Il mirto e il suo mito

Milano, zona Lazzaretto. Pacata festa in terrazza della buona borghesia meneghina. Un sentore di mirto mi prende e mi porta lontano, in un’isola mediterranea o lungo una costa del sud. Il disagio di trovarmi tra estranei si scioglie davanti alle fioriere lussureggianti dell’arbusto sacro alla dea dell’amore. Inattesa – a volte questi milanesi ci san fare con l’arredo green – quella macchia di mirto all’ultimo piano di un palazzo signorile fu un oggetto d’osservazione straniante a sufficienza da consentirmi una via di fuga verso pensieri e ambienti più confortevoli. Mi prese anche un poco d’invidia: quei gradi in più che il termometro registra nell’inquinato capoluogo lombardo consentono ciò che sul mio bricco è impresa improba.

 

Col mirto non ho avuto buona sorte, due tentativi di dimora in piena terra entrambi falliti: nemmeno i ripari l’hanno salvato dal freddo. Mi soccorre l’alloro – qui cresce florido, fin troppo – per un inverno odoroso e un verde ravvivante il nudo rameggio delle latifoglie. Non che l’uno valga l’altro, ma con serti d’alloro e di mirto nella Roma antica si cingevano le fronti vittoriose di eroi e poeti.

Potrei, certo, accontentarmi anch’io di tenerlo in vaso, ma no, non mi garba. Troppe ormai le piante da ricoverare in serra, e il mirto a me piace quand’è in frotte e ha quell’aria selvatica, rustica e forte, propria della boscaglia sarda o corsa, dove puoi sparirci dentro e sentirti un po’ Armida.

Vi ricordate la Gerusalemme liberata del Tasso? Nel canto XVIII Rinaldo, liberato dai compagni dall’incantamento della maga Armida e perdonato da Goffredo, torna ai suoi compiti eroici e affronta le illusorie magie della Selva di Saron che, dapprima, gli si presenta quale locus amoenus, del tutto simile al giardino di colei che l’aveva reso schiavo d’amore:

 

 

Mentre riguarda, e fede il pensier nega

a quel che ’l senso gli offeria per vero,

vede un mirto in disparte, e là si piega

ove in gran piazza termina un sentiero.

L’estranio mirto i suoi gran rami spiega,

più del cipresso e de la palma altèro,

e sovra tutti gli arbori frondeggia:

ed ivi par del bosco esser la reggia.

 

Fermo il guerrier ne la gran piazza, affisa

a maggior novitate allor le ciglia.

Quercia gli appar che per sé stessa incisa

apre feconda il cavo ventre, e figlia,

e n’esce fuor vestita in strana guisa

ninfa d’età cresciuta (oh meraviglia!);

e vede insieme poi cento altre piante

cento ninfe produr dal sen pregnante.

 

 

Le ninfe, in abiti succinti, con ammalianti moine, suoni e danze, circondano il guerriero finché, preannunciata da un tuono, Armida esce dal mirto:  

 

Già ne l’aprir d’un rustico sileno

meraviglie vedea l’antica etade;

ma quel gran mirto da l’aperto seno

imagini mostrò più belle e rade:

donna mostrò ch’assimigliava a pieno

nel falso aspetto angelica beltade.

Rinaldo guata, e di veder gli è aviso

le sembianze d’Armida e il dolce viso.

 

Ma, questa volta, Rinaldo non si lascia irretire dalle arti seduttive e sconfigge il mostro in cui la falsa immagine della maga si trasforma.

Armida e Venere (che se ne copre per sfuggire allo sguardo cupido del satiro), amore e sensualità, questo ci raccontano mito ed epica cavalleresca. Che il mirto sia legato a un’immagine di femminilità trionfante lo dice anche l’etimo da ricondurre pare a una Myrsine, ginnasta o amazzone – due le versioni leggendarie – che vinse il maschio avversario e per questo venne punita con la morte o con la metamorfosi arborea.

 

 

D'altronde, bello e seducente è il mirto per le fronde folte fin dal piede, per le opposte e coriacee foglioline aguzze di lucido verde e dal profumo resinoso, per i piccoli eppur copiosi fiori peduncolati dalle note d’agrume: cinque petali bianchi che riverberano il giallo delle antere sui lunghi stami che in molti s’affollano al centro, intorno allo stilo. E poi, le bacche: blu profondo, pruinose, coronate in apice dai residui del calice, che persistono sui rami da ottobre a gennaio e preda sono di uomini e uccelli, persino d’ungulati. 

 

È chiamato anche mortella, tant’è che ha preso nome «mortadella» l’insaccato aromatizzato con le sue foglie: molti sono i suoi usi, non solo in cucina, ma anche in farmacopea, in profumeria e cosmetica, per tacere delle distillerie – chi non conosce il liquore sardo? – e delle concerie. 

Questo frutice che dà nome alla famiglia di appartenenza – le Myrtaceae, la stessa di eucalipto, feijoa, callistemo, chiodi di garofano ecc. – evoca l’estate, il sole caldo che esalta le fragranze della macchia mediterranea, e l’amore, così come lo canta Ives Bonnefoy:

 

Talvolta io ti sapevo terra, bevevo

sulle tue labbra l’ansia delle fonti

sgorgante da pietre calde, e l’estate

sovrastava la pietra felice e il bevitore.

 

Talvolta ti dicevo di mirto e bruciavamo

l’albero di tutti i tuoi gesti per un intero giorno.

Erano grandi fuochi brevi di luce vestale,

così t’inventavo fra i tuoi capelli chiari.

 

Una lunga estate di niente aveva disseccato i nostri sogni,

arrugginite le voci, accresciuti i corpi, disciolti i nostri ferri.

Talvolta il letto ruotava come una barca alla deriva

che lentamente guadagna l’alto mare.

(Il mirto, in Pietra scritta)

 


Torniamo, dunque, a sognare e a desiderare l’estate, e con Clemens Maria Brentano intoniamo una ninna nanna al mirto, in attesa di raggiungerlo presto su una duna litoranea del Mediterraneo.

 

Caro mirto sussurra,

quanta pace nell’universo,

pascola le stelle la luna,

in cielo, su un campo terso.

Alla fonte di luce, avvia

lei ora le nubi in gregge,

dormi, dormi, amico mio,

finché non sono di nuovo da te.

 

Caro mirto sussurra,

e sogna nella notte stellata,

anche la tortora tuba

la ninna nanna alla sua covata.

Alla fonte di luce, si avviano

In silenzio le nubi in gregge,

dormi, dormi, amico mio, dormi,

finché sono di nuovo in te.

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