Aquilegia o Amor nascosto

Eleganti e leggere (eleganti perché leggere), le aquilegie sono le farfalle boschive dei giardini, specie se oscillanti tra alti fili d’erba. Le doppie corolle – una di sepali l’altra di petali – monocrome o bicolori, con o senza speroni (arcuati o diritti, le orientano verso l’alto o verso il basso), fanno capolino su steli rigidi ma contornati da frastagliate foglie glauche, ariose e leggiadre quanto il fiore.

 

Facili e rustiche, quest’erbacee montane e perenni prediligono gli angoli umidi ma si propagano e ibridano spontaneamente, spuntando là dove meno te le aspetti con le tonalità più disparate e insolite rispetto ai capostipiti: azzurre o blu, lilla o viola, bianche o rosa, giallo oro o limone, arancio, porpora quasi nero (perso, come direbbe Dante), fin anco verdi e bronzo (Viridiflora).

 

 

Dai pochi centimetri della varietà Alpina al metro della Chrysantha, possono essere accolte in giardini ombreggiati e lussureggianti o essenziali e selettivi, anche per il pregio di una prolungata fioritura da aprile a giugno che, con la cura di recidere i fiori secchi, può protrarsi fino a settembre.

 

Gli inglesi le chiamano comunemente columbine, ma nell’onomastica popolare è più suggestivo il nome di “amor nascosto” o “amor perfetto” (perfetto perché nascosto?). Forse, lo sapeva anche Thomas Mann che, come in un quadro di Pisanello (Ritratto di Principessa, Musée du Louvre), le accosta a Hans Castorp. Nella Montagna incantata davanti a un’azzurra distesa di «campanule d’una invadente pianta a cespi» il beniamino della vita avrà il primo (infausto) segnale del suo soggiorno, non breve quanto previsto, al sanatorio di Davos.

 

 

Imparerà a riconoscerle, il giovane Hans, quelle campanule, quando si darà alla botanica per il piacere offerto dalla natura al suo risveglio dopo il lungo inverno svizzero. Le sezionerà per esaminarne «la struttura e la posizione dei sepali e dei petali, nonché degli organi sessuali maschili e femminili», ma quell’amore a lungo nascosto a se stesso proveniente dal tempo lontano della sua adolescenza, sarà destinato a sfuggirgli anche quando gli si ripresenterà, «lassù», lontano dalla pianura che sarà teatro della prima guerra mondiale:

 

Nella sua loggia Hans Castorp stava classificando una pianta che, mentre l’estate astronomica era cominciata e le giornate si accorciavano, cresceva abbondante in vari posti: l’aquilegia, una ranuncolacea, che cresce a cespo, col gambo lungo, fiori azzurri e color viola, o anche rosso-bruni, e foglie erbacee di notevole superficie. La pianta cresceva qua e là, ma particolarmente folta nel quieto recesso dove egli l’aveva vista la prima volta poco meno di un anno prima: nella remota gola silvestre, tra lo scrosciare del rio montano, col ponticello e la panca dove era terminata allora la sua libera, inconsulta e nociva passeggiata, e dove ritornava di quando in quando.

Se il tempo era sereno vi si recava dopo la seconda colazione, talvolta già dopo la prima, e approfittava anche delle ore fra il tè e la cena per visitare quel luogo preferito, sedersi sulla panca dove gli era venuta un giorno quella copiosa epistassi, ascoltare con la testa piegata su una spalla il fragore del torrente e osservare intorno a sé il limitato paesaggio e il tappeto di aquilegie azzurre che erano di nuovo in fiore.

 

 

Le aquilegie della montagna magica scandiscono a Castorp il tempo immobile di Davos, e riportano alla coscienza l’indistinto, oscuro sentimento d’attrazione per il compagno di ginnasio e figura di destino Pribislav, il chirghiso dagli occhi obliqui:

 

Si sedeva là per stare solo, per ricordare, per riandare impressioni e avventure di tanti mesi e riflettere su tutte. Ce n’erano molte e diverse… non facili da ordinare. […] bizzarre erano tutte, a tal segno che, quando ci pensava, il suo cuore, mobile com’era stato e rimasto fin dal primo giorno vissuto lassù, s’impennava e martellava. O per spaventare così bizzarramente il suo nobile cuore bastava la razionale considerazione che l’aquilegia, lì dove un giorno, in uno stato di diminuita vitalità, gli era apparso Pribislav Hippe in carne e ossa, non fioriva ancora, ma tornava già a fiorire, e tra pochissimo le “tre settimane” sarebbero diventate un anno tondo tondo?

[T. Mann, La montagna incantata, trad. di E. Pocar, in Opere, a cura di L. Mazzucchetti, vol. 9, pp. 645-646]

 

 

Araldiche – emblema d’amore e di morte – manifestano l’assurda analogia («Strano, come le somiglia… a quella quassù!») tra Pribislav e Claudia Chauchat, l’irritante, incantevole ospite russa dai modi poco urbani che, leggiadra in sweater bianco, sbattendo negligentemente la vetrata della sala da pranzo del Sanatorio Internazionale Berghof dà la «scossa» al nobile cuore bien cultivé di Hans Castorp.

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