L’albero della nebbia

«Hai mai visto il Carso in autunno, quando gli scotani sembrano prendere fuoco?», mi chiede Nicola, il giovane amico appassionato di piante e fiori. L’immagine innesca in entrambi un cortocircuito analogico: sarà mica stato uno scotano (Cotinus coggygria) il cespuglio di Mosè, che ardeva senza mai consumarsi? 

In vero, l’angelo di Dio appare in un «roveto ardente» («et videbat quod rubus arderet et non conbureretur», Ex, 3, 2): ma, forse, tra la flora del monte Oreb è rubricato anche il nostro arbusto caducifoglio delle Anacardiaceae. Le sue radici tenaci son fatte per abbarbicarsi all’aspro delle rocce, insinuarsi in suoli magri e calcarei, anche in quelli desertici e subdesertici, dal bacino del Mediterraneo fino all’Asia centrale. Tant’è che un humus troppo ricco e irriguo ne favorisce lo sviluppo vegetativo inibendone la colorazione autunnale, uno dei pregi estetici che l’ha eletto a specie ornamentale di parchi e giardini. 

 

 

Ma non fantastichiamo troppo. Lasciamo al passo biblico l’aura del miracolo che gli è propria. 

Cespuglio dal portamento variabile – dal globoso all’espanso a seconda dell’esposizione e della qualità del terreno – il Cotinus porta foglie alterne dai lunghi piccioli (3-7 cm), ovate e arrotondate all’apice, d’un verde opaco, quasi glauco e, in alcune varietà, d’un vellutato burgundy, che tra ottobre e novembre s’incendiano di rosso e di arancio. Non è solo la livrea autunnale a fare del cotino un’essenza di riguardo. Tra maggio e giugno si esibisce in una fioritura originale, con racemi di bambagia rosata così fitti e nuvolosi da avergli guadagnato il nome popolare di albero delle nebbie. Per dirla tutta, questo è l’effetto ad antesi compiuta, quando i peduncoli dei modesti fiorellini, divenuti nel frattempo radi frutti cuoriformi, si producono in una miriade di piumosi quanto sterili filamenti. 

 

 

È chiamato anche sommacco selvatico, da non scambiare con il Rhus typhina (americano) o  con il Rhus coriaria (siciliano), il sommacco maggiore – della medesima famiglia – ma dalle foglie composte e dalle rigide infruttescenze a pannocchia d’un bel colore amaranto, che permangono all’apice dei rami anche a foglie cadute, e che, nell’oriente prossimo, forniscono un condimento agrumato (sumach), ottimo con il pesce e l’hummus. Entrambi, per l’alto tasso di tannini concentrati soprattutto nelle foglie, venivano usati per la concia dei pellami. 

Lo scotano compare di frequente nei componimenti di Umberto Piersanti, un altro poeta della botanica che, pascolianamente, dà i nomi ai fiori e alle piante. Ecco un paio di prelievi da Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos, 2015):

 

 

Gocciola ancora la foglia

per la brina

quando il pastore scende lo stradino

dove più fitto lo scotano

s’accende, 

le capre sono lente,

sostano ai massi,

lontana la sua casa

oltre il vallone

dove fatica la nebbia

a scomparire,

tante le pietre

e i tronchi nel camino,

ma quel rosso colore

dentro il sangue gli scende

e lo rallegra

 

Scotano, albero delle nebbie

e quel rosso arancione forte fiammeggia

per il pastore che ha perso la sua strada

 

 

All’albero delle nebbie Piersanti ha intitolato anche un volumetto della collana bianca Einaudi (2008); qui nella glossa al titolo lascia intendere che il nome popolare si debba alla livrea autunnale invece che a quella primaverile. Ma non vogliamo sottilizzare: certo è che lo scotano la nebbia la fa e, quando c’è per davvero, la buca.

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