Colori 2. Storia del Bianco

16 Luglio 2022

Il bianco è più di un colore; è un ultra-colore e anche un oltre-colore. Del resto, il bianco è identificato con la luce e per questo gode di tutti i privilegi del caso, ma anche di tutte le limitazioni che questo produce come colore a sé. La radice indoeuropea di “bianco” significa “essere vivido”. Il termine greco che lo indica, leukòs, è riferito a oggetti come la neve, l’argento, la polvere, i capelli bianchi, la pelle chiara, alla luce e al sole stesso; e rinvia a “una voce chiara”, a “un giorno felice”. Platone sostiene che il bianco è il colore adatto agli dei, mentre Euripide fa dichiarare a un sacerdote che se indosserà vesti bianche sfuggirà al destino dei mortali.

Robert Graves in La Dea Bianca parla del rapporto tra la bellezza femminile, che è bianca, e la divinità: la “Signora Bianca” compare in molte religioni antiche e sovente è identificata con la Luna. Come ricorda Alberto Castoldi, questo colore può trovarsi ai due estremi della gamma cromatica: estremamente opaco ed estremamente brillante, per cui in latino esiste il termine candidus, bianco abbagliante, e albus, bianco opaco. La parola “candidato” indica colui che indossa il vestito bianco nel suo passaggio di stato, ragione per cui questo colore, che indica la purezza e la verginità, finisce per riferirsi ad una condizione neutra. Wittgenstein nelle sue Osservazioni sui colori si chiede: “Non è il bianco che allontana l’oscurità?”.

Il destino del bianco non è quasi mai disgiunto da quello del nero. Nel mondo classico il suo contrario è il rosso, così che, fino al XII secolo, in molti racconti o miti si trovano i tre colori simbolici in relazione: bianco, nero e rosso. In Biancaneve, versione raccolta dai fratelli Grimm, ci sono la neve, le gocce di sangue e i capelli neri come l’ebano. A trasformarlo in un non-colore sarà la rivoluzione scientifica innescata dalle ricerche di Newton e in particolare dal suo spettro dei colori. Per gli antichi, e non solo per loro, bianco è anche un colore dell’aldilà, dei trapassati. Le loro apparizioni diurne saranno nere: gli spettri, mentre nella notte appaiono bianchi: i fantasmi.

Condensando in una sorta di elenco i tanti significati di questo colore, Michel Pastoureau, ricorda il bianco come innocenza e purezza (gli abiti ecclesiastici, il colore liturgico, le vestali e l’agnello), come igiene e pulizia (saponi e detersivi), come freddo (la neve e il gelido Nord), come saggezza e vecchiaia (capelli bianchi, i saggi, i druidi, i maghi: Albus Silente), come colore dell’aristocrazia e della monarchia (le bandiere e i vessilli), come assenza di colore  (il grado zero del colore), come riferimento del divino (il paradiso, gli angeli, la felicità). Insomma più di un colore, e insieme meno di un colore.

C’è un altro aspetto che riguarda il bianco ed è ben rappresentato da un personaggio mitico: Moby Dick, lo “spettro bianco”, la presenza più inquietante elaborata dall’immaginario ottocentesco (Castoldi). Come si è arrivato a questa presenza biancheggiante che ritorna in altri racconti e romanzi? Nel suo studio sul nero Michel Pastoureau spiega come alla fine del XV secolo il nero e il bianco entrino in una nuova fase della loro millenaria storia, premessa della loro nuova natura di non-colore.

Da un lato, c’è la Riforma con la sua cromofobia, l’adozione del nero e dello scuro negli abiti; dall’altro, l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Gutemberg e il suo lavorante Peter Schoeffer creano un universo in bianco e nero che prima non esisteva: un nuovo immaginario abita l’Occidente. La pergamena medievale era più beige che bianca e l’inchiostro più bruno che nero; le miniature quasi sempre policrome. Ora invece sul bianco della carta appare un nuovo universo, è il Nuovo Mondo della stampa. Certo il numero dei lettori è limitato, tuttavia la carta bianca e l’inchiostro creano un nuovo spazio mentale. Per capirci: è la medesima cosa avvenuta con la creazione della Rete e di Internet, con la comparsa della visione elettronica.

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C’è un’espressione sintomatica: “avere carta bianca”, con cui s’intende la pura potenzialità. Con il libro e la tipografia il bianco diventa metafora del possibile e della creazione. Castoldi definisce questo colore un “perturbante” nel senso freudiano del termine, accostandolo alla sessualità e alla stessa creatività. Le immagini del “deserto bianco” – la neve, i ghiacci, il Grande Nord  – diventano consuete nei romanzi del post-romanticismo ottocentesco. Il bianco vi tiene un ruolo centrale: è la somma di tutti i colori, il loro massimo potenziamento, l’evento da cui gli altri colori discendono.

La Balena Bianca di Melville è esattamente questo, così come la bianca traccia che la nave, il Pequod, lascia dietro di sé appare come la metafora della scrittura stessa: il mare è il foglio su cui lo scrittore americano sta scrivendo il suo romanzo. Castoldi parla del bianco come la cifra dell’operazione meta-discorsiva – discorso sul discorso –, che ha come riferimento diretto la creatività. Qui il bianco non è più un colore, ma molto di più: uno stato dell’essere e insieme del non-essere. Nel suo libro di aforismi dedicati ai colori, Chroma, il cineasta inglese Derek Jarman ha intitolato il capitolo dedicato a questo colore: “Bugie bianche”. La cultura cinese possiede due termini per il bianco, analoghi a quelli latini: bài (il bianco chiaro, puro) e hào (il luminoso e lucente).

Il bianco è per l’Oriente il colore del vuoto, e del lutto; in Occidente è il contrario: il lutto veste di nero. Il vuoto è in quella cultura orientale l’inizio e insieme la fine. Qualcosa del genere accade nella letteratura e nell’arte europea durante la seconda metà dell’Ottocento. E anche nel Novecento: “1919. Il mondo è in lutto. Kasimir Malevic dipinge “Bianco su bianco”. Un rito funebre della pittura”, scrive Jarman. In un suo libro, Cromofobia, David Batchelor accusa l’arte, l’architettura, la letteratura e la fotografia del XX secolo di odiare il colore, di preferire il bianco a partire dagli stessi luoghi espositivi, gallerie e musei; è il White Cube, come è stato definito.

Il minimalismo e la Pop art sono i responsabili di tutto questo. I colori ci sono, ma sono “colori chimici”, come quelli di Andy Warhol e di Yves Klein; l’arte usa il colore dei barattoli e non più i tubetti ad olio o la tempera, scrive Batchelor. Ancora una volta il bianco è al centro d’un conflitto. Esiste forse la biancofobia? Possibile. Del resto in pittura il “bianco” non esiste come colore; c’è la biacca, l’avorio, la calce, il gesso. Il bianco è sempre “sporco” dice Pastoureau, e se lo si mescola con qualsiasi altro colore il risultato volge verso lo scuro, il nero. Povero bianco.

Cosa leggere per saperne di più

Alberto Castoldi, Bianco, La Nuova Italia, libro sul bianco nella letteratura, in particolare in quella romantica e simbolista, di un eccellente saggista e studioso della letteratura francese scomparso di recente; M. Pastoureau, Nero, Ponte alle Grazie, sul rapporto bianco e nero; dello stesso autore si può leggere: I colori del nostro tempo, Ponte alle Grazie; R. Graves, La Dea bianca (Adelphi) su questa divinità del biancore; D. Jarman, Chroma, Ubulibri, dice cose molto interessanti sul bianco e su tanti colori; L. Wittgenstein, Osservazioni sui colori, Einaudi, una opera importante riguardo il nosto modo di pensare il colore; D. Batchelor, Cromofobia. Storia della paura del colore, Bruno Mondadori, ricostruisce l’ossessione del bianco nell’età contemporanea; L. Luzzatto, Cina: cronaca dei cinque colori, Franco Angeli, aiuta a capire alcune differenze tra il colore occidentale e quello orientale.

Leggi anche:
Marco Belpolti, Colori 1. Storia del rosso

Questo articolo è apparso in forma più breve sul quotidiano “La Repubblica” che ringraziamo.

 

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