Alfabeto Gianni Brera

Da Abatino a Zolla

A come Abatino

 

Il primo fu Livio Berruti, medaglia d’oro sui 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma del 1960. Brera, quindici anni prima, appena assunto in Gazzetta aveva cominciato proprio con lo scrivere di atletica leggera, che fu la sua formidabile palestra di apprendimento di tecniche psicomotorie che poi seppe trasfondere nella descrizione dei gesti di altre discipline. Lo sprinter Berruti, a differenza di molti suoi più poderosi avversari, era uno stilista. La sua corsa era lieve, elegante e non esplosiva di potenza muscolare. Il cliché di abatino fu pescato nel vasto repertorio di letture storico-letterarie a cui Brera attingeva da quando la sua scrittura nel corso dei primi anni del dopoguerra iniziò ad affinarsi, in botte e in bottiglia, come un rosso di grande struttura. Con un sovrappiù di sarcasmo nei confronti di chi veniva così battezzato («epiteto spregioso e amaro insieme» precisava lui stesso), gli abatini erano i leziosi cortigiani dei salotti settecenteschi pre-illuministici, manierati e incipriati cicisbei che adulavano damazze scollate e imparruccate a colpi di rondò e minuetti. La retrouvaille breriana dalle corsie della pista dello Stadio Olimpico di Roma fu quindi trasferita al calcio per indicare coloro che, mirabili per tecnica individuale, eleganza di gesti e intelligenza di gioco, e magari anche di ascendente caratteriale, tuttavia difettavano irrimediabilmente di fondo atletico e di vis agonistica. Per Gianni Brera il calciatore ideale era infatti colui che sapeva fondere in un sol gesto tecnica sopraffina e dinamismo atletico, lucidità tattica e dedizione al collettivo.

 

Un líder maximo insomma, come lo erano stati Juan Alberto Schiaffino o Alfredo Di Stéfano, e prima Valentino Mazzola. Abatini erano al contrario i nuovi campioni di quell’Italietta del boom che provava a risollevarsi nel calcio dai rovesci degli Mondiali degli anni Cinquanta – due meste eliminazioni nel 1950 e nel 1954 e un’umiliante mancata qualificazione nel 1958 – affidandosi a giovani di ottima tecnica ma di assai scarsa prestanza atletica: Sandrino Mazzola (che del padre Valentino ereditò buon dinamismo ma non la vigoria fisica), Mariolino Corso, Giacomino (notare la non casuale ricorrenza dei diminutivi…) Bulgarelli, Romano Fogli, Bruno Mora, il povero Gigi Meroni… Ma l’Abatino per antonomasia fu Gianni Rivera nel corso di una polemica decennale tra chi avrebbe eletto il Golden Boy a divinità intoccabile del calcio patrio e il censore Gioânnbrerafucarlo che proprio perché riconosceva in quello il crisma del fuoriclasse tanto più si rammaricava di non averlo visto completarsi nell’atleta che avrebbe potuto essere: «Avrò criticato Giovannino Rivera cinquanta volte e lodato cento (come minimo: ma forse sono troppo severo con me stesso). Non fosse stato grande, Rivera non mi avrebbe dato la minima noia: non mi sarei accorto di lui come non mi sono accorto di mille e mille mediocri visti in giro per il mondo. […] Bastava il suo minimo sgarro per infuriarmi. Avrei voluto che conservasse il suo stile armonioso e disponesse invece di un dinamismo paragonabile a quello di Mazzola padre. Avrei voluto recuperasse per giovare alla difesa come sapeva Schiaffino […]. Giovannino innamorava di sé tutti coloro che, amando il calcio, non stavano a ragionarci troppo. Molti ingenui milanisti mi tacciavano di disonestà perché, elencandone i pregi, osavo anche citarne i difetti: non consideravano, ciechi com’erano, che per dire sempre quanto pensavo facevo perdere molti lettori (forse loro stessi) al mio giornale». Nei momenti di più accesa “guerra santa” arrivarono a frotte sotto casa a bruciargli il giornale sul quale criticava Rivera come manifestazione di minaccioso disprezzo.  

 

B come Bonimba e altri epiteti

 

Come scrive Massimo Raffaeli (introduzione imprescindibile all’antologia Il più bel gioco del calcio, BUR 2007) Brera inventava «nomenclature di sapore omerico». I suoi epiteti avevano un surplus semantico, erano una mirabolante lente d’ingrandimento di caratteristiche fisiche o morali, niente a che vedere con le loffie etichette di terza mano di certi claudicanti paroliberi di oggi. Ed ecco allora Roberto Boninsegna diventare “Bonimba”, crasi tra un cognome da pittore medievale e Bagonghi, nano da circo, tozzo e corto, ma tutto scatti e capriole, sbracciate e rovesciate, e capace di far esplodere la sfera in tiri da far rimbombare lo stadio. Nel travolgente Torino di Gigi Radice, campione d’Italia a metà anni Settanta, giostrava in attacco Paolino Pulici, ribattezzato “Puliciclone” per la rutilante possanza dei suoi gol, al volo, di testa, in acrobazia. Sulla sponda opposta, in bianconero, faceva giochi di prestigio Franco Causio, così da essere rinominato, non senza buona dose d’ironia, “Baron Tricchetracche” proprio anche per l’inutilità dei suoi scoppiettanti fuochi d’artificio pedatori. Il nerazzurro Lele Oriali, dinamico, combattivo, persistente in durata per tutto l’arco dei 90’ per qualche anno gli ricordò lo spumeggiante calice di Piper-Heidsieck, celebre marchio di champagne francese, e fu “Piper” tout-court, per poi ridimensionarsi col tempo e col declinare della verve a “Gazzosino”. Una delle ultime, e più felici nomenclature toccò a Walter Zenga che fu per alcuni anni “Deltaplano”, per l’ampia volatilità dei suoi tuffi.

 

 

Ma indubbiamente inarrivabile l’invenzione di “Rombo di Tuono” che toccò a Gigi Riva, forse il calciatore italiano più amato che tra gli anni Sessanta e Settanta cantò nelle sue cronache. Epico, eroico, quasi drammatico ad accompagnare la sua non facile parabola del campione che condusse il Cagliari alla vittoria del suo primo e unico scudetto nel 1970-71. Un’immagine da chanson de geste, o da canto di battaglia di nativi americani. La sigla di un innamoramento atletico ed estetico, l’antitesi dell’abatinismo che qui forse si scopre essere anche un’implicita critica all’Italia piccolo-borghese rappresentata da quei ben educati mezzi atleti in contrapposizione con l’emblematica espressione di un’appartenenza popolare, proletaria e provinciale, operaia o contadina che fosse, nella quale Gioânnbrerafucarlo si riconosceva e di cui esaltava, attraverso alcuni celebrati eroi – Meazza, Consolini, Coppi, Valentino Mazzola e, appunto, Giggiriva da Leggiuno, lombardo di sponda magra del Verbano, benché ormai adottato dall’orgoglio sardo – le capacità di riscatto sociale attraverso la pratica sportiva.

 

C come catenaccio

 

Catenaccio è traduzione dal francese verrou. Così veniva definito a inizio anni Trenta il sistema difensivo della squadra svizzera del Servette e poi, ai Mondiali del 1938, della Nazionale elvetica, allenata dall’austriaco Karl Rappan. Ai tre canonici difensori del sistema, lo schieramento tattico più in voga dell’epoca, due terzini e un centromediano che marcavano a uomo rispettivamente le due ali e il centravanti della squadra avversaria, Rappan aggiunse un quarto difensore ponendolo alle spalle degli altri tre, pronto a intervenire e contrastare l’avanzata dell’attaccante che si fosse liberato dalla marcatura. In Italia questa tattica difensivista cominciò a essere introdotta negli anni Quaranta dalla Triestina di Mario Villini e dalla Salernitana di Gipo Viani, e con successo in serie A da Alfredo Foni, vincitore di due scudetti consecutivi nell’Inter (1952-54).  Sempre negli anni Cinquanta l’accorgimento venne adottato anche dal Padova di Nereo Rocco che poi lo reimpiantò, insieme a Viani, nel Milan e da Helenio Herrera nell’Inter e che portò le due squadre milanesi a vincere per quattro volte la Coppa dei Campioni tra il 1963 e il 1969. Brera fu il teorico di questo credo tattico. La sua convinzione era che le squadre italiane potessero competere a livello internazionale con nazioni atleticamente molto più dotate solo adottando una tattica difensiva che sapesse innanzitutto tenere le distanza geometriche e armoniche (euclidee, diceva lui) tra i reparti – difesa, centrocampo e attacco – e potesse così sfruttare, con abilità e astuzia quasi machiavelliche, gli squilibri che inevitabilmente concedevano le squadre avversarie nella loro foga offensiva. Fu quella che divenne la cosiddetta “scuola italiana” o “calcio all’italiana”, improntato alla strenua difesa e a rapidi e ficcanti contropiede. 

 

I come Italia, lungo e scombiccherato paese

 

Un giorno di fine anni Sessanta Gianni Brera ricevette nella sua casa sul lago di Pusiano la visita di un nuovo amico. Davanti a un lombardissimo risotto, un po’ per scherzo un po’ perché davvero pensava che quel timido e un po’ impacciato professore di liceo, lodigiano, astemio, ma col quale condivideva le comuni radici bassaiole, la devozione per la scrittura, l’osservare e il raccontare il mondo dello sport per dire e sentire altro, potesse essere la persona giusta per farlo degnamente Brera lo nominò suo «biografo ufficiale», borbottando tra i fumi del sigaro e quelli della Barbera, qualcosa del tipo: «Ghe l’han tücc: ghe l’ho minga de vèghel mì?». Ovvero: ce l’hanno tutti, non dovrei avercelo pure io? 

Il giorno del settantesimo compleanno di Brera, il suo “biografo ufficiale”, Andrea Maietti, che nel frattempo aveva curato l’antologia degli scritti dell’Arcimatto, la rubrica che il Gioânn teneva sulle pagine del Guerin Sportivo, lo andò a trovare, sempre nella casa sul lago di Pusiano. Brera gli mostrò piante di ogni età disseminate in giardino. «Ognuna – disse – porta il nome di un amico. Così almeno loro non potranno tradirmi mai». 

Maietti chiese a Brera: «Domani devo tornare a scuola. Cosa posso raccontare ai miei studenti?». 

«Di’ loro che lavorino sodo, non possono altro per riscattarsi dalla jattura di essere nati in Italia, questo nostro troppo lungo scombiccherato Paese».

 

L come Libero e altri neologismi

 

Se Gioânbrerafucarlo avesse marcato con un copyright tutte le parole di calcio che ha inventato e se il loro uso fosse oggi suscettibile di pagamento di diritti d’autore al legittimo proprietario, i suoi eredi godrebbero di una fortuna incommensurabile. Qui elenchiamo solo i più consueti, talmente diffusi e utilizzati da sembrare che siano sempre esistiti. Il più celebre è senza dubbio centrocampista per definire il calciatore che, senza ulteriori specificazioni di ruolo – mediano, interno, mezzala, regista – gioca a nel reparto di raccordo tra difesa e attacco: è un evidente calco dall’inglese mid-fielder ma fino agli anni Cinquanta, quando Brera inizia a utilizzarlo, dapprima con il trattino a unire le due parti semantiche, nessuno mai lo aveva scritto. Altro termine celeberrimo entrato nell’uso comune – salvo esserne poi parzialmente uscito a causa dell’evoluzione tattica degli ultimi decenni che ha portato gli schieramenti difensivi a posizionarsi in linea – è il libero, ovvero l’ultimo difensore che viene schierato solitamente alle spalle dei tre difensori-marcatori, i due terzini e lo stopper, e così detto proprio perché sollevato, quindi liberato, da compiti di marcatura a uomo. Goleador è il frutto dell’incrocio tra gol e le parole spagnole toreador o matador e indica il finalizzatore dell’azione d’attacco, sinonimo di cannoniere (nient’altro che traduzione di bomber). Per tornare a centrocampo, ecco cursore, giocatore di movimento a cui si chiede, proprio con il suo dinamismo, di tenere il collegamento tra i reparti: cursori sono i mediani alla Lodetti, alla Oriali, alla Benetti, ma anche ali tornanti come Domenghini o Bagni. Brera categorizza anche chi sfugge alle classificazioni di ruolo e chiama atipici i giocatori che non possono essere collocati entro ben definite schematizzazioni di gioco: Sivori e Corso, ad esempio, furono atipici, modelli di genialità discontinua e inclassificabile. Infine, se la tattica è l’arte di disporre in campo la squadra, la pre-tattica è il tentativo di confondere le idee all’allenatore della squadra avversaria nei giorni precedenti la partita, rilasciando dichiarazioni alla stampa nelle quali si lascia intendere di voler schierare in un determinato modo la propria squadra, salvo poi fare scelte diverse il giorno della partita. 

 

Questi lemmi sono parte di un lavoro in corso su Gianni Brera

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