Nel suo libro dedicato alla corsa e intitolato L'arte di correre Haruki Murakami racconta un suo viaggio in Grecia nel lontano 1983. “Nel giugno di quell' anno – scrive – corsi da solo da Atene a Maratona”.

 

Tutto nasce dalla tipica richiesta da parte di una rivista di annotare le impressioni di uno scrittore sulla Grecia, in particolare sui monumenti classici. “La Grecia, però, – precisa ancora Murakami – non è solo la patria del Partenone, ma anche quella di tutti i corridori, per chi corre Maratona è un luogo sacro”. Il resoconto del viaggio diventa allora imprescindibile dalla necessità di correre – con un percorso inverso a quello del percorso tradizionale – da Atene a Maratona. È la scelta di conoscere un paese calpestando la sua terra con il peso del corpo, il piombo delle gambe. Alle comodità del turista intellettuale Murakami oppone una sfida che ha come nemici il caldo, la polvere, la fatica e la sete, rispetta l'impegno preso e mantenuto con se stesso di correre senza trucchi, senza sconti, sognando una birra ghiacciata.

 


L'unica foto del libro mostra lo scrittore con le mani sui fianchi vicino a una specie di ara. È una sagoma nera bruciata da sole e velocità, sullo sfondo di quattro alberi neri piegati dal vento. Murakami annota meticolosamente il numero di animali travolti dalle macchine raccontandone la trasformazione: il cane appena ucciso che sembra dormire, il gatto che è già un corpo unico con l’asfalto. Tutto il libro è una lezione di ritmo, le pagine scorrono scandite da scarne notizie autobiografiche. Il passo coincide con lo sguardo. Lo scrittore dice di sé l'essenziale, il resto, la materia della narrazione, viene dal suo osservare il mondo, dalla consapevolezza di quanto correre e scrivere condividano disciplina, concentrazione e soprattutto senso dello spazio. In questo senso L’arte di correre è anche una lezione di passaggio, di superamento e di abbandono. Passiamo, vediamo, perdiamo. Un giorno, all'improvviso la giovane coppia di corridori che lo scrittore incontrava sempre durante la sua corsa scompare. Poco dopo scopre che sono morti entrambi in un incidente automobilistico. Dove sono, si chiede, i loro pensieri, i loro sforzi? Non ci sono più, ma per qualche tempo avrà l’impressione di vederli sfrecciare silenziosamente con il loro fiato bianco nell'aria mattutina.


W. G. Sebald ha scritto uno dei suoi capolavori, Gli anelli di Saturno, raccontando il suo viaggiare a piedi per l'Inghilterra. A lui, morto nel 2001 in un incidente d’auto, Clay Risen dedica sul Flak magazineun'epigrafe tratta dal Macbeth che potrebbe - sostituendo al pronome ‘she’ un ‘they’- riguardare i due giovani raccontati da Murakami: “She should have died soon hereafter / there would have time for such a word”.

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