Wanna Marchi senatrice a vita!

4 Novembre 2022

Wanna, a tradurre dall’inglese, significherebbe “voglio”. E di atti di volontà, persino di caparbietà, la sua storia è piena. Ma forse non si può spiegare il mito duraturo di Wanna Marchi soltanto con la ferrea determinazione del personaggio. Da sola, non ce la fa.

Una grande storia della visibilità moderna, certo. Persino il suo nome è una creazione di comunicazione: come rivelato dalla figlia, l’originaria Vanna sostituì la sua iniziale con una W nell’idea di comporre un logo con la M di Marchi, una lettera opposta all’altra. Diventare un brand, sopravvivere all’obsolescenza mediatica. Solo quello contava. Uscita dal carcere dopo la prima condanna, quella del 1990, accetta di reclamizzare in tv i poteri di un sedicente mago perché, spiega, “mi permetteva di rimanere in video, che per me era molto importante”. Questa febbre la rende unica? Non sembra.

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Poi c’è la sua vita incarnata nei mass media, nella quale la tv è la fine e il principio di tutte le cose. Oggi palpita nella serie Netflix, ma negli anni ottanta era stata l’esplosione delle emittenti private a ribaltare il destino di Vanna – nata povera, orfana a 15 anni e trasferitasi a Bologna per lavorare da commessa – rendendola invece ricca, famosa, proprietaria di un’azienda. Nei suoi primi spot di quegli anni c’era già di lei il piglio minaccioso, ma anche l’orgoglio di esibire i propri dipendenti, di sedere dietro una scrivania padronale. Finché, ribaltando tutto, nel 2001 non sarà proprio lo scoop di un programma televisivo, Striscia La Notizia, e poco prima anche l’interesse di Mi Manda Rai Tre, ad attirare l’attenzione della procura di Milano fino alla condanna. Nove anni e mezzo di carcere. Un tragitto esemplare – soltanto lo schermo può sconfiggere lo schermo – ma non isolato, non irripetibile.

Ancora: rappresentante per eccellenza dei margini dell’economia nazionale. La “contadinotta” (parole sue) che fa troppi soldi e cade in rovina è il piccolo ennesimo monumento vivente di una democrazia economica, quella italiana, spesso infrequentabile senza l’aura del gangster, nella quale i nuovi ricchi assumono sovente le sembianze dei peggiori ceffi mentre i ricchi di sempre, impassibili, custodiscono status e gerarchie sociali. Nel film Joy (2015), che racconta l’epopea televisiva dell’inventrice del mocio, il regista David O. Russell ha riprodotto l’incanto e lo stordimento di una ricchezza istantanea, vista nel suo farsi, attraverso il frenetico counter degli acquisti e l’eccitazione dei centralinisti. Ma Joy Mangano, la protagonista di quella storia – vera e americana – oltre a ideare un nuovo modo per pulire il pavimento riesce ad affermarsi, a costruirsi una vita, il cinema la premia con il biopic, mentre per Wanna la lotta nel fango non è mai finita. E la sua scalata italiana è difficile, è impossibile. Insomma, pure qui ritroviamo italianità generica, non l’unicità.

C’è altro. Maschera formidabile, ma in quante sono? Sempre in bilico tra imbroglio e riscatto, Wanna Marchi trasforma il suo volto in una smorfia da combattimento. La sua eccitazione fuori di testa, i capelli ritti e sgargianti, lo sguardo strabuzzato perennemente sul chi vive, le movenze soldatesche, il sorriso aggressivo e mai spensierato. Una trasfigurazione che ne fece la nostra Mildred Pierce fatta in casa, l’imprenditrice sola e aggrappata al suo sogno, resa indimenticabile dalla recitazione sopra le righe di una Joan Crawford che tra le ombre noir raccontava anche la sua guerra personale, una sua utopia matriarcale, il deforme desiderio di indipendenza punito dal misogino plot hollywoodiano, nel 1945 un autentico guardiano sociale. La faccia di Wanna è l’icona dell’eccesso, dell’imbroglio, esplode sulle copertine dei dischi, sui libri, sui gadget, poi si scolpisce nelle immagini processuali, impassibile e altrettanto smodata, quando sfilano proprio davanti a lei le sue imperdonabili crudeltà ai danni dei fragili. Troppo di tutto. Ma, di nuovo, in un mondo di eccessi.

Ai giorni nostri gli scandali e i processi hanno portato via anche l’umanità strabordante, quasi circense, che in quegli anni – ottanta, novanta – creò un modo diverso, sgraziato e liberato, di fare la tv con i dialetti, gli insulti, i suoni corporali e gli squilli di telefono. Allora passiamo anche di qui, dal linguaggio: dalla punteggiatura sonora con la quale esaltava ogni sua singola frase, gridando, ringhiando, qualunque cosa purché il discorso non cada mai, non diventi mai semplice parola. Wanna non comunica. Impone. Pretende. Ha imparato da subito, durante le sue primissime prove televisive, quanto servisse non contenersi davanti alla telecamera, quanto la tv premiasse la capacità di interromperne il flusso di finzioni, santificando l’irruzione, l’imprevisto, l’attentato alla visione pacificata. Ma il lessico delle televendite è anche antico, è quello delle fiere paesane, solo trasferitosi negli studi televisivi. Schema-Dulcamara: il banditore arriva in città, attira l’attenzione come sa e vende l’elisir miracoloso, “udite o rustici”. Arcaico, nel nuovo.

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No, la sua wanna-vita si può rigirare come un prisma e da qualunque lato continuare a vedere pezzi d’Italia, di genericità, esplosa e messa in evidenza come non mai, certo, ma ancora incapace di spiegare fino in fondo le ragioni di un mito individuale così condiviso da renderla ancora, a ottant’anni suonati, una protagonista della vita pubblica in viaggio da un’intervista all’altra, riverita ospite dei media principali. Provo allora a cercare il simbolo Wanna Marchi nella cronaca, seguendone le apparizioni come briciole di pane. Se è creatura mediatica, saranno i media a indicarne l’origine. Anzi, meglio: il ruolo.

Ed ecco qualcosa. A pochi giorni dalle elezioni, la non ancora presidente del consiglio Giorgia Meloni in persona ne aveva recuperato la figura per attaccare Giuseppe Conte e i suoi comizi: “Non stai vendendo pentole, non sei Wanna Marchi”. Ma come rimbalza, questo attacco, sulle pareti di gomma dei giornali. “Quella è Giorgia Meloni o Wanna Marchi?”, ci si chiede poco dopo, accusando proprio la presidente di Fratelli d’Italia. E giù di lì, anche Salvini “sembrava Baffo da Crema”, scrive il Foglio, senza spostarsi di molto. È tutto un grande imbonimento, dunque? E la cittadinanza una massa passiva, sempre disponibile a nuovi imbrogli? Sì, la televendita è la grande congiunzione simbolica tra la proposta politica e la presenza mediatica, ma è soprattutto l’immagine adorata con la quale i colti in Italia amano raffigurare la comunicazione politica e il confronto democratico.

Non che al contrario avvengano contese ateniesi. Ma Wanna Marchi è per un simile punto di osservazione la perfetta testimonial del popolo bue, e la sua corte di ingannati con dolo rappresenta agli occhi della classe dirigente un’immagine irresistibile con la quale comprovare che gli italiani sono e rimangono plebe, incapaci di badare a loro stessi e alla gracile democrazia chissà come ricevuta in dono dalla storia. Perciò gli servono tutori, si tratti di governi tecnici baciati dal divino o di paternalismi storico-letterari, e Wanna che ne ha fatto un sol boccone dimostra il loro “bisogno di essere guidati”, la loro perenne ricerca di “qualcuno in cui confidare, al quale dire sarà lui che risolverà i miei problemi”. Visti dal loggione degli opinionisti, quelle vittime indebitatesi per respingere il malocchio e “le negatività” sono l’italiano in purezza, ciascuno di essi vale milioni di noi, e le spietate manipolazioni delle quali sono vittime, invece di interrogare chi la società la conduce, autorizza a gettare la spugna più che a rafforzarne le strutture democratiche, a scuotere la testa, a volgere lo sguardo altrove davanti agli “italiani”.

Il mito di Wanna Marchi non può morire perché è perfetta ideologia, cemento di un gruppo sociale che utilizza il folklore contro il popolo, e rivolge a sé la continua rassicurazione di avere davanti una platea molle e ignara, che non reclama diritti o spirito di servizio ma semmai singola salvezza per sé, raccomandazioni per i figli e un piattino per parlare coi defunti. Attraverso maschere vernacolari come la sua, la classe dirigente ottiene il più disincantato via libera alla costante demolizione di ogni pubblica virtù, perseguita sui media con una costanza indefessa e su qualunque canale, deridendo il parlamento perché espressione fotografica, “naturale”, del volgo incorreggibile, e facendo suonare favolistica e consolatoria, per esempio, l’affermazione che sto per fare se dico che - ehi - gli italiani la democrazia l’hanno costruita con le loro mani e sono stati loro, non altri, a scrivere quel gioiello di Costituzione.

Suona retorica? E infatti. Però è vera. Più comodo, più prêt-à-porter, designare fior da fiore qualche arci-italiano ed eleggerlo a narrativa esemplare di una democrazia impraticabile con questo popolo di abbindolati sistematici. E quindi il successo di Wanna Marchi in effigie diventa in fondo quello di Berlusconi, è quello della brutta destra che con le chiacchiere non-ci-si-spiega-come ma vince le elezioni, è il cattivo discorso premiato dalla maggioranza, la parresia negativa che sembra autentica ma infine danneggia la comunità ignara di sé. Immagini mostrificate del consenso, tanto da non potersene neanche chiedere le ragioni né interrogarsi sul proprio ruolo o su quale pratica della politica possa invece riguardare gli ultimi e i penultimi, sempre che interessino ancora. A fronte di una rappresentazione così squallida della volontà popolare sarà allora più che lecita la fuga, il disinteresse, il ripiegamento opportunistico.

Wanna l’imbrogliona è più di sé stessa perché di tutto ciò è l’utilissima icona. Consideriamola la vera senatrice a vita della nostra classe dirigente, a sua volta la sola, grande e infaticabile realtà antipolitica nell’Italia del 2022.

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