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Fellini, Sordi e… Franca Valeri: nascere alla radio

Anche se il centenario della nascita di Federico Fellini, Alberto Sordi e di Franca Valeri, l’unica a spegnere le candeline, non coincide perfettamente con il centenario dell’inizio delle trasmissioni radiofoniche italiane (1924), verrebbe voglia di festeggiarli assieme. In una fantomatica serata in onore dei cento anni della radio, i tre giganti del cinema e dello spettacolo, occuperebbero un posto privilegiato, non solo per il loro talento, ma anche perché rappresentanti di una generazione intera di artisti che nacque, o mosse i suoi primi passi, alla radio.

 

Fellini arriva a Roma nel 1939, frequenta l’ambiente dell’avanspettacolo e del «Marc’Aurelio», dove inventa rubriche e pubblica scenette illustrate. Tra gli anni Trenta e Quaranta il disegno satirico e i testi umoristici sono la strada più veloce per arrivare alla radio, più del teatro, che messo in onda soffre ancora il peso delle lungaggini drammatiche e la mancanza della dimensione visiva. Così già dal 1940 Fellini scrive decine di copioni originali per l’Eiar, l’antenata diretta della Rai, dai Notturni alle Fantasie, alle scenette incentrate sulle Avventure di Cico e Pallina, trasmesse all’interno del programma di varietà Il Terziglio con la regia di Silvio Gigli. Per Fellini galeotta fu la radio che gli fece incontrare Giulietta Masina, interprete di Pallina, giovane sposina semplice e candida. I suoi testi, che oscillano tra rivista radiofonica, radioscena e radiodramma, molti dei quali realizzati in coppia con Ruggero Maccari, sorprendono per invenzione creativa e sensibilità radiofonica (lo si capisce bene ascoltando anche i riallestimenti realizzati per le puntate di Fellini alla radio con interventi di Paquito Del Bosco, Roberto Benatti, Paola Valentini…).

 

Immaginate di guardarvi allo specchio e di vedere riflesso il volto di quando eravate bambini e poi adolescenti e giovani. Il passato bussa al presente e chiede il conto: cosa ne è della vostra vita? I sogni e le aspirazioni, che fine hanno fatto? È questo ad esempio il tema di Ometto allo specchio, amaro e malinconico ritratto in tempo di guerra. In Di notte le cose parlano un signore qualunque è tormentato da rumori domestici e comuni: la goccia del lavandino, il battere dei passi, lo scricchiolio della porta, la pioggia sui vetri della finestra, i tuoni… Rumori ben noti, riuniti tutti assieme e trasfigurati nel clima onirico della notte. I suoni si trasformano in parole e le cose parlano. 

Rispetto alla produzione coeva di radiodrammi le opere di Fellini introducono temi nuovi alla radio, come il sogno e la fantasia. Anche le soluzioni drammaturgiche mostrano maggiori libertà, perché più vicine alle scenette delle riviste che non ai testi teatrali.

 

È una radio che comincia a suonare in maniera nuova, a proporre non la trasposizione, spesso ridotta, di generi preesistenti, ma forme inedite e vivaci, grazie al contributo di una nuova generazione di artisti, nati assieme ad essa. Il goriziano Enrico Rocca, raffinato germanista e pioniere degli studi radiofonici, oggi pressoché dimenticato, cominciava il suo Panorama dell’arte radiofonica, pubblicato nel 1938, con un’immagine efficace. Pensate a un gruppo di naufraghi su un’isola deserta, che incontra una tribù di indigeni: sarà costretto a imparare nuove regole e maniere. Chi riuscirà ad adattarsi meglio? I passeggeri aristocratici della prima classe, il popolo della terza classe o i borghesi della seconda?

 

 

Rocca spiega la metafora: la nuova isola è la radio. I viaggiatori sono i generi preesistenti che devono adattarsi al nuovo mondo. I generi popolari si dimostreranno i più malleabili e perciò i più adatti ad essere trasmessi, ma i rappresentanti del nuovo mondo saranno i bambini nati sull’isola. E tra i bambini ‘radiofonici’ Rocca mette al primo posto la rivista, genere di ascendenza teatrale, ma che alla radio, dovendo rinunciare alle gambe delle soubrette e a tanti altri espedienti visivi, assume caratteri del tutto originali. 

 

Così la rivista radiofonica, da metà degli anni Trenta, con il primo e straordinario caso di I 4 moschettieri di Nizza e Morbelli, a metà degli anni Cinquanta, è la spina dorsale dello spettacolo italiano, fucina incredibile di talenti. E la radio è davvero una palestra artistica e luogo di incontro per attori, attrici, annunciatori e annunciatrici, registi, sceneggiatori, musicisti, drammaturghi, rumoristi, tecnici… quasi più vicina al mondo del cinema che al teatro. La radio diventa anche il primo banco di prova concreto e potente di un successo di massa, seppur ottenuto con l’applauso muto e la presenza invisibile degli ascoltatori. Tra i primi ‘divi’ radiofonici emerge prepotentemente Alberto Sordi che arriva alla radio nel 1947, ancora poco noto. C’è chi l’aveva visto in un teatrino, oggi scomparso, in piazza Indipendenza a Roma a recitare rivista e avanspettacolo, chi lo aveva notato in piccoli ruoli cinematografici (non certo in una delle sue primissime comparsate in Il feroce saladino di Bonnard, guarda caso a tema radiofonico, perché ispirato alla rivista di Nizza e Morbelli o meglio al concorso di figurine ad essa collegato: Sordi in quel film è travestito da tigre e non lo si vede mai in volto) e soprattutto chi si ricordava della sua voce nel doppiaggio di Stanlio e Olio. Sordi era stato bocciato all’Accademia dei Filodrammatici per via della sua dizione tipicamente romanesca. Un segno del destino. Sordi ha rievocato più volte la prima audizione alla Rai:

 

«entrare in uno studio, soli, davanti al microfono, che ti sembra come una boccaccia che ti mette paura, sembra che ti dica “ao’ te sbrighi, annamo, qui facciamo notte…”. (…) una volta superati tutti questi piccoli smarrimenti io mi mettevo a recitare, come recitavo io, con quel piccolo accento un po’ romanesco, non troppo italiano. Ma i funzionari che mi dovevano giudicare mi capivano? Erano tutti piemontesi. Non lo so, d’altronde che potevo fare. (…) Facevo sentire, poi li guardavo, per vedere se ridevano, mamma mia ma avranno capito quelli? A me pare che non ridono questi. E invece no, era proprio che avevano quella conformazione, avevano quelle capocce che non esternavano il loro divertimento, ridevano internamente ecco, si sentiva come un rimbombo in quelle capocce».

 

Nel film a episodi I complessi (1965) in un certo senso si rappresenta un passaggio epocale da radio a televisione. Sordi interpreta Guglielmo il dentone che partecipa al concorso per diventare lettore del telegiornale della sera: dizione esatta, voce radiogenica, cultura sterminata, pronunce straniere perfette e la capacità di non impappinarsi mai, nemmeno nel recitare lunghi scioglilingua. Ma non basta, perché in televisione anche l’occhio vuole la sua parte e Guglielmo ha dei denti enormi. Cosa diranno i telespettatori? Che reazione avranno di fronte a un sorriso a dir poco cavallino? La professionalità è talmente elevata però che, contro tutto e tutti, Guglielmo il dentone vince il posto, conquistando le simpatie del pubblico. 

 

Per il centenario di Sordi la Rai Techete’ ha dedicato uno speciale ad Alberto Sordi dal titolo Comprendi l’importanza? (potete ascoltare qui), con la pubblicazione dei suoi straordinari personaggi radiofonici: il Compagnuccio della parrocchietta, il Signor Dice, Mario Pio, il Conte Claro. Una galleria esilarante di tipi umani che suscitavano ilarità nel pubblico degli ascoltatori, riuniti in casa attorno alla radio, alla fine degli anni Quaranta. Già la comicità di Sordi si distingueva da tutte le altre, perché i suoi personaggi radiofonici sono educati, chiedono permesso prima di entrare, tramite l’etere, nelle case degli italiani, ma poi ne combinano di tutti i colori, sono petulanti, odiosi e un po’ ingannatori. Insomma una palestra perfetta per i tanti personaggi cinematografici che seguiranno negli anni successivi.

 

Nel dopoguerra la radio ricerca e alimenta una stretta complicità con il proprio pubblico. La rivista radiofonica offre la possibilità di una comicità nuova, estremamente vitale, piena di piccole e grandi invenzioni, molte delle quali hanno a che fare con la rappresentazione parodica del nostro paese. Da Roma Sordi, in anni democristiani, dà voce al compagnuccio della parrocchietta, ispirandosi ai giornalini dell’Azione Cattolica e da Milano invece fiorisce Franca Valeri che con ironia sofisticata mette alla berlina i salotti milanesi. La Signorina snob, uno dei suoi personaggi più celebri, diventa presto un tormentone. L’attività radiofonica della Valeri viaggia parallela al teatro e anticipa i successi cinematografici (da non perdere il volume appena pubblicato Franca Valeri, Tutte le commedie, La Tartaruga, 2020 che comprende anche i suoi sketch radiofonici).

 

Di fronte al microfono la sua voce inconfondibile cambia ritmo e toni, spesso facendosi strascicata e annoiata. Di solito l’attrice parla al telefono. È uno stratagemma utilizzato spesso anche da Sordi. È un modo per rendere protagonista assoluta la voce, per costruire un monologo mosso e vivace, in fin dei conti anche per parlare individualmente a ogni ascoltatore, come se fossimo proprio noi all’altro capo della cornetta. La voce poi può farsi rapida e sorprendente, rappresentando così tante sfaccettature dell’universo femminile e anche dell’Italia: la milanese Signorina snob, la romana Sora Cecioni, che sproloquia di cronaca e politica, Cesira la manicure e tante altre… Tutti personaggi che dalla radio vivono e viaggiano anche al cinema, alla televisione, al teatro, arricchendo l’immaginario di un popolo. E ricordando, ancora oggi, quanto la radio possa farsi specchio graffiante e ironico del nostro paese.

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