Ponciro

Mi ha trafitto in piena fronte. Con una frustata di rimbalzo mi ha conficcato una spina degna della corona della Passione. Fortuna vuole che non sia impressionabile, mantengo il sangue freddo anche se mi zampilla in mezzo agli occhi. Devo quest’esordio splatter a un individuo assai permaloso, che non ama farsi mettere le mani addosso. Sono incidenti che possono capitare in giardino quando non consideri con chi hai a che fare. Volevo solo raddrizzarlo un poco, convincerlo con un tutore a salire più in verticale invece che, stortignaccolo, lasciarlo protendere in avanti. Ma si è ribellato, e il mio tentativo di rimetterlo in riga mi si è ritorto contro.  

 

Il soggetto in questione è un Poncirus trifoliata (o Citrus triptera) desiderato fin da quand’ero ragazzina: ne aveva un gran bell’esemplare dal portamento composto la vecchia maestra che abitava al Pian delle Viti. Ma lei, evidentemente, sapeva mettere tutti e tutto al loro posto. Chissà se c’è ancora? Il ponciro, dico; la maestra, quella è morta da mo’. Sarà perché in mente ho sempre quell’archetipo – quell’alberello così ben proporzionato, cresciuto al margine del giardino confinante con il sentiero a mezza costa del monte a guardia del paese – che vorrei il mio a lui somigliante. Invece, questo impunito ha combattuto fino all’ultimo sangue – il mio – prima di piegarsi alle altrui volontà. 

 

 

Originario della Cina meridionale  e della Corea il Poncirus (枳, Zhǐ nella traslitterazione del sistema pynjin) è uno degli agrumi più antichi, già citato dal poeta Sung Yu alla fine della dinastia Zhou (1045-246 a.c.) come l’«albero prediletto dagli uccelli per costruirvi il loro nido». In effetti, il fitto intrico di rami e spine lo rende vocato per siepi impenetrabili dove anche i piccoli volatili si possono sentire più al sicuro. Insieme al pummelo, al cedro e al kumquat, figura tra le ventisette varietà contemplate nel primo trattato sulle tecniche di coltivazione e di conservazione degli agrumi scritto nel 1178 durante la dinastia Song.

Cos’ha di tanto amabile ai miei occhi quest’irta pianta, infida e traditrice? Oltre all’infatuazione infantile per un arbusto ignoto – non altri ve n’erano nei dintorni di casa – il fatto di essere l’unico agrume che in piena terra resiste ai geli invernali (-20°). Per tale attitude gli si perdonano le intemperanze, e persino le deficienze rispetto agli altri componenti della famiglia delle Rutaceae. Aranci e limoni sono sempreverdi e hanno un ciclo continuo di fioritura e fruttificazione, mentre il ponciro apre le corolle solo in primavera, mette frutti in autunno e perde le foglie in inverno.

 

 

Ma l’ossimorico spettacolo dei candidi boccioli bombati e il semplice fragrante giro dei cinque petali ben distanziati che s’aprono tra gli spini forti dei rami nudi ripagano l’attesa. Poi, all’ascella degli aculei lunghi persino 5 cm, spuntano le caratteristiche foglie composite, une e trine: maggiore l’apicale, minori le laterali, in cima a vezzosi piccioli dotati di alette. Infine, tra ottobre e novembre, si accendono di giallo i piccoli globi vellutati dei frutti, dall’aroma d’agrume muschiato che impregna l’aria. Belli anche quando li ricopre l’immatura peluria smeraldina.

Gradevoli alla vista, al tatto e all’olfatto, non al palato, anche per i semi in eccesso. Tuttavia, cotti, danno ottime confetture; se macerati, liquori dall’insolito gusto; spezia piccantina, se deidratati e seccati. Potete usarli pure come essenza per ambienti domestici, armadi e cassapanche, in alternativa alle mele cotogne, com’era d’abitudine al tempo delle nostre nonne.

Lo chiamano anche arancio trifogliato; a me ricorda più una limetta o un chinotto per il colore e la forma delle esperidi che non superano 3-4 centimetri di diametro. E siccome i miei agrumi in vaso vogliono attenzione, cure, ripari, e nonostante ciò non danno gran soddisfazione, un ponciro sulla ripa che fa tutto da sé, di nulla ha bisogno, illumina e profuma le brume autunnali, è prezioso e consolatorio. Per altro, cresce rapidamente (può raggiungere 6-7 metri) ed è generoso: in poco volger d’anni vi dà i primi frutti, via via sempre più abbondanti.

 

 

Dicono che il nome derivi dal francese pomme de Syrie (pomo della Siria), ma non ci giurerei. Piuttosto, è bene ricordare che svolge un gran servizio alle varietà più note che arrivano sulle nostre tavole: è infatti un portainnesto d’eccezione perché resistente al freddo e a patologie come la gommosi del colletto, e favorisce un raccolto più ricco.

Agrume antico il ponciro, cui ben si addice quest’antica poesia cinese tratta dall’antologia pubblicata da Einaudi nel 1973 – Liriche cinesi (1753 a.c.-1278 d.c.), a cura di G. Valensin –: una di quelle «gocce d’acqua che dovrebbero rivelarci un oceano e se ne stanno chiuse nelle loro fiale delicate e sottili», com’ebbe a scrivere nella prefazione Eugenio Montale, che di agrumi qualcosa sapeva. È di Tu Fu, uno dei più grandi poeti cinesi, vissuto tra il 712 e il 770 d.c. durante l’epoca Tang:

 

 

Questa notte la gran luna autunnale

sembra ancora rotonda –

io vivo vecchio e solo sulla sponda

del borgo fluviale.

Arrotolo le tende per guardare

l’ospite folgorante:

nelle veglie notturne m’accompagna

quando cammino curvo sul bastone.

Il fulgore dardeggia, si nasconde,

serpente irrequieto;

la luce ora svolazza, ora si posa,

instancabile uccello.

Un tetto erboso, fra gli aranci e i cedri –

e il chiarore che fende ora di nuovo

la rugiadosa immensità fiorita.

 

Dallo splatter al ripiegamento senile … vi chiederete che mi sta succedendo. Ma al Nord non abbiamo il bene di godere di zagare in giardino; qualche ponciro potrà rincuorarci; tra un po’ saranno un vademecum minimo per una vecchiaia serena e in pace col mondo.

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