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Cedro del Libano

La domanda li sorprende sempre: «che alberi sono quelli di Piazza Ateneo Nuovo?». È un piccolo test che talora pongo agli studenti del mio corso di letteratura italiana contemporanea sul loro grado di curiosità e di attenzione a un elemento costante nella loro vita quotidiana. Di solito tirano a indovinare, e non ci azzeccano mai. Una volta una studentessa, forse per spiritosaggine, rispose: albicocchi. Eppure, passano sotto quegli aceri in tutte le stagioni dell’anno, si siedono sulle panchine sotto le loro chiome. Non sanno rispondere nemmeno se chiedo loro che alberi hanno in giardino o quali si vedono dalla finestra di casa. Al più, sono genericamente alberi, e tanto basta. Se pure ne conoscono il nome, non sanno ritrarli. Semplicemente: non li vedono, non sono presenze significative, non esistono.

 

Non che pretenda una precisione botanica, spero solo che ricordino almeno la forma o il margine delle foglie, che abbiano ammirato i fiori o badato ai semi... Allora leggo loro un passo letterario dove la descrizione di un elemento naturale e l’attenzione al dettaglio si fa rivelazione, oltre che lezione di stile. 

Dico degli alberi, ma mostrano un atteggiamento simile verso tutto ciò che non rientra nei loro interessi contingenti. Non auguro agli studenti un trauma, una crisi che li costringa, se non alla contemplazione, a guardare il vivente che li circonda, a prenderne atto come altro da sé, come succede a Dino, il protagonista del romanzo di Alberto Moravia La noia. Nell’Epilogo, dopo essersi volontariamente schiantato contro un platano, nel letto d’ospedale il velleitario pittore si trova a rimuginare così:

 

 

«Proprio di fronte alla finestra della mia stanza, nella clinica in cui ero stato trasportato dopo lo scontro, si alzava in giardino un grande albero, un cedro del Libano, dai lunghi rami spioventi di un verde quasi azzurro. Presi a guardarlo per ore, la testa girata sul guanciale, stando supino nel letto; tutte le ore, in realtà, che non dedicavo al sonno e ai pasti, perché ero quasi sempre solo, avendo fatto sapere fin dal primo giorno a mia madre e ai miei pochi amici, che non desideravo visite. Guardavo l’albero e provavo un sentimento di disperazione totale, ma calma, e per così dire, stabilizzata, quale appunto si può provare dopo essere passati attraverso una crisi, che, pur non essendo risolutiva, si suppone tuttavia che sia il massimo che si possa affrontare. […]

 

 

Come ho già detto, passavo delle ore a guardare l’albero, con grande meraviglia delle suore e delle cameriere della clinica, le quali dicevano di non aver mai visto un malato più quieto di me. In realtà non ero quieto, ero soltanto fortemente occupato nella sola cosa che in quel momento mi interessava davvero: la contemplazione dell’albero. Non pensavo niente, mi domandavo soltanto quando e in che modo avevo riconosciuto la realtà dell’albero, ossia ne avevo riconosciuta l’esistenza come di un oggetto che era diverso da me, non aveva rapporti con me e tuttavia c’era e non poteva essere ignorato.

 

Evidentemente qualche cosa era avvenuta proprio nel momento in cui mi ero lanciato con la macchina fuori della strada; qualche cosa che, in parole povere, si poteva definire come il crollo di un’ambizione insostenibile. Adesso contemplavo l’albero con compiacimento inesauribile, come se il sentirlo diverso e autonomo da me, fosse stato ciò che mi faceva piacere. Ma capivo che il caso soltanto aveva voluto che, dopo il mio trasporto in clinica, l’ingessatura che mi costringeva a giacere supino, mi avesse obbligato a guardare all’albero, attraverso i vetri della finestra. Qualsiasi altro oggetto, come mi rendevo conto, mi avrebbe ispirato lo stesso genere di contemplazione, lo stesso sentimento di inesauribile compiacimento».

 

 

È significativo che Moravia scelga degli alberi a segnare i due momenti decisivi della vita di Dino. Un’attenzione alle presenze vegetali e al loro valore simbolico già al centro del romanzo La nausea di Jean Paul Sartre (1932). È in un giardino pubblico, guardando una grossa radice di castagno che Antoine Roquentin trova la chiave della sua nausea, «la chiave della vita stessa»: 

 

«davanti a quella zampa rugosa, né l’ignoranza né il sapere avevano importanza: il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione d’un segmento ad una delle estremità. Ma pure il cerchio non esiste. Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascinava, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza».

 

Moravia ripropone, a modo suo, un analogo motivo esistenzialistico: due alberi che, pur in ruoli diversi, acquistano rilievo di presenza. 

Un platano per il tentato suicidio, forse perché comune nelle alberature stradali. È certo un caso, ma nello stesso anno d’uscita del romanzo, il 1960, contro un platano per incidente e accidente (o forse no) finiva per davvero la vita di Albert Camus. 

E un cedro, per il ritorno alla realtà del vivere. Un cedro del Libano, scrive Moravia. Doveva essere invece un Cedro deodara (o dell’Himalaya) per via di quell’incongruo «spioventi» – «dai lunghi rami spioventi di un verde quasi azzurro» – un dettaglio, appunto. Perché i cedri del Libano hanno rami principali ascendenti alla base che reggono i palchi orizzontali di quelli secondari, gli inferiori poi possono svilupparsi paralleli al fusto principale in una peculiare forma a candelabro. Così, anche l’apice dapprima inclinato diviene espanso e piatto. Gli aghi poi sono brevi (1-3 cm) rigidi e verde scuro. Insomma, nulla che spiova verso il basso, e il colore glauco meglio si rinviene in altri parenti. 

Tuttavia, la svista si perdona volentieri al Dino di Moravia. Non è immediata né facile la distinzione fra le tre più diffuse varietà di cedri che abitano i nostri parchi pubblici o i giardini privati, in spazi non sempre adeguati alla loro maestosità, cosicché han preso a sfigurarli con potature dissennate in nome della sicurezza a cui non si è pensato per tempo. 

 

 

Il primo nome che li accomuna si riferisce genericamente ad alberi resinosi (dal greco kédros), il secondo ne specifica la provenienza: il cedro del Libano (Cedrus libani), il cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica) e il cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara). Questi maestosi sempreverdi fanno parte dell’ordine delle Coniferales, famiglia delle Pinaceae, hanno perciò foglie aghiformi, portate in ciuffetti spiralati sui brachiblasti, brevi rametti a loro volta inseriti sui rami adulti (macroblasti), che pure recano aghi ma isolati e a spirale lassa. Come gli altri pini sono alberi monoici, con fiori maschili e femminili sul medesimo esemplare.

 

In quelli maschili, piccole squame polliniche girano strette intorno a un’asse a formare un’infiorescenza rosata, simile a un dito, all’apice dei brachiblasti: a maturità, scosse dal vento liberano una polvere impalpabile che a terra stende un tappeto dorato. Discreti, i fiori femminili sono collocati di solito più in alto, anch’essi all’estremità dei brachiblasti e sempre in una struttura con rachide centrale e squame dotate di due ovuli. Una volta fecondate le scaglie lignificano e, embricate l’una addosso all’altra, formano i caratteristici coni ovali. Durano due anni, belli, stretti a difesa dei semi: trascolorano dal tenero verde dell’abito giovanile fino al caldo marrone dell’ultima ora, quando secche, si disarticolano dall’asse fino a lasciarlo nudo. Allora, a terra, capita di trovare intatte le rosette terminali dell’ultimo giro di squame: perfette per le decorazioni natalizie. 

 

 

Dunque, come si possono riconoscere questi longevi e magnifici alberi che troneggiano e sono visibili anche da lontano? Dal portamento innanzitutto, e dagli aghi; in misura minore dai coni. Il Cedro dell’Atlante dal portamento conico, poi via via più arrotondato, porta rami principali ascendenti, apice eretto che si inclina con gli anni, aghi corti e rigidi, verdi oppure cilestri nelle varietà glauche. Il cedro dell’Himalaya ha anch’esso portamento conico ma con rami principali per lo più discendenti, apice sempre pronunciato e reclinato, aghi più lunghi (3-5 cm) e molli, d’un verde chiaro, tutti i giovani ramoscelli sono leggeri e penduli, un poco tomentosi, tali da conferire alla pianta quell’aspetto ricadente, un po’ pleureur, oltremodo elegante e ornamentale. Anche le sue pigne “a barile” si distinguono per lunghezza (8-12 cm) e per l’estremità arrotondata di contro a quella piatta o incavata dei due suoi simili.

Quanto al portamento tabulare del Cedro del Libano, ho già detto.

 

Aggiungo che nel suo areale d’origine – l’Asia Minore, non solo il Libano – può raggiungere anche i sessanta metri d’altezza (in Europa raramente va oltre i 30 m.), vegeta tra i 1300 e i 3000 metri sul livello del mare, preferibilmente su versanti esposti a settentrione, ma si ritrova anche a quote inferiori, persino in pianura purché in terreni senza ristagni idrici. Benché icona sbandierata, sopravvive nel Libano in poche centinaia di esemplari. 

Con il suo legno di gran qualità, compatto profumato e inattaccabile da tarme e insetti, i Fenici allestirono la loro flotta mercantile e Salomone fece costruire il tempio di Gerusalemme; la sua resina venne impiegata dagli egizi per imbalsamare i corpi dei defunti e l’olio essenziale ricavato dal legno (libanolo) come profumo e cosmetico. Usato anche come conservante e medicamento, specie per le infezioni bronchiali e urinarie, è ancor oggi bruciato come incenso nei templi tibetani.

 

Infine, è di questi mesi la notizia che la Francia non lesina ingressi a questo tipo di extracomunitari: per contrastare la siccità e l’innalzamento della temperatura dovuta al cambiamento climatico che riduce le foreste e le fa “spostare” verso climi più freschi, i cugini hanno dato inizio a una campagna di ripopolamento con cedri del Libano sulle montagne del Giura, al confine con la Svizzera. «Veni, selva, de Libano» potremmo dire, parafrasando insieme il Cantico dei cantici e il canto XXX del Purgatorio dantesco. Basterà per salvarci? 

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