le cose non finiscono qui. Prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale le spoglie sono traslate a Venezia per proteggerle a Palazzo Ducale sotto una pesante lastra di marmo e vengono riportate ad Arquà solo dopo la fine del conflitto. Ma anche in anni più recenti i resti sono stati sottoposti a meticolose analisi. Lo scheletro è stato riconosciuto autentico, grazie alle fratture ancora visibili di alcune costole che il Poeta aveva riportato dopo il calcio di un cavallo. Il teschio, invece, non è più quello andato sbriciolato a contatto con l’aria, ma uno integro che le analisi svolte in laboratorio a Tucson in Arizona mostrano chiaramente appartenere senza ombra di dubbio a un individuo di sesso femminile, morta almeno un secolo prima della nascita di Petrarca. Che stia proprio in questa sostituzione di un resto anacronistico e di un sesso non corrispondente una speciale e inattesa astuzia della storia?

 

 

In casa le sorprese non finiscono qui. Al visitatore è senz’altro offerta la possibilità di omaggiare le spoglie terrene della gatta (imbalsamata) del Petrarca. Si attribuisce al canonico Querenghi la definizione per cui non Laura ma questa gatta sarebbe stata il vero amore di Francesco, la sua massima fiamma, subito dopo la quale veniva la donna cantata dal Poeta. Così il Querenghi si immagina che parli la gatta: “Quand’ero in vita tenevo lontani i topi dalla sacra soglia, / perché non distruggessero gli ispirati scritti del mio padrone. / Ora pur da morta li faccio tremare ancora di paura: / nel mio petto esanime è sempre viva la fedeltà di un tempo”.

Una gatta che parla: come la poesia, anche la storia è piena di sorprese. A posteriori sorprendono perfino il Poeta che le ha involontariamente generate.

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