Tynjanov: diplomazia e intrighi tra Russia e Iran

9 Settembre 2022

Nelle quasi seicento pagine del romanzo La morte del Vazir-Muchtar. Sangue e diplomazia in Persia, Jurij Tynjanov racconta un solo anno della vita di Aleksandr Griboedov, anche se sembra la sua vita intera. Griboedov (1795-1829) è conosciuto da ogni scolaro russo per la brillante commedia Che disgrazia l’ingegno! e le sue proverbiali battute, molte delle quali sono diventate modi di dire, come il poeta Aleksandr Puškin aveva predetto. Eppure l’attività letteraria di Griboedov non è centrale nel romanzo, poiché l’azione ruota intorno alla sua attività diplomatica e in particolare alla sua terza missione in Persia. Siamo a marzo del 1828, alla fine della guerra russo-persiana (1826-1828). Griboedov ritorna trionfalmente a Pietroburgo con in mano il trattato di pace di Turkmenchay che lui stesso ha contribuito a redigere – alcuni sostengono che sia stato interamente redatto da lui – e che oltre a ridimensionare i confini dello sconfitto impero persiano, gli infligge pesanti imposte di guerra. 

Giunto a Mosca e poi a Pietroburgo, Griboedov è l’homme du jour, viene insignito dell’Ordine di Sant’Anna per aver negoziato il trattato e viene risucchiato in un turbinio di vita mondana: teatro, balli, inviti, incontri letterari. È un diplomatico in ascesa, uomo coltissimo, conosce svariate lingue straniere. Ma questa mondanità quasi inderogabile è accompagnata da un rovello: «La celebre commedia non è stata rappresentata in teatro, né stampata» (p. 39). Che disgrazia l’ingegno!, l’opera che lo ha poi reso un classico della letteratura russa, si era scontrata infatti con la censura.

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Alcuni atti censurati erano stati pubblicati nel 1825 e, subito dopo, delle versioni manoscritte avevano cominciato a circolare e ad avere grande popolarità. Nonostante il successo sotterraneo della commedia, però, Griboedov non poté mai godere della messinscena né della pubblicazione dell’opera che, nella sua versione completa, fu pubblicata solo nel 1862, quando era già morto da trentatré anni. E così, malgrado il suo successo di diplomatico, come autore aveva uno strano destino: «Era stata stampata una certa sciocchezza giovanile che avrebbe dovuto essere bruciata nella stufa e i veri poemi venivano tramandati oralmente o in frammenti» (p. 177). 

Questo è uno degli aspetti che animano il dissidio interiore di un personaggio irrisolto. Tynjanov tratteggia un Griboedov inquieto, malinconico, insoddisfatto, che teme la solitudine e a cui manca, soprattutto, la pienezza della realizzazione letteraria. In uno dei tanti momenti in cui fa i conti con sé stesso pensa che «gli sarebbe stato difficile vivere senza vedere il suo Che disgrazia l’ingegno! rappresentato al teatro di Pietroburgo» (p. 381).

Durante una serata pietroburghese in casa dello scrittore Faddej Bulgarin, legge alcuni passi della sua tragedia incompiuta Una notte georgiana. «È semplice, quasi una Bibbia. Vi invidio» prorompe Puškin a lettura conclusa. Griboedov cerca anche l’approvazione del favolista Ivan Krylov, «ma Krylov non disse nulla, chinando il venerabile capo sul petto» (p. 176). Griboedov è convinto che la tragedia debba imprimersi nella vuota letteratura pietroburghese come una parola importante e crudele, la ritiene bellissima, ma poi, tornato a casa, si rende conto che non va.

Al cospetto del suo contemporaneo Puškin si sente a disagio, lo percepisce come un uomo di una razza diversa, forse perché è così che di solito sono i poeti. Il dubbio, l’incertezza, la crisi lo accompagneranno poi durante la sua ultima missione in Persia dove verrà assassinato.

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La crisi di Griboedov per la mancata realizzazione letteraria e per la graduale incapacità di creare si lega però anche al suo ruolo di intellettuale, uomo e diplomatico nelle mutate circostanze storiche che seguirono alla rivolta decabrista. Scoppiata tre anni prima, e posta da Tynjanov come una sorta di antefatto al romanzo, la rivolta aveva dato luogo a un’ondata di forte repressione. Griboedov ne era stato in parte coinvolto, era stato arrestato per un breve periodo e poi rilasciato. «Fu un tempo di supplizio, la grande “camera di tortura”» (p. 13) scrive Tynjanov nell’introduzione. I migliori uomini dell’epoca, gli uomini degli anni Venti, smisero di esistere, furono condannati a morte o esiliati. Griboedov cerca di trovare il suo posto nel nuovo scenario, giungendo, più o meno consapevolmente, a compromessi con il potere. Oltre alla sua morte fisica e spirituale, il romanzo tratta dunque la questione del ruolo dell’artista nei confronti del potere, dell’ambiguità e del tradimento.

Il Vazir-Muchtar – questo è il titolo di ministro plenipotenziario in lingua persiana – riparte poco dopo essere tornato a Pietroburgo. La sua principale mansione nell’impero persiano è sovrintendere al rispetto delle clausole del trattato di pace di Turkmenchay. Lungo il viaggio si ferma a Tbilisi, in Georgia, dove scampa a un’epidemia di peste e conosce la giovane e bellissima principessa georgiana, Nina Čavčаvadze, che in agosto diventa sua moglie.

Quando l’amico Bulgarin e la consorte apprendono la notizia del matrimonio, la signora Bulgarin commenta che Griboedov non è fatto per la vita familiare. «Ciò lo ostacolerà, non scriverà più una commedia» (p. 345). E fu effettivamente così, ma per altre ragioni. I neo-sposi continuano il viaggio insieme, ma Nina, che resta subito incinta, si ferma a Tabriz per non essere esposta a pericoli, mentre Griboedov prosegue per Teheran.

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Qui l’atmosfera è da subito ostile. Griboedov entra in città su un cavallo moro e viene accolto da grida che solo dopo capirà: il suo cavallo viene assimilato a quello che aveva cavalcato l’assassino dell’imam Husayn. Sembra quasi un cattivo presagio, tanto più che qualche giorno dopo il suo servitore Saška viene picchiato a sangue. Griboedov si annoia, «un giorno sembrava un anno», incontra lo Scià con tutto il suo stuolo di eunuchi, si destreggia nelle questioni diplomatiche, si chiede se sta facendo bene il suo mestiere, finché, nell’ultima notte di soggiorno a Teheran, viene visitato da un eunuco di origini armene che chiede di essere ‘estradato’ dalla Persia.

Secondo il trattato di Turkmenchay, infatti, gli oriundi delle province russe o dei territori passati alla Russia dopo il trattato, avevano il diritto di tornare in patria. Ma in città si diffonde la notizia e monta il malcontento verso l’infedele traditore e verso il Vazir-Muchtar. Uno stuolo di fanatici marciano verso l’ambasciata russa e la prendono d’assalto. Griboedov viene trucidato. 

Ricchissimo di dettagli, citazioni, epigrafi, rimandi alla storia e alla letteratura, La morte del Vazir-Muchtar dispiega una immensa galleria di personaggi, russi e persiani, descritti nel loro modo di essere, di vestire, di comportarsi, di guardarsi gli un gli altri attraverso il filtro delle differenze culturali e delle cautele della diplomazia. La narrazione, che avviene spesso in medias res, intreccia diversi punti di vista, diverse angolazioni di sguardo che rinforzano il concetto dell’ambiguità e dello sdoppiamento, come nella scena, d’impatto cinematografico, in cui Griboedov si vede contemporaneamente in dieci specchi, sforzandosi però di non guardare a lungo il Vazir-Muchtar.

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Il romanzo comparve sulla rivista «Zvezda» tra il 1927 e il 1928, e poi in volume nel 1929, in occasione del centenario della morte di Griboedov, e offre al lettore l’immagine di un autore la cui grande popolarità non ne aveva forse mai restituito la vera profondità. «Ho cominciato a studiare Griboedov» scrive Tynjanov nella sua autobiografia «e sono rimasto sgomento da quanto poco egli fosse stato compreso e da quanto ciò che era stato scritto da Griboedov fosse dissimile da ciò che era stato scritto su di lui dagli storici della letteratura» (traduzione mia).

Tynjanov fornisce dunque la sua interpretazione, che alcuni critici sovietici hanno trovato discutibile. Del resto i classici sono intoccabili soprattutto nelle epoche in cui si ha bisogno di certezze, e non è facile accettare la visione pessimistica di una storia creduta da sempre migliore. Anche se non criticata, l’interpretazione di Tynjanov costrinse i suoi lettori – o quantomeno alcuni – a rimodulare l’immagine che essi avevano del commediografo. In una lettera del 24 marzo 1929 Maksim Gor’kij scrisse a Tynjanov da Sorrento: «Griboedov è splendido, anche se non me lo aspettavo così. Ma Lei lo ha tratteggiato in maniera così convincente che dev’essere stato così. E se non lo era, da adesso lo sarà» (trad. mia).

Le parole di Gor’kij rivelano fiducia nel critico formalista che, considerati i suoi studi filologici, è ben riposta. Jurij Tynjanov (1894-1943) era stato membro di spicco dell’Opojaz, la Società per lo studio del linguaggio poetico, attiva a Pietroburgo tra il 1916 e il 1925, e i suoi interessi si erano concentrati in particolare sull’epoca di Puškin. Rispetto alla dimensione tendenzialmente sovrastorica del formalismo, – se pur consideriamo la pluralità di voci che animarono la scuola critica – Tynjanov mantenne sempre viva l’attenzione al contenuto, al costume letterario, alla sociologia, al più ampio contesto storico, all’influsso della società nella letteratura. Ne sono infatti la dimostrazione i tre romanzi storico-biografici che caratterizzano la sua produzione matura: Kjuchlja (1925), dedicato al poeta decabrista Kjuchel’beker, amico di Puškin e di Griboedov, La morte del Vazir-Muchtar e l’incompiuto Puškin (1936-‘43).

I romanzi, a cui si accompagnano altri racconti di carattere storico, non solo rivelano una profondissima conoscenza dell’epoca, di cui anche Gor’kij scrisse ammirato nella lettera citata in precedenza, ma testimoniano la continuità tra l’esperienza di Tynjanov storico della letteratura e romanziere. Le tre opere avrebbero costituito un’ideale trilogia, i cui protagonisti erano accomunati dall’aver vissuto in un’epoca di grandi cambiamenti storici e letterari, di cui in parte furono fautori. Ma Kjuchel’beker, Griboedov e Puškin sono forse anche oggetto di identificazione per Tynjanov, se cogliamo una suggestione dello storico della letteratura D.S. Mirskij che scrisse che gli scrittori del passato erano scelti dagli autori dei romanzi biografici come simboli di sé stessi, poiché si ritrovavano ad essere nuovamente oppressi dallo stato sovietico come ai tempi di Nicola I. 

Quest’anno il romanzo viene riproposto per la seconda volta in Italia dalla casa editrice Edizioni Settecolori con la traduzione di Giuliana Raspi. Corredano il volume una entusiastica prefazione di Louis Aragon e una circostanziata postfazione di Armando Torno. La prima traduzione italiana dell’opera, dal titolo Il Vazir-Muchtar, edita da Silva e con un’introduzione di Ettore Lo Gatto, era stata pubblicata nel 1961, non a caso il decennio in cui in Italia, con enorme ritardo, comparvero le prime ricerche e traduzioni dei protagonisti del formalismo russo.

Duole però notare che la traduzione della nuova edizione è la stessa del 1961, con piccolissimi aggiustamenti che non la rendono migliore della prima. La traduzione risulta non solo a tratti invecchiata, ma faticosa, imprecisa, straniante in alcuni passi, tanto da sembrare una delle prime prove di traduzione di un traduttore. Ed è infatti così, come dimostra la dedica manoscritta della traduttrice Giuliana Raspi ad Anjuta Maver Lo Gatto, figlia di Lo Gatto, su una copia del romanzo conservata al fondo Lo Gatto della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma: «Ad Anjuta “la mia opera prima.” Con affetto Giuliana 1961-1980».

Le opere citate (la biografia di Tynjanov e la lettera di Gor’kij) sono contenute rispettivamente nei volumi:

AA.VV., Jurij Tynjanov pisatel’ i učënyj. Vospominanija, razmyšlenija, vstreči, Izd. CK VLKSM, Moskva 1966, p. 19.

I.S. Zil’berštein, E.B. Tager (a cura di), Gor’kij i sovetskie pisateli: neizdannaja perepiska, vol. 70, Izd. AN SSSR, Moskva 1963, p. 458.

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