raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

4. Alcune piccole donne crescono

Accogliere le ragazze e i ragazzi di origini non italiane in una classe di una scuola in un quartiere ad alta demografia di immigrati non è più il lavoro più difficile. Lo è ancora, facendo una statistica di questi miei anni di scuola, nelle classi terze; non lo è nelle classi prime. Probabilmente la ricaduta finale del Grande Bla Bla sull’immigrazione (che sappiamo enormemente più allarmato dei reali dati di afflusso) ha delle varianti locali; rilevo che in questo momento essere nati due anni dopo rende la coscienza “italiana” nelle classi molto più diffusa. Gli undicenni sono decisamente oltre i loro genitori: sia i figli di origini non italiane, sia i figli di italiani di modesta estrazione sociale che qui vivono si sentono tutti italiani. Quando spiego che invece esiste purtroppo una legge piuttosto iniqua in merito alla cittadinanza dei minorenni (ius sanguinis invece di ius soli) 3-4 quattro per classe scoprono con dolore di non essere proprio uguali agli altri, e i loro compagni sono indignati per questa ingiustizia per loro insensata. Nelle classi terze, invece, non ho ancora capito bene se per il coagularsi adolescenziale di una propria identità, i gruppi etnici si compattano (maghrebini, africani in particolare) e si compattano purtroppo molto i gruppi religiosi (“noi siamo musulmani, voi no”).

 

 

Nella terza gli episodi di villania mortificante dei maschi che induce alle lagrime la vittima femmina abbondano: di musulmani ai danni di musulmane, o cristiane; di italoalbanesi ai danni di afroitaliane adottive (con condimento di nuca abbassata sulla propria patta come dichiarazione di interesse del rude ometto), di musulmani al danno di italomoldave che inviano un biglietto d’amore e che subiscono plateale derisione perché «lei è racchia e io sono carino, cosa dovrei fare?».

Così dall’indice del libro di testo di “antologia”, pessimo e frammentario come tutti gli attuali testi di antologia, montati per tematiche omogenee che riducono i testi a briciole che mai avranno possibilità di essere assimilate come nutrimento, ho scovato e letto a tappeto quello dedicato alle coraggiose figure femminili nella storia e nella letteratura; Frida Kahlo, e tante altre; di Frida Kahlo è rimasto molto bene impresso a tutti che il marito la tradiva e la picchiava: spero nella giusta ricezione etica da parte dei maschi. Azeeza è rimasta folgorata dalle righe dedicate a Louisa May Alcott e a Piccole donne: le quattro sorelle, la madre sola a tirarle su con una dedizione costante, l’autocostrizione religiosa al sorriso incoraggiante nelle avversità.

 

Deve esserci qualcosa di attuale anche per una ragazza di origini marocchine come lei, a vedere una famiglia unita che si compatta, litiga e si perdona all’interno di un nucleo abitativo sempre accogliente, nel rispetto per il venerabile padre, nella solidarietà per i più poveri, nella dignità con cui si attraversano le stanze delle amiche più ricche, nella grinta ribelle con cui Amy sfida il maestro repressivo e cattivo, pronta a farsi vergare a sangue il palmo della mano; Azeeza, che ha subito svariati interventi ortopedici per tenere dritta la sua colonna vertebrale nata tutta storta, è corazzata tutto il giorno da un rigido busto, proprio come le quattro sorelle che trattengono il fiato mentre sul dorso tirano i lacci dei loro crudeli corsetti per niente ortopedici.

 

Simone De Beauvoir, Nada Khalfi.


Una mattina Azeeza arriva e mi dice che si è presa in prestito in biblioteca Piccole donne, e se lo sta leggendo! Questi sono momenti davvero pazzeschi, per un prof di Barriera: come è stato possibile questo miracolo? Come mai una ragazza che urla come al banchetto di un mercato tutto il giorno per rintuzzare le villanie dementi dei compagni arriva spontaneamente a Louisa May Alcott? Così, poiché nel 2018 furono i 150 anni dalla pubblicazione del capolavoro molto autobiografico della Alcott, e poiché un po’ in ritardo sono partite ristampe dei libri di Alcott e produzioni televisive come quella BBC e cinematografiche come quella contemporaneissima di Greta Gerwig, ho invitato anche gli allievi della prima a leggersi durante le vacanze di Natale Piccole donne o La guerra dei mondi di H.G. Wells. I maschi sono arrivati ovviamente senza aver letto nulla, alcune ragazzine sono arrivate con Piccole donne già letto per metà! Ho atteso che arrivasse nelle sale il film di Gerwig. Ho scelto un primo pomeriggio di sabato e ho invitato privatamente i colleghi simpatici e le poche piccole donne che crescono in classe a trovarci insieme alla cassa, per vederlo vicini di posto.

 

Piccole donne, Sara Dagnogo.


Non è venuto nessun collega, con varie scuse. Non è venuta Azeeza, che si è rammaricata per non riuscirci (temo che i 10 euro del biglietto fossero troppi per lei). Ma sono venute tre piccole donne dalla prima: Cristina, Mara e Felicetta, accompagnate da un papà o una mamma che si sono congedati al nostro ingresso. Le ho avvertite delle ricerche serissime e minuziose svolte da Gerwig al Metropolitan Museum of Art di New York: il ciclo di dipinti di Seymour Joseph Guy ha ispirato la ricostruzione degli interni e dei costumi di quegli anni Sessanta dell’Ottocento nel Massachusetts unionista, e loro si sono incantate ai costumi meravigliosi disegnati da Jacqueline Durran, con gamme di colori empatiche con i sentimenti provati da quel personaggio in quella sequenza, costumi originali già nei libri di Alcott, poiché la creatività delle quattro piccole donne, capaci anche di cucire e tagliarsi gli abiti, le portava ad essere sempre molto personali. Ho spiegato una sola volta la tecnica di montaggio narrativo della regista, che alterna  sempre più rapidamente l’«oggi» della fine della storia a un «sette anni prima». Hanno visto quanta differenza ci fosse dal film del 1949 di Mervyn LeRoy che abbiamo  visto insieme a scuola. Io e Cristina ci siamo girati più volte a fulminare con lunghi sguardi pieni d’odio la spettatrice della fila dietro che continuava a ravanare pop corn anche nella silenziosissima scena del funerale di Beth. L’avremmo uccisa!

 

Dipinto di Seymour Joseph Guy (1824-1854).


Fuori hanno voluto stare ancora insieme, Felicetta, Cristina e Mara, mentre parlavo con i loro genitori; ho chiesto se sarebbe loro piaciuto indossare quegli abiti meravigliosi: Cristina ha detto «sì tutto il tempo!», Felicetta ha detto: «Mmm… solo un giorno, a Carnevale». Per lunedì scriveranno le 200 parole che ho chiesto loro di scrivere dopo il dettato su Simone De Beauvoir: tutti dovranno raccontare chi prepara tavola a casa, e se secondo loro oggi ragazze e ragazzi sono pari. Dalila, che era venuta con me e la collega Maria ad ascoltare in piazza Greta Thunberg, accompagnata dal padre e lasciata lì con noi (ho rischiato un’ernia per prendermela sulle spalle e mostrarle la piccola Greta a 50 metri da noi!) era tristissima perché le è venuta la febbre, ma venerdì mattina mi ha portato il suo ritratto di Simone De Beauvoir. Con Dalila le piccole donne che crescono alla fine sono davvero quattro! Sono così contento che mi metterei a saltare come Jo e Teddy in una delle più belle sequenza di Gerwig, quella che racconta come solo da ragazzi si possa essere ogni tanto così sfrenatamente felici in un angolo di mondo. Tengo da parte la malinconia di Greta (Gerwig, Thunberg è invece indignata) e sono contento di essere prof anche di sabato, anche lontano da quelle “quattro mura scolastiche” (come diceva il professor Aristogitone alla radio in Alto gradimento).

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Dipinto di Seymour Joseph Guy (1824-1854).

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