Ancora parole, quando è finita la benzina

Nell’ottobre del 2013 ero a Roma per un paio di giorni, c’era l’uscita del libro di un’amica da festeggiare, e alcune incognite sul mio secondo romanzo che sarebbe uscito a fine marzo del 2014. Ne volevo parlare con Severino, ero arrivata da Bologna con la speranza che potessimo ritagliarci un paio di ore insieme, anche se sapevo che era parecchio affaticato, la prima ischemia lo avevo colpito e, nonostante al telefono e per mail mi rassicurasse che la fisioterapia lo stava aiutando moltissimo, conoscevo per esperienza quanto la semiparalisi debiliti e rallenti.

Ero ospite da amici in via del Corso e ci demmo appuntamento davanti a Santa Maria in Vallicella, lì dove la strada si allarga per accogliere una fontana e una piazza davanti alla chiesa.

Quando scese dal taxi e ci abbracciammo, mi disse: “Be’ adesso non sono più in incognito”.

Alludeva a una conversazione che avevamo avuto tre anni prima, alla stazione di Torino dove era venuto ad attendermi al binario e probabilmente colpito da quanto poco simpatica fosse la manovra per fare scendere una persona in sedia a rotelle dal treno, mi aveva detto: “Sono anch’io un disabile, ma in incognito”, poi mi aveva raccontato le peripezie del suo trapianto di rene. 

 

L’empatia era il suo modo di stare al mondo, ci arrivava con le parole, ma partiva dalla sostanza della sua vita di cui, pur essendo così discreto, era anche altrettanto generoso. Aveva custodito quello scambio di tre anni prima, così come sono certa che avesse in memoria le parole e le storie di tutti i suoi scrittori, conservate con cura e vive all’occorrenza. Parole dette e parole scritte.

Andammo a sederci in un tavolino all’aperto di un bar in via del Governo vecchio, saranno state le quattro o quattro e mezza del pomeriggio e sulla città aleggiava uno scirocco caldo, di quelli che ti fanno confondere le stagioni e fanno ondeggiare anche le facciate di pietra striandole di ombre. Lo feci osservare a Severino e lui mi rispose che era stato molto colpito da come nel mio primo romanzo avessi descritto il paesaggio emiliano privo di vento, con il cielo che si confonde alla terra tanto è bianco, con una luce incerta e lattiginosa. Disse anche che non aveva mai letto una descrizione dell’ambiente padano di quel tipo. Io obiettai che di sicuro c’erano dei precedenti, perché questa cosa del cielo e terra che si confondono nell’afa è talmente caratterizzante che non ero di sicuro io la prima a notarla, o a scriverla. Concordammo e mentre ordinavamo un tè al bergamotto e un pezzo di crostata, ci domandammo quali autori potessero costituire dei precedenti. Come spesso in questi casi: il vuoto.

 

 

Allora cominciammo a parlare del mio nuovo romanzo, raccontai a Severino il lavoro che avevo fatto con Rosella, discutemmo dell’impianto generale e delle dinamiche di relazione fra i personaggi, gli esposi il mio dubbio: volevo che fosse esplicito il richiamo alle Affinità elettive di Goethe, ma premettere solo un’epigrafe mi sembrava poco, una cosa esornativa, rispetto al ruolo che volevo giocasse. Severino ci pensò un momento, uno di quei momenti di silenzio dilatato che con lui erano frequenti e mai spiacevoli, poi disse: “Celati. Solo che non mi viene in mente in quale racconto, ma deve essere nei Narratori delle pianure.”

 

Non si riferiva a L’amore normale, di cui stavamo discutendo e nemmeno a Goethe. La sua testa aveva continuato a lavorare sulla faccenda della descrizione del cielo padano, ed era arrivata in effetti allo scrittore che da qualche parte nella mia memoria si era depositato ed era inconsapevolmente riemerso mentre scrivevo quella pagina del mio primo romanzo, perché adesso, e non quando l’avevo scritta, mi venivano in mente certi passaggi di Condizioni di luce sulla via Emilia, che è una delle Quattro novelle sulle apparenze di Gianni Celati.

Condividemmo la gioia di questa agnizione, insieme al piacere per la crostata di mirtilli che era molto buona.   

 

Poi Severino mi chiese quali erano i brani delle Affinità elettive che ci tenevo a far figurare nel romanzo e, sollevando lo sguardo verso le ombre del tardo pomeriggio che cadevano oramai sui palazzi, disse: “Due quinte. Fai come se fosse un sipario. All’inizio e alla fine.”

“Senza virgolette, dunque?”

Severino ci pensò finendo il tè e annuì: “Senza virgolette”.

Era così semplice, eppure da sola non mi sarebbe venuto in mente. Pensai che fosse proprio quella la capacità maieutica che era stata attribuita anche a Socrate: tirare fuori le cose insieme, come se fossero sempre una conquista dell’allievo. E io nei confronti di Severino mi sentivo sempre un’allieva, anche se lui non si era mai presentato come un maestro. 

Parlammo ancora un po’ del romanzo e poi di episodi della storia romana antica, non so come finimmo lì, ma era ormai sceso il buio ed eravamo entrambi forse un po’ stanchi e rinfreddoliti. Severino si alzò e disse: “Bisogna che mi avvii verso casa. Ho finito la benzina”.

 

Ripercoremmo lo stesso tratto di strada verso piazza di S. Maria in Vallicella, dove avrebbe potuto riprendere un taxi, ma quando fummo davanti alla facciata della chiesa che riceveva ancora un po’ di chiaro sui timpani dei portali, Severino cambiò idea e si sedette su una panchina. Era un’ora bellissima infatti, e valeva la pena celebrarla con un po’ di silenzio.

Ce ne stavamo così, spalle al corso e occhi a vagare sulla facciata, quando Severino disse con un certo entusiasmo: “Ma è il Cantico dei Cantici” e vidi che guardava alle iscrizioni sui due portali laterali della chiesa, poi a voce più bassa aggiunse: “Tota pulchra es amica mea et in te macula non est” seguendo appena con gli occhi le belle capitali latine incise nella pietra bianca, perché era un testo che conosceva e portava dentro di sé, gli era bastato leggere l’inizio. 

Mi sorrise e disse: “Bisogna davvero che vada, ma questa non potevamo perdercela”. 

Erano le parole, il suo carburante, e anche il mio. 

Che bello, che fortuna immensa – pensai – avere un editore così.

 

Il testo è apparso in: Maestro Severino. Quello che ci ha insegnato Cesari, a cura di Giacomo Papi, ed. Belville, che ringraziamo.

 

Per ricordare Severino Cesari vedi anche i testi di Marco Belpoliti e Roberto Gilodi.

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