Gigi la legge. L’avventura del quotidiano

20 Aprile 2023

Alessandro Comodin è sembrato divertito ogni volta che qualcuno glielo ha chiesto: Gigi la legge, il film in cui ha raccontato la vita da vigile di provincia di suo zio, è un documentario oppure no? La definizione semi ufficiale di commedia documentaria non ha risolto la questione e la competizione per i David di Donatello ha ulteriormente alimentato una controversia, squisitamente critica, sull'opportunità di individuare chiaramente il genere del film. Il David del documentario, intitolato a Cecilia Mangini, ha un regolamento diverso dalle altre categorie, con l'intento di regalare un paio di mesi di promozione aggiuntiva ai dieci film finalisti proposti alla giuria dei votanti; Gigi la legge non ha superato l'ultimo taglio che ha dimezzato i candidati, ma prima ha sfruttato bene, a fini promozionali, il suo ruolo di “intruso”. 

Comodin è stato al gioco mostrando qualche stupore nel commentare l’inclusione del suo film in questa categoria: ma il suo cinema del reale è contiguo o organico al genere documentario? Se l'è cavata sostenendo che l’ideazione di una trama e la preparazione di un canovaccio per i dialoghi fossero elementi da film di finzione, ma poi ogni scena ha rappresentato una ripresa unica e irripetibile di parole e azioni filmate nel momento esatto in cui accadevano, senza prevedere ripetizioni, proprio come dovrebbe accadere in un documentario. Per il pubblico, cadere o meno nell'equivoco è indifferente: credere di osservare eventi reali, oppure apprezzare modi e tempi di una recitazione spontanea espressa con la massima libertà, sono due modi complementari ed equivalenti di affrontare la visione.

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Alessandro Comodin (fonte: Cinecittà News).

Comodin ha studiato cinema in Belgio e vive da molti anni in Francia, eppure si avvicina a casa ogni volta che vuole raccontare una nuova storia. Si è avvicinato così tanto da essere tornato nel giardino in cui giocava da bambino, nella casa di suo zio Pier Luigi Mecchia detto Gigi; il quale, oltre a un luogo reale legato a tanti ricordi preziosi, ha regalato al nipote anche sé stesso come protagonista del film. La giuria del Festival di Locarno, presieduta dal produttore svizzero Michel Merkt, ha assegnato al film il Premio Speciale della Giuria e nella motivazione ha definito il protagonista “un clown triste con un cuore grande”: quasi sempre vestito con la sua divisa da vigile, che più correttamente andrebbe definito agente di polizia locale anche se nessuno è abituato a usare questa terminologia, gira in automobile per pattugliare le stradine del comune di San Michele al Tagliamento, al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Di un territorio ampio che include anche la spiaggia di Bibione, Gigi perlustra prevalentemente il centro storico e le frazioni immerse nelle campagne, poche migliaia di abitanti e l’impressione che si conoscano tutti l’un l’altro, dove possiamo immaginare che raramente accada qualche evento degno di entrare in un film commerciale. 

La celebre definizione che Hitchcock amava dare del dramma e che ribadì nell'intervista con Truffaut – cioè che fosse una vita dalla quale erano stati eliminati i momenti noiosi – viene messa alla prova e completamente ribaltata dall'opera di Comodin: se una vita comune si fa cinema, i momenti noiosi ne sono elementi fondamentali e possono essere serenamente condivisi senza filtri con gli spettatori. Hitchcock sosteneva che il pubblico non paga per vedere “pezzi di vita”, e questo può essere confermato dagli incassi non certo stellari delle opere di Comodin; ma sosteneva anche che in un film ci deve essere sempre una storia magari inverosimile ma mai banale, che fosse sia drammatica sia umana. Queste caratteristiche invece si trovano perfettamente nelle vicende di Gigi: un abbozzo impressionista di quotidianità perlopiù tranquilla e ripetitiva in cui il vigile stesso cerca di inventarsi drammaticità, umanità, originalità, per affrontare con fantasia la prevedibilità di ogni singola giornata.

Hitchcock probabilmente non avrebbe approvato lo stravagante titolo internazionale, The Adventures of Gigi the Law, che fa immaginare una trama in cui il protagonista affronta molte avventure: invece, quanto può essere avventurosa la vita di un vigile che opera in una pacifica località della provincia del nordest italiano? Osserviamo un pezzo qualunque della vita di Gigi, senza un inizio e senza una fine canonici; inizio e fine che sono i due confini stilistici in cui Comodin racchiude il suo cinema, tra la prima scena, una incoerente discussione notturna in un giardino, surreale come un sogno confuso dal sapore psicanalitico, e la lunga confessione finale puramente documentaria in cui, a ricordare un evento emozionante, è direttamente la persona, lo zio del regista, senza più bisogno della mediazione del personaggio del vigile buono. 

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Le altre avventure di Gigi, se tali si possono definire, accadono nel mezzo: l’indagine campata in aria, piuttosto vaga ma a tratti misteriosa, su un suicidio lungo il binario ferroviario che attraversa il territorio comunale (un evento che Mecchia ha dovuto affrontare anche nella vita reale), i lunghi pattugliamenti alla guida dell'automobile di servizio, i dialoghi con colleghi e compaesani in cui Gigi è schietto come se il suo ruolo non gli imponesse alcuna formalità, i momenti di riposo nelle rare occasioni in cui lo vediamo svestito della divisa. Sarebbe stato ingiusto obbligare Gigi, che non è un attore, a recitare i testi di una sceneggiatura rigida e perciò, per mantenere la verosimiglianza di ogni situazione, anche gli altri attori sono non professionisti, quasi tutti in ruoli che ricalcano le rispettive esperienze di vita. Tutto rafforza l’illusione del documentario, ma a ben vedere la plausibilità è messa a dura prova dallo sguardo immaginifico di Gigi sul suo microcosmo, lo stesso in cui il regista è cresciuto.

Pur fortemente connesso a territori, ricordi e sensazioni e della sua giovinezza veneto-friulana, il cinema di Alessandro Comodin si è fatto strada prima all’estero che in Italia: Locarno (L’estate di Giacomo nel 2011) e Cannes (I tempi felici verranno presto nel 2016) lo hanno lanciato come autore e al suo terzo film Locarno lo ha nuovamente ospitato, per la prima volta nel Concorso internazionale. Al premio prestigioso e all’entusiasmo del pubblico nel festival svizzero – ottenuti poche settimane prima di una Mostra del Cinema di Venezia il cui direttore Alberto Barbera aveva valutato come deludente il livello della produzione recente del cinema italiano – nei mesi successivi sono seguiti altri riconoscimenti critici (oltreché ai David, è stato selezionato per competere ai Nastri d’Argento) e una curata distribuzione indipendente da parte di Okta Film iniziata a fine gennaio nelle città del nordest, dove l’accoglienza è stata ovunque molto buona. 

Tuttavia, né i premi né il passaparola, nel mercato italiano di oggi, sono sufficienti a garantire alti incassi, e infatti i tre film di Comodin si sono appoggiati principalmente su distribuzioni festivaliere, proiezioni evento e mercato televisivo; eppure, proiezione dopo proiezione, nei mesi successivi anziché sparire rapidamente dalle sale questa piccola produzione dal forte sapore artigianale ha continuato a girare nei cinema di tutta Italia, in controtendenza rispetto alla sempre più marcata contrazione della finestra di distribuzione tra l'uscita in sala e sulle piattaforme digitali. Spesso presentato personalmente dal regista e dal protagonista, alla fine delle proiezioni poteva sembrare che Gigi uscisse direttamente dallo schermo, come in La rosa purpurea del Cairo, per incontrare dal vivo il pubblico appena innamoratosi di lui: solo l’accantonamento della divisa d'ordinanza a favore degli abiti civili faceva da argine percettivo tra realtà e finzione.

Osservando la traiettoria del cinema di Comodin, questo suo terzo lungometraggio è il più riuscito e consapevole nel dare una forma intrigante e persino appassionante all’osservazione di una realtà che non capita mai per caso davanti all'osservatore, ma viene preparata e cercata con grande cura. Più di dieci anni fa, quando seguiva con la macchina da presa in spalla il giovane Giacomo eponimo del suo primo film, voleva regalare l’illusione di essere un compagno d’avventure invisibile che scortava la passeggiata nei boschi del ragazzo e della sua amica Stefania alla ricerca del fiume Tagliamento, ma era forte la sensazione che fosse sempre il regista a guidare, o forse imporre, il cammino dei protagonisti, anche se ne restava alle spalle; nei sentieri verso uno spazio nascosto dove vivere un pomeriggio di svago, nell'esplorazione acustica della natura attraverso suoni che a Giacomo, audioleso, arrivavano in modo unico, Comodin era alla ricerca di qualcosa di auspicato anziché spettatore di qualcosa di inatteso. 

Con i due giovani protagonisti della prima parte di I tempi felici verranno presto, vagabondi in fuga dalla guerra attraverso una foresta piemontese, il regista aveva aumentato la distanza storica, ambientando le sequenze in un passato indefinito e scegliendo la via del racconto inventato; fingendosi ancora una volta testimone immateriale di avventure giovanili (prima spensierate, poi coinvolte in una tragedia), era stato ancora più invasivo nello stabilirne il destino. Anche quando ha preferito precedere i suoi personaggi, inquadrati durante lunghi percorsi in bicicletta di ritorno dal Tagliamento o su un trattore lungo una stradina delle valli alpine, il vagheggiamento di una completa libertà era incanalato in scelte formali molto vincolanti.

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Quelle erano sequenze girate in pellicola. Per Comodin, il passaggio al digitale ha rappresentato molto più di un semplice cambio di tecnica espressiva: ha modificato anche il suo approccio al racconto. Si è autoimposto una maggiore fiducia nei personaggi, lasciati più soli e liberi di improvvisare le loro vite senza avere sempre la presenza ingombrante del regista a guidarne la condotta e soprattutto i movimenti. In Gigi la legge, ci sono lunghe sequenze girate dentro l’abitacolo dell’automobile di servizio; la macchina da presa è fissata allo sportello, il regista non può manovrarla per suggerire un percorso ai personaggi. Comodin ha rinunciato a governare col puro istinto lo spazio dell'inquadratura e ha dovuto rinunciare anche a governare il tempo, perché le riprese in digitale non sono soggette ai limiti temporali stringenti imposti dalla lunghezza della pellicola. 

 

Quasi tutte le sequenze sono state girate una volta sola; non improvvisate, anzi lungamente studiate prima di essere messe in scena, ma girate come fossero irripetibili e mantenendo ogni errore, difetto, imprevisto, per arricchirle di dettagli accidentali. Eppure, solo in un’occasione si ascolta un dialogo in cui due personaggi, per sbaglio, si parlano sopra per un attimo quando evidentemente non era previsto; un piccolo errore talmente sincero da non richiedere una seconda registrazione, perché anche nella ricerca della casualità occorre un’attenta cura. Girare così è anche un atto di fiducia nei confronti dello spettatore, non più instradato verso un pedinamento già predefinito delle vite altrui. 

Bisogna ammettere che l’esperienza da spettatore è meno sfidante rispetto ai due film precedenti di Comodin, soprattutto grazie all’estro del protagonista, che rende assai gradevole la visione. Impossibilitati a far coincidere il nostro punto di vista con quello di Gigi, dobbiamo fidarci del suo istinto: anche la noiosa provincia del nordest si colora di folclore, mistero, romanticismo, persino laddove la realtà presenta solo i deprecati momenti noiosi. 

L’azione è quasi sempre assente in favore dei dialoghi, più adatti a farci entrare nel mondo del protagonista. Gigi non è uomo dalla battuta pronta, non ha un copione preciso e scandito da recitare, perciò si esprime esattamente come farebbe Pier Luigi Mecchia nella vita reale; ma non dice neppure parole a caso, talvolta si prende tutto il tempo necessario per riflettere prima di aprire bocca. Altre volte le sue parole sono troppo genuine per non sembrare parte di un documentario, oppure troppo impeccabili per sembrare parte di un documentario. Un gioco che potrebbe continuare all’infinito. 

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