Credevamo che fosse una commedia

Nessun libro è antico. Ovvero: storie su come i libri sopravvivano a chi li ha scritti, a chi li ha letti e a chi li ha posseduti (anche senza leggerli).

 


 

Appena entriamo io e lei, Paolo, che ha lavorato per quasi quarant’anni alla Deutsche Rundfunk su commissione di RadioRai, ci guarda con un sorriso. Tedesca, no?, chiede a Raffaella. Sì, ma del nord. Ah, io stavo a Colonia, e per quasi due anni con Strehler non abbiamo fatto altro che andare avanti e indietro tra la Germania e l’Italia. Era il sessantuno, o forse un po’ più avanti. Aspettavamo che morisse Brecht, ma che morisse davvero una volta per tutte, mentre qui era tutto un fiorire di santi e santini brechtiani. Posso dirvelo, no? Due palle. Poi una risata spenta di nostalgia, giusto per farci capire da che parte eravamo arrivati.
Tre piani di casa in cui i libri sono divisi per mucchi accatastati a terra, per montagne che dal pavimento entrano quasi strisciando negli scaffali, dai ripiani più bassi fino al secondo o al terzo al massimo. Cominciamo a guardare.

 

C’è un corpo moribondo davanti a noi. Un corpo rosicchiato che non si è mai deciso se vivere o morire davvero. Testi introvabili, anche all’epoca del loro acquisto, appena aperti, appena letti, appena sottolineati. Mentre continuiamo a darci del lei, Paolo nota che a volte alzo la testa e guardo incredulo Raffaella, che invece guarda subito il libro che sto spolverando. Ecco, quello lì che ha in mano adesso, ad esempio, avrei voluto tenerlo, mi dice, che cos’è? È il convegno del ’63, del Gruppo ’63, quello di Palermo, dico io soffiando via la polvere e cercando di rimettere il volume in forma. Ah, sì, sì, ricordo che c’era anche uno della nostra città che aveva partecipato e per un periodo era stato anche piuttosto in voga lì in mezzo, ma poi credo che avesse avuto qualche problema con Calvino, o forse con Manganelli. Con Manganelli non credo che nessuno abbia mai avuto problemi, forse Giulio Einaudi, rispondo, ma più per mantenere la concentrazione sui libri che sto guardando, che per fare realmente conversazione.

 

Venga, venite, di qui ho le cose di teatro. Paolo ci invita a seguirlo in una stanza al piano terra, una specie di garage pieno di oggetti accatastati e, naturalmente, di libri. Mentre mi chino per gettare uno sguardo veloce ai dorsi dei volumi e individuare rapidamente che cosa include questa collezione di teatro, sento che Raffaella mi tira il colletto della camicia. Guarda qui, mi fa. E con un gesto della mano indica i cinque volumetti alti e smilzi del teatro di Thomas Bernhard. Oh, dico io. Paolo non resiste e interviene subito nel nostro dialogo sospeso: Credevamo che fosse una commedia, dice con la voce impostata d’attore, una voce ancora piena e bella, brillante di armonici, credevamo che fosse una commedia e invece è una tragedia. Tra questi muri, e si prende una pausa guardando verso di noi, in ginocchio di fronte a lui completamente coperti di polvere, tra questi muri si sta compiendo una tragedia inesorabile, ci sono già i segni tangibili, e se volessi. Poi si ferma e i suoi occhi azzurri, solo un secondo prima ispirati e pieni di emozione, si fanno docili e buoni, ma tristi. Eh, se volessi, bisbiglia. Non ricordo più. È il Riformatore del mondo, no?, lo precedo io a spezzare il momento di imbarazzo. Sì, sì, dice Paolo guardando a terra, quello era un pezzo magnifico, io adoro Thomas Bernhard.

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