Staid
Piccole tende colorate sono spuntate nelle scorse settimane a Milano. Quelle che abbiamo tutti, allestite nell’area dell’Ex Macello, hanno trasformato una semplice accoglienza temporanea in un’esperienza condivisa e partecipata: il Glitch Camp, promosso dallo IED. Non hanno giustamente suscitato scandalo e hanno permesso a giovani arrivati da ogni parte del mondo di restare in città per qualche giorno, senza confrontarsi con i costi ormai inaccessibili di hotel e B&B.
È la Milano Design Week, mi dico, e tutto – anche dormire accampati – diventa non solo tollerabile ma desiderabile e glamour. Nessuna protesta si leva. Al contrario, molti salutano l’iniziativa come un’occasione geniale per far incontrare creativi da tutto il mondo, giovani dal portafoglio leggero e con un tocco di nostalgia woodstockiana ereditata dai genitori.
Eppure, questo camp è a sua volta una citazione, una suggestione che richiama le tende delle proteste studentesche davanti al Politecnico di Milano per il diritto alla casa. Nell’estate 2023, su iniziativa della studentessa Ilaria Lamera, un gruppo di studenti si era mobilitato per richiamare il dibattito pubblico intorno ai costi esorbitanti degli affitti. Un movimento partito dal basso e poi copiato in altre città italiane. Gli studenti sono presto stati liquidati: sono in molti a non capire perché i giovani trovino insopportabile viaggiare per ore per raggiungere i propri alloggi nella provincia milanese. Alcuni studentati sono stati realizzati, ma i prezzi sono così alti che solo una fascia di giovani ricchi potrà accedervi. È Milano, mica la Caritas.
Capisco l’ironia, capisco la citazione. Quindi non posso non osservare che le tende vanno bene quando sono temporanee, creative e rientrano nell’ambito di un evento, di una narrazione, di un’estetica codificata, ma appena escono da queste cornici e diventano segno di una condizione abitativa reale cambiano immediatamente statuto: se le stesse tende comparissero negli stessi luoghi per ospitare chi una casa non ce l’ha, diventerebbero immediatamente un problema, un’emergenza intollerabile, una ferita nel decoro urbano da rimuovere in fretta; quello che viene accettato come forma effimera e spettacolare non è più tollerato quando diventa risposta concreta alla mancanza di casa, e una tendopoli stabile, anche piccola, destinata ai senza casa non verrebbe celebrata ma eliminata nel più breve tempo possibile.
La soglia è sottile ma netta: se la sorpresa (o il glitch) è un’eccezione messa in scena la troviamo divertente, se diventa una triste realtà non la vogliamo vedere. La soglia è un abisso. Per qualche giorno una città può accettare di sospendere le proprie regole e di farsi ospitale, giocosa, leggera, ma questa disponibilità dura finché resta circoscritta e reversibile; appena quella sospensione rischia di diventare una forma di stabilità o di diritto diventa inaccettabile. Ciò che era raccontato tra virgolette diventa inammissibile senza. Il problema non sono le tende in sé, ovviamente, ma ciò che rendono visibile quando smettono di essere evento: le vite che le abitano, la povertà, la precarietà, il rifiuto delle regole di chi non vogliamo vedere.
Forse il vero glitch non è quello che il camp prova a risolvere – l’accessibilità alla Design Week – ma quello che resta fuori dalla nostra percezione, una città capace di accogliere solo ciò che è una deroga temporanea ed effimera alle regole.
Che cosa, precisamente, ci disturba nell’immaginare che in quelle stesse tende possano stare altri tipi di persone? Cosa rende insopportabile ai più, ad esempio, un gruppo di tende nello spazio pubblico? In cosa consiste la magia della Design Week, che fa apparire lecito ciò che la settimana successiva è illecito e illegale?
Può aiutarci a comprendere il fenomeno l’antropologo Andrea Staid, che titola proprio così il suo ultimo libro, Abitare illegale (pubblicato per Milieu nel 2017 e rieditato con un ampliamento del lavoro per Utet/De Agostini, nel 2026). Staid attraversa le molteplici forme dell’abitare che tendiamo a collocare fuori dalle ortodossie: dall’occupazione di case per necessità alle costruzioni autonome ai margini delle norme, fino a forme di vita nomade o transitoria. Vi rientrano anche esperienze comunitarie radicali, ecovillaggi e pratiche di convivenza ad alta intensità sociale. Non si tratta di eccezioni marginali, ma di un arcipelago dell’abitare contemporaneo che attraversa città e territori senza essere pienamente riconosciuto.
Leggendo il suo lavoro, ritrovo quella stessa curiosità investigativa che aveva animato nel primo dopoguerra e almeno fino agli anni Novanta del secolo scorso molti studi sociologici e urbanistici. È il 1959 quando Danilo Dolci propone a Giangiacomo Feltrinelli la pubblicazione di 32 storie di sottoccupati immigrati a Milano. Le interviste raccolte da Franco Alasia, operaio alla Breda, nel volume Milano, Corea, spostano per la prima volta lo sguardo dalle società povere e contadine del Sud a una città in pieno sviluppo, simbolo della ricchezza industriale, produttrice di marginalità e illegalità. Il giovane sociologo Danilo Montaldi, chiamato a commentare quelle interviste, ne apprezzò soprattutto lo stile ruvido, schietto, privo di compiacimento. Anche lo sguardo di Ermanno Olmi e di Pier Paolo Pasolini racconterà qualche anno più tardi quel mondo povero e marginale, che abita illegalmente, ma con pudore e umanità, i margini dello spazio urbano. Le borgate e gli spazi informali diventano nei loro documentari luoghi di verità, territori in cui l’abitare conserva una dimensione non ancora del tutto assorbita dalla logica del consumo e della rendita. Ciò che accomuna questi sguardi è la consapevolezza che l’abitare informale sia componente strutturale della città, che non si colloca fuori dal suo sviluppo ma ne accompagna costantemente le contraddizioni.
È qui che il lavoro di Andrea Staid riannoda un filo interrotto: al centro della sua riflessione c’è l’idea che l’informalità – o l’irregolarità – non sia semplicemente una deviazione dalle regole, ma una risposta concreta alla difficoltà di accedere alla casa, alla rigidità delle norme e alla crescente trasformazione dell’abitare in merce. In molti casi, queste pratiche non sono altro che il modo in cui le persone continuano a resistere nei luoghi dove vivono quando i canali ordinari vengono meno, come accade nelle occupazioni irregolari.
L’abitare non funziona come un mercato neutro che distribuisce opportunità in modo diseguale, ma come un dispositivo che produce esclusione, che seleziona chi può accedere alla casa e chi ne resta strutturalmente fuori, rendendo l’esclusione non un effetto collaterale ma una componente interna del suo funzionamento. In questo quadro cosa è legale e cosa illegale? Molte di queste pratiche sfuggono alle categorie dominanti: non sono pienamente legali, ma nemmeno illegittime tout court. Non sono integrate nel mercato, ma non sono esterne alla città. Restano in una zona intermedia, ambigua, che il pensiero urbanistico e le politiche pubbliche faticano a leggere, se non in termini emergenziali o repressivi.
È evidente che la mancanza materiale di una casa produca una sottrazione di cittadinanza. Nella modernità occidentale la casa è diventata la soglia minima per essere riconosciuti: senza casa non si è nessuno, non si ha diritto alla città, non si ha diritto a dormire su una panchina – secondo i dettami dell’architettura difensiva – né a trovare riparo in spazi di fortuna. Senza un indirizzo non si esiste amministrativamente, senza contratto o proprietà si è fuori dai diritti, senza stabilità abitativa si è espulsi anche simbolicamente dal corpo urbano.
Ma quello che ci siamo abituati a considerare “naturale”, come acquistare o affittare una casa dentro un mercato regolato investendovi gran parte delle nostre risorse, è in realtà il prodotto storico di un dispositivo di potere. L’idea che esista un solo modo legittimo di abitare, normato e riconosciuto dai codici dell’urbanistica moderna non è un dato universale ma una costruzione recente, tipicamente occidentale. Ed è proprio questa costruzione che produce, per differenza, l’illegalità.

L’abitare “fuori norma” nasce infatti dal progressivo restringimento dell’idea di casa a una sola forma possibile: un modello standardizzato e proprietario che ha cancellato una pluralità storica di pratiche informali. Dovremmo ricordare che per millenni l’abitare è stato processo, relazione, adattamento: una costruzione nel tempo, spesso collettiva, senza separazione tra chi progettava, chi costruiva e chi viveva gli spazi. La casa non era un oggetto finito, ma un divenire.
L’Occidente ha imposto una forma unica di abitare (standardizzata, burocratizzata, dipendente dal mercato) spezzando il legame tra individuo e spazio vissuto e trasformando la casa in un prodotto da acquistare o affittare. In questo passaggio si perdono saperi, autonomie e relazioni: l’abitare diventa qualcosa di espropriato, di appartato (l’appartamento). È, in tal senso, una vera e propria ideologia. Su questo punto vale la pena rileggere anche le pagine di Franco La Cecla nel suo Addomesticare l'architettura. L’Occidente e la distruzione dell'abitare, Utet, 2024.
Dentro questa espropriazione, tutto ciò che non è conforme viene spinto ai margini dell’illegalità: occupazioni, insediamenti informali, comunità autogestite, pratiche di autocostruzione. Eppure, non si tratta di residui arretrati, ma di tentativi, spesso fragili ma vitali, di restituire all’abitare la sua dimensione originaria di atto umano, legato alla libertà e alla relazione.
Diventa allora evidente che l’abitare non sia solo un mercato che produce esclusione, ma anche un dispositivo ideologico che naturalizza una sola forma di casa, rendendola norma indiscutibile e oscurando tutte le altre possibilità storiche e materiali dell’abitare, considerate deviazioni e non semplici variazioni.
Nella cornice delle economie liberiste e tardo capitaliste, anche l’abitazione entra nel circuito della rendita, perde la sua natura di bene d’uso e diventa asset finanziario, non serve più (solo) ad abitare ma a produrre valore, con il risultato di case vuote che rendono più di quelle abitate, di affitti brevi che espellono residenti e di città trasformate in piattaforme di investimento, dove l’abitare reale costituisce un ostacolo alla rendita.
C’è poi un tratto tipicamente italiano che merita di essere messo a fuoco. Nel nostro Paese la casa in muratura non è solo una scelta tecnica – si pensi alla centralità del cemento – ma un vero e proprio paradigma culturale: siamo fermi alla casa dei tre porcellini. Se la casa deve essere stabile, definitiva e accumulabile, tutto ciò che è leggero, temporaneo o reversibile viene automaticamente percepito come inferiore, se non addirittura sospetto.
In molti Paesi del Nord Europa, al contrario, dove la prefabbricazione e le costruzioni temporanee sono più diffuse, si sono affermati anche modelli abitativi flessibili e reversibili. Case per studenti dentro container, case-zattere lungo i fiumi, costruzioni a secco di facile assemblaggio ci seducono nei paesi nord Europei ma le troviamo fuori contesto nel nostro. Ne deriva un paradosso tutto italiano: un patrimonio abitativo vastissimo e spesso inutilizzato, accanto a una crescente difficoltà di accesso alla casa, senza alcuno spazio possibile per forme intermedie di abitare leggero, temporaneo, adattabile. Accettare la temporaneità dell’abitare significa, in fondo, mettere in discussione il legame quasi indissolubile tra casa, proprietà e accumulazione.
Non si tratta di idealizzare l’abitare illegale – giammai – spesso segnato da condizioni di forte precarietà e sofferenza, quanto di riconoscere che proprio in alcune situazioni emerge con chiarezza ciò che il centro tende a rimuovere: la natura profondamente politica dell’abitare. Non è vero soltanto che perde cittadinanza chi non ha casa; è vero anche che una società che riconosce una sola forma di casa finisce per produrre esclusione in modo strutturale e, aggiungerei, per cannibalizzare se stessa.
Abitare illegale ci costringe a guardare oltre l’ovvio, a riaprire l’immaginario. Non basta redistribuire case dentro un modello esistente se quel modello resta fondato su rendita e standardizzazione, serve riconoscere la pluralità dei modi di abitare e restituire spazio all’autonomia, alla cooperazione e alla capacità delle persone di produrre i propri luoghi di vita.
Si può avere una casa ma non abitare. In fondo è questo che l’illegale ci costringe a vedere: che la casa non è solo un bene da assegnare ma un processo da riattivare, e che senza questa riattivazione anche le politiche più giuste rischiano di restare dentro un’idea impoverita di città e di vita.
L’abitare non è un prodotto ma un processo, non è un diritto astratto ma una pratica concreta, non è appartamento ma relazione. Anche chi ha una casa ridotta a merce o investimento rischia di perdere la possibilità di abitare davvero, cioè di costruire un rapporto tra identità e luogo, tra intimità e comunità. In quanti condomìni sono evaporate completamente le relazioni? Nei margini si conserva ancora qualche possibilità che il centro ha dimenticato.
Scrivere oggi sull’abitare a partire da questo libro significa mettere in crisi la nostra idea di legalità, non per negarla ma per interrogarla: quali forme di vita riconosce? quale idea di umano presuppone? Quante forme di abitare siamo disposti a riconoscere come legittime e, di conseguenza, quante forme di vita siamo disposti ad accogliere dentro la città?
Potrebbe essere salutare un piccolo esercizio visivo: rileggere, guardando le immagini, l’articolo che Artribune dedica al Glitch Camp.