America. Generale Custer
L'8 novembre cittadine e cittadini degli Stati Uniti andranno a votare per le elezioni del cosiddetto midterm per eleggere i loro rappresentanti alla Camera e al Senato.
Abbiamo pensato di colmare questo periodo pubblicando una serie di articoli dedicati a libri - narrativa e saggi – che possono aiutarci a capire cosa accade giorno per giorno in America in un momento così complesso e imperscrutabile di un paese che continua, nonostante tutto, a influenzare i destini del nostro Pianeta, e in una presidenza così imprevedibile, fonte di preoccupazioni, paure e timori continui. E magari anche a leggere il Futuro con il Passato.
La morte del generale Custer e dei 264 soldati che comandava è un evento che è diventato mito nella storia americana ed è difficile districarlo dalla vastissima diffusione di immagini, libri e racconti che lo riguardano. Il pregio principale della biografia che gli dedica Larry McMurtry (Custer, Einaudi, 2026, pp.120) è di attraversare con una certa disinvoltura i materiali molto eterogenei tra loro e di trasmetterci qualcosa delle ragioni che ne fanno una figura centrale nel modo in cui gli americani concepiscono sé stessi, il proprio territorio e alla fine il mondo intero. Il paragone che McMurtry cita per aiutarci a capire è con le torri gemelle, un evento che determina la politica americana dall’Iraq all’Afghanistan a Gaza e all’Iran. Custer è all’origine di un senso di eroico vittimismo che va oltre l’evento, incarna una tensione già presente nella società americana. Il genocidio, lo sterminare popoli interi parte da una vendetta per un’offesa subita ma è ovviamente alimentato dagli interessi economici che spingono in quella direzione. Questi interessi sono così radicati nella società americana dell’Ottocento, ancora estremamente diseguale nella popolazione e giovanissima, che Custer diventa una narrazione unificante, l’identità, la quintessenza dell’essere americani. Come oggi per tutto l’occidente (noi inclusi) dove il petrolio e quindi le macchine private, gli aerei e tanto altro sono così radicati nella vita economica di ogni giorno, che noi ne siamo più o meno consapevolmente plasmati, pur conoscendone il vero prezzo. Prezzo che non è il costo in dollari al barile, ma le migliaia di Arabi che vengono ammazzati per stabilirne il prezzo e assicurarsi giacimenti. Custer incarna per primo, attraverso la sua vittimizzazione, un diritto degli americani a un territorio che non è loro, è abitato da altri. In questo senso le frasi di Trump su Iran o Gaza (distruggeremo un’intera civiltà per l’Iran, oppure il progetto di costruire una riviera mediterranea come se gli abitanti di Gaza fossero stati semplicemente sfrattati e non bombardati dall’esercito) rientrano in una tradizione che proprio nel Generale Custer ha la sua matrice.
Già un paio di ore dopo la sua morte e praticamente fino al giorno d’oggi, Custer viene raffigurato come un eroico solitario che muore con i suoi 264 uomini assediato dagli indiani. Che questo fosse dovuto, e lo si sa da subito, a una mancanza di strategia e intelligenza militare, non diminuisce il significato simbolico della sua morte. Il destino manifesto che anima l’espansione a Ovest, e cioè la convinzione che gli USA con la loro democrazia debbano espandersi perché civiltà superiore, trova nel generale con i capelli lunghi, come lo chiamavano gli indiani, una radice sentimentale. Tra i più grandi propagandisti di questa sentimentalizzazione c’è proprio la moglie di Custer, Elizabeth, che diventerà una strenua sostenitrice del martirio del marito a cui dedicherà tre libri. McMurtry ci informa di tediose lettere di trentotto pagine della coppia, ma è dopo la morte del generale che mescolare le necessità economiche con l’esaltazione degli affetti piccolo borghesi della coppia trapiantati nella fragile frontiera occidentale diviene un paradigma: pensiamo ai tanti western dove le sparatorie tra disperati hanno come premio una piccola famiglia e una fattoria.
Naturalmente non ci sono lettere d’amore in grado di cancellare il fatto che gli USA siano fondati sul genocidio delle popolazioni che abitavano l’America. Riparare le violenze, gli espropri, i 364 trattati infranti contro i nativi è impossibile. Paradossalmente, queste violenze finiscono con il rafforzare la visione messianica degli Stati Uniti nel mondo che dalla Corea al Vietnam, da Cuba alle dittature dell’America del Sud e oggi nel Medio Oriente, fanno degli USA gli sceriffi del mondo.
Prima di tutto perché è proprio nel prevalere su altri che si forma il modello americano. Il manifest destiny alla fine è questo. Gli USA sono subentrati ai governi imperiali europei (inglese, belga, francese, olandese, tedesco, alla fine anche italiano) con le due guerre mondiali, che non volevano fare ma che hanno vinto, e questo ha naturalmente modificato il modo in cui si sono rappresentati. L’ottocento americano era diverso: le ondate migratorie di poveri europei erano il sangue che nutriva l’espansione che divorava territori e risorse dei nativi. Lo stesso Custer era di origine tedesca (probabilmente il nome era una corruzione di Koester), e il modello su cui sviluppavano la propria espansione discendeva direttamente dai loro ex padroni. Prima di tutto dagli inglesi: la Declaration of Independence era un documento rivolto a Giorgio III, da cui ci si dichiarava indipendenti. Ma tutto il continente era teatro delle schermaglie tra gli altri sovrani europei, il conflitto con gli spagnoli o acquisti come quello della Luisiana, il disegnare confini come se ci si giocasse delle azioni in borsa.
Alle origini degli USA e di Custer c’è quindi sia una spinta economica e l’aspetto mitico sentimentale ne è la foglia di fico. Con un’aggiunta tremenda che è la strage e il genocidio. Il salto nella determinazione allo sterminio viene secondo McMurtry dalla guerra civile americana, che ammazza 750.000 soldati. La battaglia di Agnadello (1509), una delle più cruente del cinquecento, lascia sul campo tra i 2.000 e il 4.000 morti. Il vero incremento di morti si ha in Europa con Napoleone per cui è difficile arrivare a una stima precisa, perché molti soldati non muoiono in battaglia, per esempio nella campagna di Russia. Una stima dei soldati morti in combattimento è di 381.000 morti. La guerra civile americana, che è la palestra di Custer, ammazza quindi il doppio dei soldati. Sono cifre enormi, ed è in questa macchina da guerra che Custer si è fatto le ossa e che ora rivolge contro gli indiani.
Tra nord e sud America si stima che la popolazione precolombiana delle Americhe fosse di cento milioni. Negli attuali USA, la popolazione doveva essere di circa diciannove milioni, e viene ridotta a meno di un milione. Tre volte la Shoah. Un genocidio per lo più perpetrato dall’esercito, che faceva spazio ora per la ferrovia, ora per coloni espulsi dall’Europa. Il tutto su uno zoccolo razzista che era cresciuto con la tratta degli schiavi dall’Africa. Un sistema e una nazione fondate sul razzismo, che è semplicemente l’ideologia che consente lo sfruttamento di parte della popolazione a cui si negano diritti.
Alla crudezza dei dati di questo sfruttamento e dell’ideologia su cui si basa, la figura del Generale dai lunghi capelli, rappresentato come un angelo bianco, elegante e ricco di sentimenti amorosi per la moglie, offre un riparo che confonde ancora le acque. McMurtry smonta l’eroismo dell’assedio con la stupidità del generale e la sua vanità.
Custer si lanciò con 264 uomini contro un accampamento di 10.000 indiani, di cui tra i due e tremila erano guerrieri. Gli indiani vinsero ma sapevano che quella era anche la loro fine. Non solo per la vendetta che li avrebbe quasi annientati, ma per come quella vicenda sarebbe stata raccontata. Toro Seduto finì nel circo di Buffalo Bill, alle diverse ondate di ricerca dell’oro non ci sarebbe stata più resistenza perché l’esercito prometteva protezione ai disperati cercatori che si spingevano in territori che una volta erano abitati liberamente dai nativi. Ai bisonti, da cui dipendeva l’economia degli indiani, i bianchi sparavano anche dal treno, non per mangiarli o farne nulla, per divertirsi.
Oggi non è neppure necessario un revisionismo storico. I libri e i film che raccontano questa storia non si schierano più con i coloni. Ombre rosse (Stage coach, John Ford 1939) e gli altri film che simpatizzavano con i coloni o con Custer, sono stati sostituiti da film che cercano di rievocare la vicenda degli indiani. Mc Murtry fa parte di questo gruppo e il libro è piacevole più che per la profondità dello sguardo storico per la familiarità con ambienti per cui è spesso difficile avere simpatia.
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