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L’albero dei sigari

A Varvara la vista “di una catalpa in piena fioritura produceva [...] l’effetto di una qualche visione anomala ed esotica”. Nel racconto di Nabokov Pnin, lo sguardo dell’io narrante indugia benevolo sulla prosperosa ed esuberante moglie del “mediocre filosofo” Boltov che, con un gruppo di émigrés russi, trascorre l’estate del 1951 nella campagna del New England. Sconcertata e incantata dal numero di piante e animali che non conosce e non riesce a identificare, un giorno Varvara porta “con orgoglio e trafelato entusiasmo, per decorare la tavola da pranzo, un profluvio di bellissime foglie d’edera velenosa”. Oltre a regalarci una prosa dalle pennellate smaglianti, come quella sul Professor Boltov “in cui l’oscuro si coniuga in modo tanto singolare con il banale” (ottima anche per i filosofi nostrani), Nabokov sciorina disinvolto nomi di alberi; mai generico, individua ontani, lauri, aceri e, appunto, catalpe.

 

 

La bizzarria onomastica si deve - forse - a un’alterazione di Catawba, il nome di un fiume e di una tribù di nativi americani. Ma la pianta in questione, Catalpa bignonioides, è nota anche come albero dei sigari per i suoi frutti: strette e lunghe capsule, baccelli affusolati e persistenti sui rami per tutto l’inverno, fin anche alla stagione successiva. In effetti una catalpa fiorita è uno spettacolo. Si fa attendere a lungo: tardiva a metter foglie, le dispiega larghe picciolate tomentose e cuoriformi solo in primavera avanzata, poi innalza le grandi pannocchie di fiori simili a campanule, tubolosi (come quelli della Bignonia), bianchi spruzzati all’interno di giallo e viola, profumati e attraenti. Ma è rapida nella crescita, resistente, longeva e, invecchiando, mostra una certa propensione per le posizioni supine.

 

 

Introdotta in Europa alla metà del Settecento, il suo fascino esotico ha colpito illustri letterati appassionati di botanica. Manzoni ne piantò una a Brusuglio, ed è ancora lì: si racconta che fosse seduto sul tronco disteso della catalpa quando, alla notizia della morte di Napoleone, scrisse Il cinque maggio. Anche Monsieur de Chateaubriand aveva piantato la sua catalpa nel parco de la Vallée-aux-Loups. Né poteva mancare tra gli alberi della maison dopo averla citata nell’esotica lussureggiante flora di Atala: contorta, tutta stesa a terra, continua a vegetare e ripollonare per lo stupore dei visitatori.  

Pure Milano ha la sua vegliarda. Nel raccolto antico giardino della Guastalla si biforca e piega verso il prato per contendere il primato di longevità ai settecenteschi Ginkgo dell’orto botanico di Brera.

 

 

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