Bianco deriva dal germanico blank, bianco lucente: voleva dire appunto 'splendente', 'brillante', 'scintillante'; era usato per il metallo, per le armi (da cui deriva l'espressione “arma bianca”). Il termine germanico rimpiazzò il latino albus, bianco opaco, forse perché più adatto a indicare il colore più chiaro. Ma quando usiamo la parola bianco indichiamo davvero il colore più chiaro?

 

Il filosofo Ludwig Wittgenstein, le cui opere sono tutte attraversate dai problemi logici e linguistici che circondano e derivano dal colore, dedica all'argomento le ultime riflessioni del suo percorso filosofico. Il 24 marzo 1950 egli appunta su uno dei suoi foglietti l'osservazione: «? in un quadro il bianco dev'essere il colore più chiaro». Dopo quattro giorni corregge: «Non è corretto dire che in un quadro il bianco dev'essere sempre il colore più chiaro». Poi, di nuovo: «In un quadro, in cui un pezzo di carta bianca acquista la propria chiarezza dal cielo blu, il cielo è più chiaro della carta bianca. E tuttavia in un altro senso, il blu è il colore più scuro, il bianco è il colore più chiaro (Goethe). Sulla tavolozza del pittore il bianco è il colore più chiaro» (Osservazioni sui colori, trad. it. di Mario Trinchero, con un'introduzione di Aldo Gargani, Einaudi, Torino 1981, p. 3).

 

Jean-Baptiste Oudry, Le Canard blanc, 1753

 

Nel caso del quadro quindi le parti divengono più chiare o più scure nel gioco dell'armonia e del contrasto dei colori stesi sulla carta oppure in relazione ai pezzi di carta lasciati bianchi; ma, per altri versi, noi classifichiamo i colori in colori chiari e colori scuri e li sistemiamo nella scatola delle matite o sulla tavolozza secondo il criterio che va dal chiaro allo scuro. Insomma il colore più chiaro è sempre il bianco, ma il bianco non è sempre il colore più chiaro. L'enigma – il filosofo lo chiama proprio così – deriva dal fatto che i colori non si lasciano sistemare in un solo e unico ordine.

 

Il nostro tentativo di sistemare le matite secondo quello che Wittgenstein chiama l'ordine logico, atemporale, delle relazioni interne tra i colori, inciampa già in un primo ostacolo: la scala bianco-nero e la scala cromatica non si sovrappongono. «Bianco e nero – scriveva il pittore romantico Philipp Otto Runge nel 1810 – in quanto chiaro e scuro stanno rispetto ai colori in un nesso diverso da quello in cui questi stanno tra loro» (La sfera del colore, trad. it. a cura di Renato Troncon, Il Saggiatore, Milano 1985, p. 149). Per altri versi bianco e nero sono dei veri e propri colori quando li usiamo nel dipingere, quando collochiamo in quadro una linea o una macchia bianca vicino a un altro colore, quando mettiamo un bianco accanto a un altro bianco.

 

Il tentativo di Runge di risolvere il problema con la costruzione geometrica della sfera dei colori – nella quale il bianco è collocato, per così dire, al polo nord, di contro al nero che sta in basso, al sud – non ci convince proprio per l'interazione dei due ordinamenti. Per altri versi non convinceva nemmeno Runge che riconosce che la sua sfera è una rappresentazione imperfetta di una sfera ideale, che non si può dipingere un colore puro, assoluto. Nel nostro caso si tratterebbe di un bianco che non dà su nessun altro colore. Ma come facciamo a rappresentarci un bianco puro, ideale, astratto? Torniamo a Wittgenstein: «dico che un pezzo di carta è bianco puro: e anche se, mettendo della neve vicino al pezzo di carta, questo apparisse grigio, tuttavia nel suo ambiente normale continuerei, con ragione, a chiamarlo bianco e non grigio chiaro» (Osservazioni, p. 4).

 

Il bianco poi possiede un'ulteriore caratteristica che non condivide con gli altri colori: il bianco – come spiega di nuovo Runge in una lettera a Goethe – non è trasparente, come il nero del resto. Né può diventare trasparente, anche se noi usiamo l'espressione "luce bianca" per indicare la luce solare. Parliamo di "vetro bianco" e – forse in modo ancor meno pertinente – di "vino bianco" oppure di "uomo bianco". «L'uomo bianco – commenta lo storico del colore Michel Pastoureau – non è bianco, ovviamente. Non più del vino bianco» (con Dominque Simonnet, Il piccolo libro dei colori, trad. it. di Francesco Bruno, Ponte alla Grazie, Milano 2006). E aggiunge che questo ci deriva dal pregiudizio per cui ci consideriamo innocenti, puri, puliti e forse anche un po' sacri.

 

Ma il bianco è davvero un colore? Certo: come abbiamo visto, in un quadro il bianco è un colore che gioca e danza con gli altri colori. Ma vi sono anche ragioni storiche e culturali: per il mondo antico il bianco è senz'altro un colore, anzi è uno dei tre colori fondamentali, accanto al rosso (oppure al giallo) e al nero. Solo con l'avvento della stampa – lo spiega sempre Pastoureau – il bianco della carta diventa assenza di colore. Oggi sembra invece che, dopo infinite discussioni, si riconosca da più parti che il bianco è un colore, un colore con infinite e complesse valenze simboliche: colore della purezza, dell'igiene e della pulizia, del freddo, dell'assenza e della rinuncia, della saggezza, della monarchia, dei fantasmi e del paradiso.

Philipp Otto Runge, Farbenkugel, 1810

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23 Novembre 2015