Occhio rotondo 65. NY

12 Aprile 2026

L’occhio di Saul Leiter è una palpebra che si apre e fa clic. Vede quello che c’è, così com’è. Una strada di New York in cui ha appena finito di piovere, l’asfalto lucido e le immagini sfuocate nello sfondo. Tutto è visto al volo con uno sguardo naturale, ma che è anche innaturale, rimanda alla tela d’un pittore. Leiter fotografa come un paesaggista guardando la sua città d’adozione, e sono macchie di colore sebbene si riconosca bene il profilo del passante e quello delle automobili in strada. L’hanno definito un “realista astratto”. Dipinge sempre, soprattutto quando cammina lungo le vie e sui marciapiedi, o si sporge da una finestra di casa e guarda in basso: vede in questo modo. Per farlo, ha raccontato Michael Greenberg nel volume Saul Leiter. La retrospettiva (Contrasto), non si è mai allontanato molto dalla sua abitazione: si muove nel raggio di pochi isolati di distanza. Gli interessano le condizioni di luce e quelle atmosferiche: se nevica, se piove, se tira vento, se l’afa sale dall’asfalto in estate. Il risultato è che vediamo New York, ma potrebbe essere qualsiasi altra città: Leiter è un fotografo di metropoli. Eppure New York è il suo Mont Sainte-Victoire, dove il cangiante quotidiano delle strade ha preso il posto della massa immobile della montagna amata da Cézanne. Come si può vedere nella esposizione aperta a Bologna (Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia, a cura di Anne Morin, Palazzo Pallavicini), il fotografo americano “riesce ad arrivare, in modo misterioso e incredibile, al di sotto della superficie delle sue fotografie” (M. Greenberg). 

Gli riesce per via dell’uso del colore. Le fotografie pittoriche sono senza dubbio più belle di quelle in bianco e nero, proprio per la presenza dei colori pastello. Che la pittura abbia davvero la capacità d’indicare quello che sta sotto la superficie? Possibile. In questo scatto, ed in altri dove compare direttamente la pioggia o cade la neve, s’intuisce che lo scopo delle sue immagini non è quello di rappresentare il visibile, ma piuttosto l’invisibile. Greenberg parla nel suo scritto di una “intimità contemplativa, spirituale”. C’è chi, per spiegare questo, ha chiamato in causa i suoi iniziali studi da talmudista, indirizzato dalla famiglia: doveva diventare un rabbino come il padre, ma poi si è messo a dipingere e se n’è andato di casa. Probabilmente è l’invisibile materico che gli interessa, quello che si trova sotto le fotografie. C’è, almeno nelle sue. Dipinge con l’obiettivo per rivelarlo, e poiché le fotografie sono superfici, deve cercare lì sotto. Non è forse per questo che, dopo Cézanne, la pittura è andata per la sua strada non preoccupandosi più della cosiddetta realtà? Sempre Greenberg si riferisce al lavoro di Leiter usando l’espressione “astrazione cubista”. Non so se arriva sino a questo usando il suo occhio per guardare in obliquo, per inquadrare il periferico e il plurivoco. S’avvicina al cubismo, ma senza essere davvero un cubista. Come potrebbe fare altrimenti uno che è nato nel 1923 ed è vissuto in America? Ha visto il cubismo nelle vetrine dei negozi e fluttuare qui e là per le strade. Con le pitture, i piccoli quadri esposti nella mostra bolognese, tuttavia non ha raggiunto il medesimo risultato. È più cubista come fotografo, ma senza l’intenzione d’esserlo sino in fondo. 

La sua fotografia è davvero un unicum per la sua mescolanza di modi di vedere differenti, per la capacità di restituirci uno sguardo modernista sulla super-modernista New York: l’uomo giusto nel posto giusto. Eppure, raramente Leiter è provocatorio e choccante come quella pittura. È un artista lirico: possiede la liricità dell’incanto, che c’è nascosto nel consueto, per questo ogni sua fotografia è uno sguardo che già conosciamo, che abbiamo visto o che crediamo di aver visto. È lo stesso sguardo che si ha percorrendo una metropoli: momenti fluttuanti e imprendibili. Ecco in cosa è bravo: Saul Leiter riesce a renderlo permanente. Noi camminatori di città – lo siamo tutti alla fine, anche chi è nato in una piccola città o in campagna, – siamo colpiti dal transitorio, che Leiter rende permanente, dipingendolo e soprattutto fotografandolo.

In copertina, fotografia di SaulLeiter - Untitled, undated ©Saul Leiter Foundation.

Leggi anche:
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 50. Asfalto
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 51. Bonsai
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 52. Campo
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 53. Catastrofe
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 54. Tattile
Marco Belpoliti |  Occhio rotondo 55. Teschio
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 56. Diamanti
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 57. Neorealismo
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 58. Divi
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 59. Saltare
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 60. Vetrina
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 61. Altalena
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 62. Alone
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 63. Pozzanghere
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 64. La tazzina di Bossi

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Saul Leiter