George Floyd, una tragedia americana

26 Novembre 2023

Non renderebbe giustizia al lavoro di Robert Samuels e Toluse Olorunnipa chi descrivesse il libro frutto di tale lavoro come una ricostruzione giornalistica: per molti aspetti, infatti, Il suo nome è George Floyd, Premio Pulitzer 2023, (La nave di Teseo 2023, pag. 528), è una vera e propria opera di ricerca storiografica; e per altri a me pare che inviti, senza dichiararle apertamente, a riflessioni di carattere tragico.

George Floyd è l’uomo che, la sera del 25 maggio 2020, è stato ucciso a Minneapolis, in Minnesota, dall’agente di polizia Derek Chauvin. Il video della sua morte, diffuso poco dopo l’evento, ha suscitato un’immensa reazione in tutti gli Stati Uniti: Chauvin, intervenuto in seguito alla segnalazione di un commesso, secondo il quale Floyd aveva pagato un pacchetto di sigarette con 20 dollari falsi, ha bloccato Floyd premendogli un ginocchio sul collo per “nove minuti e ventinove secondi”. Gli altri tre agenti intervenuti non hanno fatto nulla per difendere la vittima, a dispetto delle sollecitazioni di alcuni dei presenti, che si rendevano conto di quanto stava accadendo.

Samuels e Olorunnipa ricostruiscono questo avvenimento attraverso testimonianze e documenti, prestando attenzione a tutti i dettagli: l’acquisto delle sigarette, il pagamento con la banconota falsa, la chiamata delle forze dell’ordine, le varie fasi del loro intervento, il dialogo tra i poliziotti e i commessi, tra i poliziotti e il sospettato, tra i poliziotti e la folla. E come è naturale ci accompagnano nella ricostruzione degli antefatti: il loro racconto ci spiega perché il quarantaseienne Floyd, nato a Fayetteville, in Nord Carolina, e cresciuto a Houston, in Texas, nella primavera del 2020 si trovava a Minneapolis, e come aveva trascorso le ore precedenti, e perché si trovava in quel luogo preciso insieme a un amico e a una donna, a bordo di un SUV di proprietà di un’altra donna; e ci spiega chi era Chauvin, quali erano i comportamenti che, in precedenza, avevano caratterizzato la sua azione di poliziotto, e come era giunto a lavorare nelle forze dell’ordine e così via.

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Ma la cronaca, evidentemente, non basta, e i due autori si trovano costretti, una volta intrapresa l’analisi delle cause e delle concause, ad allargare lo sguardo, e a collocare gli eventi di quella tremenda serata, e tutta la biografia dei due protagonisti, all’interno di un quadro molto più ampio. La ricostruzione giornalistica si fa quindi studio storiografico – e il testo risale all’indietro nel tempo, agli antenati di Floyd e di Chauvin. È qui, nelle pagine storiche, che il lettore vede all’opera le forze collettive, impersonali, da cui dipende il destino di Floyd, contro le quali la volontà individuale sembra impotente e la lotta dell’individuo vana. Mi limito a due esempi, fra i tanti che colpiscono per la loro spaventosa violenza.

Il primo riguarda il trisnonno di Floyd, Hillery Thomas Stewart, nato schiavo nel 1857, poi liberato, che “alla fine del diciannovesimo secolo, dopo più di trent’anni trascorsi a lavorare da uomo libero, era riuscito ad ammassare cinquecento acri di terra” nel Nord Carolina orientale. Stewart cioè, grazie alla relativa protezione che le autorità federali garantivano ai neri nell’epoca della cosiddetta Ricostruzione, era diventato un capofamiglia piuttosto benestante. Ebbene, la sua condizione non poteva mancare di suscitare l’invidia e la rabbia dei suoi vicini bianchi, che tra il 1896 (l’anno in cui la Corte Suprema sancì la legittimità della segregazione razziale) e il 1920 (l’anno in cui Hillery perse gli ultimi acri di sua proprietà), approfittando del suo analfabetismo, riuscirono a sottrargli tutte le terre grazie a contratti capestro, che imponevano clausole impossibili da rispettare.

La vicenda di Stewart, gravida di conseguenze per le generazioni a venire e quindi per Floyd, non è un caso isolato: “Tra il 1910 e il 1997, gli agricoltori neri hanno perso il controllo di oltre il novanta per cento delle loro terre, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura [il ministero dell’agricoltura statunitense]. Gran parte di esse sono state prese con la frode, l’inganno e la violenza – e quasi tutte sono finite nelle mani dei bianchi, dove rimangono ancor oggi”. Storia nota, senza dubbio, ma rileggere i dati, soprattutto quelli relativi ai decenni più prossimi a noi, continua a fare una certa impressione.

Il secondo esempio riguarda per l’appunto gli anni Settanta del Novecento, e l’esito disastroso di una legislazione nata con le migliori intenzioni in seguito alle proteste per i diritti civili del decennio precedente. Per ovviare al divario qualitativo fra le scuole nere (con studenti e insegnanti neri) e le scuole bianche (con studenti e insegnanti bianchi), il governo federale impose per legge a tutte le scuole di avere un 30 per cento di insegnanti appartenenti alla minoranza: non potendo costringere i genitori a iscrivere i figli in scuole diverse da quelle di elezione, poteva almeno sperare di innescare in questo modo una progressiva integrazione. Le scuole ubbidirono: quelle bianche, che avevano maggiori disponibilità economiche, si accaparrarono gli insegnanti neri migliori; quelle nere, più povere, dovettero accontentarsi degli insegnanti bianchi meno preparati, meno motivati, meno esperti. Il risultato fu paradossale: un aumento del gap che si intendeva colmare!

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Manifestazione a Minneapolis credit Fibonacci Blue.

Floyd, forse al di là delle intenzioni dei due autori, emerge da questo libro come una figura irritante, a tratti sgradevole. È una vittima, certo, della sistematica ghettizzazione a cui sono stati sempre sottoposti i neri nel Sud, della retorica anti-droga di Nixon e delle sue micidiali conseguenze, del carrierismo e della impreparazione e del razzismo della polizia di Houston, di un sistema carcerario di cui gli autori denunciano con forza l’ingiustizia, confermata non solo dalle statistiche (la percentuale di detenuti neri è immensamente superiore alla percentuale di cittadini neri), ma dalle dichiarazioni stesse dei manager e dei politici, che delle carceri hanno fatto un business, sul cui indotto vivono intere cittadine – e si potrebbe continuare, perché gli autori prendono in considerazione analiticamente tutti questi aspetti ed altri ancora. Ma Floyd è anche un irresponsabile, un debole morale, che nasconde dietro alla stucchevole retorica degli “I love you” e della fratellanza nera e delle grandi aspirazioni e delle frasi roboanti una sostanziale incapacità di crescere, di stabilire un rapporto adulto con la realtà, con le donne, con il denaro. A costo di essere sgradevoli e di rischiare qualche insulto, bisogna essere onesti fino in fondo: Floyd non è il “nero buono” che vorremmo come amico.

La sua morte, imprevedibilmente, l’ha trasformato in un simbolo, ha dato slancio al movimento Black Lives Matter, ha innescato una serie di proposte legislative (fra cui una radicale riforma della polizia) che, in teoria, avrebbero dovuto incidere sulla realtà. Avrebbero cioè dovuto prendere atto del carattere sistemico e non casuale, non episodico, dei meccanismi che avevano portato alla morte di Floyd. A questa parte della storia sono dedicati i quattro capitoli finali del libro, che raccontano il processo a Derek Chauvin, la sua condanna, le manifestazioni che hanno riportato a Washington le folle dei tempi di Martin Luther King, i giochi politici in cui sono stati sia pure marginalmente coinvolti l’avvocato e il fratello di Floyd.

L’ultimo capitolo è intitolato “La speranza americana”, e a me pare un tentativo nobile, ma poco credibile, di negare il carattere tragico della storia che ci è stata raccontata. Non so quanto Samuels e Olorunnipa se ne siano resi conto, ma la storia di Floyd è quella dei grandi eroi tragici antichi, convinti, nella loro innocenza, nella loro purezza, di poter “cambiare il mondo” (è uno dei mantra dello stesso Floyd), di salvare Tebe, di portare il fuoco agli uomini, incapaci di rendersi conto delle forze che ne fanno strumenti ciechi (e in certa misura corresponsabili, addirittura empi) di un destino che li trascende, su cui nessuno è in grado di intervenire.

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Si esce dalla lettura di questo libro impietositi, non c’è dubbio: per Floyd, com’è ovvio, e in qualche misura anche per Chauvin – che è stato condannato a più di vent’anni di carcere, non voglio dire ingiustamente, ma facendone un esempio, che è sempre una cattiva premessa per chi dovrebbe avere comunque giustizia ed equità e si ritrova gettato nelle fauci di un’opinione pubblica assetata di vendetta. Se ne esce anche inorriditi, perché (gli autori, a malincuore, non possono fare a meno di ammetterlo) le forze collettive da cui è dipeso il destino di Floyd e quello di Chauvin hanno subito ripreso il sopravvento: le riforme della polizia sono state parziali, superficiali, poco incisive; le proposte di legge più significative sono ferme al Congresso a causa dell’opposizione di un’agguerrita fazione che unisce repubblicani e democratici, senza distinzioni; e le manifestazioni di piazza sono sempre meno partecipate, le notizie sempre meno presenti sulle pagine dei giornali e nei notiziari, scavalcate da nuove urgenze, nuovi casi, nuovi scandali.

Non solo il razzismo, ma anche e forse soprattutto la convinzione profonda che i poveri, gli emarginati, gli infelici, siano responsabili della loro condizione, e quella speculare che la violenza sia un metodo adeguato ed efficace per affrontare i problemi della società – cioè le premesse culturali e ideologiche lontane, che gli autori hanno indagato e indicato con chiarezza nella prima parte del libro – l’America sembra incapace di comprenderle e di discuterle; restano, a dispetto di tutto, il suo destino.

Il suo nome è George Floyd. La vita di un uomo e la lotta per la giustizia razziale, traduzione di Alberto Cristofori, La nave di Teseo 2023, pag. 528, 22 euro.

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