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Aldo Novarese: il più grande creatore di font

Fra i grandi disegnatori e inventori di caratteri per la scrittura artificiale, italiani sì ma di acclarata levatura internazionale, accanto a nomi mitici, come quello di Luca Pacioli, di Aldo Manuzio, di Francesco Griffo, di Panfilo Castaldi e di Giambattista Bodoni, spicca, per creatività e prolificità, quello di Aldo Novarese (1920-1995). A lui si deve, oltre al resto di cui di si dirà, il progetto di circa 200 famiglie di caratteri tipografici (font), dei quali una trentina per la Fonderia Nebiolo di Torino, dal 1880 al 1978 l'unica fonderia italiana di rilievo europeo, che insieme ai caratteri tipografici in piombo, produceva anche le macchine da stampa che li impiegavano. 

Per l'elevato numero di font da lui creati, Aldo Novarese sarebbe degno di entrare nel Guinness World Records: a tale proposito, una classifica giapponese gli ha assegnato il primo posto fra i designer grafici di tutti i tempi e di tutto il mondo. 

E allora, ecco l'Egizio (1955-58), un sobrio neretto da lui messo a punto in quattro anni di lavoro e di continue rettifiche per ottenere le grazie geometricamente il più precise possibile. L'Eurostile (1962), il suo must, derivato dal Microgramma, che aveva concepito in precedenza insieme al suo maestro, Alessandro Butti, comprensivo di ben 10 stili e 10 opzioni family package. 

 

E poi c'è il fluido ed accurato Forma (1966-1967), sans-serif, frutto della collaborazione del nostro con una squadra di grafici stellati di scuola milanese, composta da Franco Grignani, Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Ilio Negri, Till Neuberg, Alfredo Oriani e Pino Tovaglia, che la Nebiolo volle istituire per vincere, purtroppo senza lo sperato successo, la concorrenza straniera dell'Univers di Adrian Frutiger (del 1957 per Deberny & Peignot) ma soprattutto quella di Helvetica (entrambi i type derivati dall'Akzidenz Grotesk), il carattere creato da Hoffmann e Miedinger per la Haas, sempre nel 1957, che è tuttora leader incontrastato sulla piazza internazionale. Purtroppo il progetto del carattere Forma, ad opera del team di grafici, che aveva preso il nome di Nebiolo Research Group, si è rivelato un esperimento non riuscito.

“Esempio paradigmatico dell'incomunicabilità dei due mondi è il Forma. [...] L'idea sarebbe stata quella di unire le rispettive competenze, ma il risultato è l'impossibilità di un dialogo tra la cultura tecnica della tradizione tipografia – Novarese – e la cultura del disegno industriale, egemone e di successo, ma di fatto incompetente sulle problematiche del progetto tipografico." (Piazza, Sfligiotti). 

Che questa dicotomia fra type designer e graphic designer potesse essere insanabile lo aveva già intuito Franco Grignani, fin dal primo incontro fra la Nebiolo, con Aldo Novarese, e i grafici milanesi, avvenuto a Torino nel maggio 1965. Così egli aveva infatti dichiarato:

"Per me c'è questo divario tra la tua arte [si rivolgeva a Novarese], che è vicina alla tipografia tradizionale, e la nostra che è invece vicina a questioni estetiche [...] Chi disegna solo alfabeti potrebbe non conoscere i segreti di una parte del mondo che si occupa invece di altri problemi visivi."

Tuttavia, nonostante il suo pallido successo commerciale, sotto il profilo culturale il carattere Forma si è comunque guadagnato importanti riconoscimenti: nel 1970 ha infatti ottenuto una menzione speciale al Compasso d’Oro e, sempre nel '70, anche quella del Gute Form, l'annuale premio promosso dall'Internazionale Design-Zentrum di Berlino.

 

Se Forma non è stato quell'asso pigliatutto che Nebiolo e il team si auguravano di aver sfoderato per sbaragliare il mercato, la straordinaria collaborazione fra i maestri della Grafica, durata spontaneamente dal 1965 al 1978, ha generato (non senza travaglio) il font Modulo che nel 1979 si è aggiudicato il Compasso d'oro. Del collettivo di lavoro, composto da Luciano Agosto, Giovanni Brunazzi, Franco Grignani, Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Ilio Negri, Gianni Parlacino, Pino Tovaglia, cui si era aggiunto Armando Testa per la grafica pubblicitaria, non faceva ormai più parte Aldo Novarese, chiamatosi fuori nel 1974, tanto dalla squadra di lavoro, quanto dalla stessa Nebiolo. Le continue discussioni interne al gruppo e la messa in ombra della sua autorità, di lui che alla Nebiolo era sempre stato l'unico leader, avevano esaurito la sua capacità di sopportazione e, sebbene fosse timido, all'età di 54 anni aveva trovato la forza e il coraggio di mollare tutto e di ricominciare da capo, tout seul.

Nel 1966, il Magister – vedi foto – era invece stato la risposta vincente di Novarese/Nebiolo al Times New Roman di Stanley Morison e Victor Lardent, creato nel 1931, per Monotype.

Di discreto successo di marketing, Novarese aveva poi già anche creato per Nebiolo il Garaldus (1956), classico con le armoniose grazie, adatto a testi editoriali, e, ancor prima, c'erano stati il Juliet (1954-55), un elegante corsivo inglese, e il Recta (1958) – vedi foto –, ricco di variazioni seriali. Poi, quasi come per il gran finale di uno spettacolo pirotecnico, Novarese aveva creato per Nebiolo il fantasioso Stop (1970-71), il meno "tipografico" dei suoi alfabeti, "che centra in pieno il bersaglio di un carattere logografico, con un successo popolare e planetario che non accenna a scemare; l’egizio Dattilo (1974), la sua ultima creatura per la Nebiolo [in collaborazione con il team di graphicstar], chiude una dedizione quarantennale con il sapore sarcastico del tipo da macchina da scrivere." (Polano) 

 

L'ITC Novarese (1978) è invece un suo personale best seller, che egli ha messo a punto, lasciatasi la Nebiolo alle spalle, per la newyorkese International Typeface Corporation, "originalissimo nel corsivo, perché ne riprende la matrice cancelleresca, la quale anticamente conservava in tondo le lettere maiuscole della capitalis romana. Il Nadianne [per la statunitense Monotype], dove Novarese riesce a fondere il ritmo delle antiche cancelleresche con l'agilità quasi sensuale di uno scritto nitido e deciso" (Aiap). 

Questo è solo un breve elenco dei caratteri creati da Aldo Novarese, troppo esiguo lo spazio di un articolo per menzionarli tutti e molte ancora le cose da raccontare su di lui. 

 

Alcuni dei font disegnati da Aldo Novarese. Da sinistra: Recta (1958); Estro, 1961; Eurostile, 1962; il carattere Eurostile accostato al linguaggio architettonico, pagina che compare nel volume di Novarese Il Segno alfabetico (1971), con questa didascalia: "la forma quadrata è l'espressione tipica dell'architettura del XX secolo, come dalla forma dell'arco a tutto sesto proviene la lapidaria romana ed da quella dell'arco ogivale traggono origine, a loro volta, le lettere gotiche”. Forma, 1966-1967 (con Franco Grignani, Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Ilio Negri, Till Neuberg, Alfredo Oriani e Pino Tovaglia). Entrambi per la Fonderia Nebiolo. (Tipoteca Italiana); Magister, 1966; Dattilo, 1974 (con il Gruppo di Ricerca Nebiolo, cui si aggiunse Armando Testa per la grafica pubblicitaria); Stop, 1970-71.


Aldo Novarese nello studio artistico della fonderia Nebiolo. Novarese presenta il carattere Eurostile a Lurs, in Francia, nel 1962 (© Tipoteca Italiana).


Nato a Pontestura Monferrato, Aldo Novarese si forma alla scuola di avviamento professionale per artieri stampatori di Torino. Successivamente frequenta la Scuola Tipografica e Arti Affini Giuseppe Vigliardi-Paravia, sempre a Torino, dove è allievo di Alessandro Butti, con il quale, subito dopo il diploma, nel 1938, inizia a lavorare alla fonderia Caratteri Nebiolo di Torino, di cui Butti era direttore artistico. Gli subentrerà nel 1952, con la medesima qualifica, restandovi fino al 1974, quattro anni prima della chiusura definitiva della fabbrica, determinata dal fatto che i caratteri in piombo erano stati ormai soppiantati dalla fotocomposizione e dall'avvento della prima digitalizzazione computerizzata. 

Da questo momento in poi, Novarese proseguirà la carriera di type designer come freelance, durante la quale continuerà a progettare font per i maggiori produttori mondiali di caratteri, come, ad esempio, Agfa Compugraphic, Berthold, Haas, ITC, Mecanorma, Photo Typositor, Reber, Stempel, Tygra, VGC ed altri, senza escludere l'attività di fotografo, pittore e illustratore, a cui si dedicherà sempre con passione. 

 

Riunione del Nebiolo Research Group per il progetto del type Forma, da sinistra: Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Till Neuberg, Aldo Novarese e Luigi Oriani, 1966. Il Nebiolo Research Group al lavoro, da sinistra: Franco Grignani, Till Neuberg, Giancarlo Iliprandi; al centro Aldo Novarese; sul lato opposto Ilio Negri e Pino Tovaglia, da Qui Nebiolo 7, 1968 © Tipoteca Italiana; il Nebiolo Research Group, da sinistra: Maria Grazia Schenone, Till Neuberg, Pino Tovaglia, Franco Grignani, Aldo Novarese, Giancarlo Iliprandi, Ilio Negri, Franco Camera, da Qui Nebiolo 7, 1968 © Tipoteca Italiana. Caricatura del Nebiolo Research Group a firma di Giorgio Cavallo, da Qui Nebiolo 10, 1969, © Tipoteca Italiana. Gli incontri si tenevano con scadenza bimestrale a turno a Torino e a Milano.


Queste commesse internazionali gli derivarono dalla fama che egli si era conquistata all'estero, di gran lunga maggiore rispetto a quella di cui godeva in patria, grazie al suo lavoro creativo e al suo rigore professionale. Va inoltre ricordato che, fin dagli anni Cinquanta Novarese si era ben inserito negli annuali Rencontres de Lure, che si tenevano e si tengono ancora a Lurs, in Alta Provenza e che costituiscono di fatto un polo di interesse internazionale, capace di richiamare i migliori professionisti di type design e dell'arte tipografica di tutto il mondo. Con molti di loro Novarese ebbe modo di scambiare esperienze e di discutere di problemi legati al type design e fu proprio lì che, nel 1962, presentò al mondo il suo Eurostile

Così, a proposito di questi incontri, lui stesso aveva scritto due anni prima: “La missione dell’École de Lure è quella di valorizzare il sentimento umano in uno spirito di riflessione e di perfezionamento e di dare una tregua al nostro lavoro in un clima neutro per poter esporre ad altre persone dello stesso mestiere le proprie impressioni ed uno scambio di vedute onde cercare di risolvere quei problemi che altrimenti resterebbero insoluti. Questo, a mio avviso, è lo scopo essenziale delle riunioni a Lurs: la strada è già segnata, occorre seguirla con coscienza e continuare gli esempi dei nostri grandi maestri.”

Come libero professionista, Aldo Novarese ha anche partecipato a numerosi concorsi internazionali di type design, soprattutto a quelli organizzati dall'American Visual Graphics Corporation (VGC), con cui ha intrattenuto anche una lunga collaborazione. Nel 1961 il suo carattere Exempla vi ha vinto il Premio International Typeface Competition di New York.

 

La classificazione dei caratteri

 

Nel 1957, Aldo Novarese pubblica Il Carattere. Sintesi storica, classificazione, accostamento estetico, un libro di trentadue pagine illustrate che esce come allegato della rivista Graphicus. In esso egli propone un proprio sistema di classificazione degli stili dei caratteri da stampa che è ancora oggi una delle più accreditate, sebbene non ne esista una univoca e universalmente accettata. La sua, sviluppata rielaborando quella di Maximilien Vox del 1954, distingue i caratteri dal loro tratto terminale (detto piede), tenendo però conto anche della loro valenza estetica, del loro disegno, nonché dei riferimenti storici. Su queste basi, egli individua dieci tipologie di caratteri tipografici: lapidari, scritti, medievali, ornati o amanuensi, veneziani, egizi, transizionali, lineari o bastoni, bodoniani e di fantasia. Lo schema della sua classificazione, disegnato da lui stesso, compare anche nel suo volume Il segno alfabetico del 1971 (vedi foto).

 

A sinistra: lettera scritta da Novarese all’Aiap nel 1991 e indirizzata all’allora presidente dell’Associazione Roberto Pieraccini. A destra, schema della classificazione dei caratteri di stampa secondo Aldo Novarese, così come compare nel suo volume Il segno alfabetico, 1971.


La didattica

 

Per tutta la sua vita, Aldo Novarese ha coltivato il sogno che anche in Italia, come già accadeva in altri paesi del mondo, venisse istituita una scuola per la formazione dei docenti di Graphic design. 

Così scrive, a tale proposito, in una sua lettera del dicembre 1991, indirizzata all'Aiap, nella persona dell'allora suo presidente, Roberto Pieraccini, in cui lo ringraziava per avergli conferito la nomina di socio onorario:

 

Caro Pieraccini, ho ricevuto la sua commovente lettera. La ringrazio della onorificenza ricevuta, in quanto non dimentico la AIAP di quanto ha fatto nel passato per me. La mia vita l’ho dedicata ad un’arte poco conosciuta e riconosciuta, avrei potuto dedicarmi con più profitto ad altre attività pubblicitarie molto più redditizie! Ho preferito disegnare e creare caratteri per continuare la tradizione italiana del passato, purtroppo sconosciuta agli stessi grafici italiani che preferiscono (a torto) inneggiare agli esteri. (Non voglio togliere i loro meriti). Allego un elenco incompleto dei miei caratteri, posso affermare che nessun creatore nel mondo grafico ha lavorato come il sottoscritto, ricevendo in cambio delusioni continue. Da anni cerco di creare una scuola per insegnanti grafici, i quali non sanno cosa sia storicamente un alfabeto, all’incontrario di quanto succede all’estero, dove il governo sovvenziona questo studio.  Anche il mio volume Il Segno Alfabetico non è mai stato presentato, pur essendo un’opera di grande valore internazionale.

Ho avuto molte offerte estere, purtroppo le mie condizioni famigliari non me lo hanno permesso.

Mi deve scusare se ho scritto molto, sono molto semplice come lo debbono essere le persone di valore.

La saluto caramente

Aldo Novarese

 

Novarese svolse attività didattica nella medesima scuola che aveva frequentato da ragazzo, la Scuola Tipografica e Arti Affini Giuseppe Vigliardi-Paravia di Torino. Dal dopoguerra vi insegnò per alcuni anni Estetica della Tipografia, disciplina nella quale eccelleva anche professionalmente. 

Animato da un forte anelito propedeutico, ha anche redatto numerosi articoli per le riviste di settore, purtroppo piuttosto scarse nell'allora panorama editoriale italiano. A partire dagli anni cinquanta ha intrapreso una collaborazione durata quindici anni con la testata Graphicus, progettandone le copertine e scrivendo articoli sulla storia dei caratteri tipografici e della scrittura, tema che, fin da allora, lo appassionava. Ha anche partecipato a numerosi convegni per promuovere la diffusione della cultura del progetto grafico e tipografico. Ha poi al suo attivo la pubblicazione di ben tre volumi, ancor oggi indispensabili strumenti per l'insegnamento del type design e della storia della tipografia: i già citati Il carattere, uscito nel 1957, e Il Segno alfabetico (edito da Progresso Grafico nel 1971, oggi introvabile se non nella sua riedizione spagnola del 2009) e, ovviamente, Alfa Beta, del 1964, uno dei libri più esaustivi sulla storia della scrittura e sull’evoluzione dei caratteri tipografici. 

 

La ristampa di Alfa Beta

 

In occasione del centenario della nascita del maestro, sua figlia Federica, le sue nipoti Matilde Argentero e Francesca Farò, sotto la guida di Lorenzo Bolzoni – senior designer per Bao Publishing –, dello studio Archivio Tipografico, dello studio 23.56, con il patrocinio di Aiap e del Politecnico di Torino (erede dei materiali e dei diritti di Progresso Fotografico, la casa editrice della prima edizione del libro), hanno dato vita ad una campagna di crowdfunding, lanciata il 29 di giugno 2020, nel giorno esatto del suo centesimo compleanno, per raccogliere i fondi destinati alla ripubblicazione di Alfa Beta.

Così ha dichiarato Matilde Argentero, in un’intervista rilasciata il 30 luglio 2020 a Typeroom:

 

“Questo progetto riguarda la ristampa di uno dei libri di mio nonno: Alfa-Beta, pubblicato in due edizioni, prima nel 1964 e poi nel 1983 in un'edizione più economica con copertina morbida a scopo didattico. Attualmente stiamo lavorando alla digitalizzazione delle pellicole utilizzate per la seconda edizione, abbinando contemporaneamente i dettagli fini della prima edizione come cartoncino, rilegatura e colori. 

[…] Alfa-Beta fu la prima occasione che mio nonno ebbe per racchiudere all’interno di una trattazione storica i suoi stessi caratteri. Infatti, nonostante il libro racchiuda in sé materiale tratto dai più rinomati testi di tipografia e storia della scrittura all’epoca disponibili, italiani e internazionali, molte delle tavole di costruzione dei caratteri furono disegnate dall’autore sulla base di suoi caratteri.

[... ] Probabilmente ispirato dalla sua esperienza di insegnante presso la scuola Vigliardi Paravia e dagli incontri annuali dell’École de Lure, introduce il testo descrivendolo come un lavoro dal fine esplicitamente didattico e in esso riesce a rappresentare la complessità di una disciplina in costante mutamento come il disegno del carattere. 

L’ordine dei capitoli è cronologico, ma l’esposizione dei contenuti si sposta gradualmente dalla cronaca di fatti e circostanze storiche a una narrazione sempre più affidata a tavole e illustrazioni che presentano la varietà di forme visive dei caratteri più moderni. […] Il libro è ricco di stimoli visivi e il suo impaginato è talmente interessante, che la nostra scelta progettuale è stata quella di preservarne totalmente la natura, sia estetica, che di contenuti, seppur alcuni aspetti della trattazione siano stati ormai superati. Abbiamo, inoltre, ritenuto che fosse di fondamentale importanza prevedere una traduzione in inglese, per permettere la fruizione di questo libro a un pubblico internazionale. Questa sarà inclusa all’interno di un libro commentario, che approfondiremo successivamente.”

 

Alfa Beta, il libro e alcune sue pagine.


Una testimonianza

 

Piero De Macchi, allievo di Giulio Da Milano, type designer e docente di grafica, che da giovane fu uno stretto collaboratore di Aldo Novarese quando questi dirigeva lo Studio Artistico annesso alla Fonderia Caratteri Nebiolo, così racconta di lui: 

 

“[…] Aldo era senza dubbio un tipo controcorrente, consapevole delle proprie possibilità e capacità. Aveva un grave difetto di pronuncia: tartagliava penosamente soprattutto se in circostanze di tensione, anche lieve. Curiosamente quando – fra noi – ricorreva al dialetto, si esprimeva senza il minimo inciampo. Questo fatto va detto, perché rende comprensibile lo sforzo continuo e tremendo di superare una barriera nella comunicazione con l’ambiente esterno. Ciò spiega come fosse attento all’affermazione delle sue capacità in ogni occasione, in modo talora quasi sfacciato. Raccontava episodi incredibili di eroismo durante la Resistenza, dichiarava a chiunque di essere anzitutto artista, in tutti i campi possibili.

Non si può negare la sua maestria nel disegnare, dipingere, fotografare, modellare. Ma il suo vero mestiere, dove si esprimeva rapidamente con genialità e sicurezza, era proprio il disegno delle lettere. Affrontava la richiesta di un nuovo progetto schizzando a matita o anche a pennello le possibili soluzioni su fogli volanti, che poi distruggeva. Quando questo momento creativo fluiva bene ed era in vena, cantava ad alta voce brevi stacchi pseudolirici di sua invenzione. Poi ci convocava per una parvenza di discussione, prima di affidarci lo sviluppo esecutivo di tutto l’alfabeto. Sapeva trattare il suo staff con cameratismo, ottimismo, riuscendo a essere amico con battute di spirito e di incoraggiamento, ma si percepiva chiaramente che l’autorità verso i diretti collaboratori non era in discussione. A quel tempo i rapporti interpersonali nelle aziende erano quelli.

Ma nonostante gli atteggiamenti di rivalsa verso tutto e tutti era un uomo generoso e buono. Da lui ho imparato soprattutto a osare, a tener conto dei pareri negativi, ma a infischiarmene se sono convinto della mia idea, a osservare, a vedere il bello e gustarlo, a non tener conto della fatica, a verificare e controllare bene il mio lavoro prima di considerarlo concluso. E che un lavoro di type design non è mai finito."

 

Cent’anni

 

Per celebrare il centenario della nascita di questo maestro, oltre alla ristampa del suo Alfa Beta, l’editore-tipografo Tallone di Alpignano gli ha dedicato un inserto composto a mano con alcuni dei suoi più famosi caratteri, che sarà allegato alla rivista inglese Matrix. Dell’opuscolo sono stati anche tirati 50 esemplari raccolti in un cofanetto, acquistabile sul sito di Tallone.

Nel corso di questo autunno, poi, la Tipoteca Italiana di Cornuda (TV) allestirà nei propri spazi una sua mostra con il materiale presente nel suo ricco archivio. 

Quel che ancora non c'è, però, è un archivio/museo a lui dedicato, manca anche la digitalizzazione completa dei suoi caratteri (per ora ne sono stati tradotti in formato digitale solo una ventina), inoltre non esiste alcuna monografia in cui si studi il suo enorme lavoro e sarebbe davvero ormai giunto il tempo di porre rimedio a tanta negligente trascurataggine. 

 

Fin da ragazzo, Aldo Novarese amava disegnare le lettere dell'alfabeto. Così aveva dichiarato in un'intervista rilasciata nel 1991 a Mario Piazza: 

 

"Da quando ho iniziato a fare disegni e litografie mi sono subito sentito attratto dalle scritte e dalle lettere dell'alfabeto. Passavo i giorni e le notti a disegnarle. Le copiavo dai manifesti che vedevo per strada e dai libri e dai giornali che leggevo. Con i miei disegni ho riempio la mia casa e la mia scuola."

 

Tenace, colto, preparatissimo e dotato di un elevato senso estetico, Novarese, artista in pectore, non si è mai avvalso di alcun ausilio elettronico, anche quando la fotocomposizione glielo avrebbe consentito, preferendo, fino all'ultimo dei suoi giorni, disegnare a matita le lettere dei suoi alfabeti, i cui profili andava poi a campire con il pennello, perché, sosteneva, solo in questa maniera riusciva a soppesare il carattere e a valutarne la personalità. Per lui, infatti, i caratteri avevano un'anima ed è questa che egli è riuscito a trasmetterci, al di là del tempo e delle mode. 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Aldo Novarese, Novello Umanesimo a Lurs, in Graphicus, anno XII, n. 9, 1960.

Aldo Novarese, Il Segno grafico, Progresso Grafico, 1971 (ristampato nel 1971 e, in edizione spagnola, nel 2006, con introduzione di Silvia Sfligiotti)

Qui Nebiolo 7, 1968; Qui Nebiolo 10, 1969

Franco Etzi-Coller, ‘Forma: le premesse’, in Qui Nebiolo 10, 1969

Mario Piazza, Novarese e la vocazione, in TiConUno, nr. 9, Coordinamento Cooperative Universitarie, febbraio 1991

Sergio Polano, Aldo Novarese: progettare l'alfabeto, Arte Documento, 1993, 7, pp. 339–344

Grazia Schenone, In memoria. Centro Studi Grafici di Milano, 1996

Paola Lenarduzzi, Mario Piazza, Silvia Sfligiotti, Italic 1.0, Il disegno di caratteri contemporaneo in Italia, Aiap Edizioni, 2002

Piero De Macchi, articolo su TipoItalia 1, Tipoteca Italiana, 2008

Alessandro Colizzi, Forma, Dattilo, Modulo: Nebiolo’s last efforts to produce a ‘universal’ typeface, Conferenza ATypI 2013. Estratto 20 marzo 2016

Intervista a Matilde Argentero, Typeroom, 30 giugno 2020

Sito Aiap

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