Bruno Latour, Design, politica e tecnologia

C’è un gatto che miagola davanti alla porta: vuole uscire per una passeggiata. Il proprietario dell’ufficio dove si trova quella porta s’innervosisce parecchio: passa il suo tempo ad aprire e chiudere perché l’animale fa va-e-vieni di continuo e lui, cagionevole di salute, non tollera le correnti d’aria. Il gatto vorrebbe la porta sempre aperta. Lui sempre chiusa. Da cui questi continui miagolii, da un lato, e queste continue aperture e chiusure, dall’altro, con relative arrabbiature e strepiti collettivi. Uno stress. 

Risolve la questione Gaston Lagaffe, protagonista del noto fumetto belga di André Franquin, anche perché quel gatto gli appartiene, lo adora, e quel tizio lì è il suo capo: ne va del benessere del micio, ma anche del suo posto di lavoro. Così, taglia un pezzo di porta, in basso, e con due cardini e il pezzo di legno costruisce una gattaiola: d’ora in poi la porta resterà chiusa, non ci saranno più correnti d’aria, i raffreddori scongiurati, e il gatto potrà comunque entrare e uscire a suo piacimento.

 

È bastato un colpo di ingegno, una sega, due cardini e qualche chiodo non solo per superare il problema ma, a ben vedere, per invertire i rapporti di forza, le passioni in gioco, tutto il sistema che tiene insieme l’ufficio. Se prima era il capo a urlare e a decidere, adesso che il suo lavoro di apri-e-chiudi-porta è stato delegato ai cardini della gattaiola – un attore non-umano al posto di uno umano – costui non ha più motivo, non solo di lamentarsi, ma nemmeno di comandare. Il povero Gaston, reinventandosi come eroe della tecnica, ha preso il suo posto di potere e, novello Archimede, da questo momento in poi può decidere quel che vuole, rispettando altresì il volere del capo e salvaguardando la sua salute. Prova ne sia che, quando anche un gabbiano, geloso del gatto, rivendicherà un proprio va-e-vieni, Gaston s’inventerà un nuovo stratagemma: di lì a poco una gabbianoiola, nella parte superiore della porta, consentirà all’uccello, esattamente come al gatto, di entrare e uscire dall’ufficio ogni volta che vorrà.

 

Ma che ci fa da quelle parti un gabbiano? Non importa: è la gag del fumetto. Più interessante riflettere sull’importanza filosofica di questa storiella solo apparentemente banale. È quel che fa Bruno Latour in apertura alla sua recentissima raccolta di scritti intitolata Politiche del design. Semiotica degli artefatti e forme della società (a cura di Dario Mangano e Ilaria Ventura Bordenca, Mimesis, pp. 358, € 22), incentrata sugli esiti sociali e antropologici delle soluzioni tecniche, nonché sui meccanismi semiotici che sottostanno ai rapporti – tutti sociali – fra soggetti umani e loro artefatti: citofoni, pistole, chiavi e portachiavi, dossi artificiali, telecamere e così via. Di modo che il design di un nuovo oggetto, di una nuova tecnologia, più o meno semplice o complessa, comporta sempre e comunque una riarticolazione generale dei contesti entro cui quell’oggetto e quella tecnologia insistono, dei progetti di vita di ciascuno, dei programmi d’azione, dei valori in gioco.

 

 

Come appunto fa Gaston Lagaffe, prima instaurando una gattaiola e poi inventando quasi da zero, ma in effetti per imitazione, una cosa relativamente inedita qual è una gabbianoiola, discendente diretto della nuova etica (verso gli animali) e della nuova politica (nelle gerarchie lavorative) che, grazie a una sega e un paio di cardini, in quell’ufficio ha preso a regnare. 

Il fatto è che, dice Latour, progettare qualcosa è sempre riprogettarne una precedente, una specie di bricolage, consapevole o inconsapevole, che per riuscire a creare del nuovo deve montare non solo pezzi preesistenti, frammenti di mondo, ma anche barbagli di idee ricevute, brandelli di ideologie, schegge di buone e cattive coscienze. Non c’è mai una tabula rasa, vecchio mito dell’Occidente, sulla quale costruire, poiché qualsiasi ipotesi di progetto si innesta in una qualche questione che, anticipandola, ne rende ragione. Non nel senso dello spocchioso problem solving ingegneristico, che rimanda all’immagine di un Prometeo onnipotente e omnicomprensivo, la cui hybris maledetta si fa funzione delle sue spavalde invenzioni. La differenza fra designer e ingegnere sta proprio qui, nell’atteggiamento cauto, leggero, moderato che il primo assume nei confronti del mondo, e che lo porta a reindirizzare, a migliorare, a risemantizzare ciò che c’è già, con un pizzico di creatività e un occhio alle mode, uno sguardo verso le cose e un altro verso i loro utilizzatori finali.

 

Se nelle cose c’è sempre, inevitabilmente, inscritto un senso umano e sociale, una significazione e dunque una morale, inventare è tradurre, spostare, deviare il flusso di tali cose, e con esse quello dell’intero collettivo che le accoglie, dove gli attori in gioco, umani e no, sono sempre molteplici, e in rete fra loro. Una rete che, intrecciandoli, li costituisce o, meglio, li ricostituisce. L’arte del design, più che Prometeo, usa allora il modello di Dedalo, scaltro progettista del celebre labirinto che abbandona la linea retta della conoscenza, e con essa il mito del progresso fine a se stesso, per mettere in opera gli stratagemmi necessari per salvarsi e salvare, rimediazioni continue sotto il segno della métis dell’antica Grecia, quella del celeberrimo multiforme ingegno di un tipo come Ulisse. A essere importanti, a qualsiasi livello (empirico come epistemologico), non saranno dunque gli oggetti in sé, le tecnologie nella loro bruta materialità o nel loro funzionamento meccanico, ma le loro relazioni, le intercessioni che permettono di passare dagli uni alle altre e viceversa, le interferenze che reindirizzano tutto questo. Un buon design è la presa di coscienza, e la messa in opera, di questo carattere di rimediazione che (anche prima del celebre testo di Bolter e Grusin che porta questo titolo) Bruno Latour ha individuato come caratteristica basilare di ogni invenzione umana riuscita: riuscita perché agisce sempre su un doppio piano, quello della materia e quello della significazione sociale, entrambi da articolare e riarticolare senza sosta. 

 

 

Il libro di Latour (riallacciandosi idealmente al noto volume di Arjun Appadurai sulla Vita sociale delle cose) offre una sfilza di esempi di questa particolare concezione del design in altrettanti saggi che sono stati quasi tutti redatti negli anni ‘90 del secolo scorso, e che oggi si tende a dimenticare in nome del Latour successivo, quello più noto perché più interessato ai problemi dell’ecologia e dell’ambiente, a quelle che egli stesso ha definito, con finto ossimoro, “politiche della natura”. In queste politiche del design (titolo che Mangano e Ventura, colmando un vuoto nell’editoria italiana, hanno coniato proprio come eco a quelle della natura) Latour dà il meglio di sé, intersecando, come lui stesso ha dichiarato in più interviste, le sue due mammelle teoriche: da un lato la semiotica strutturale greimasiana (dalla quale, tramite l’amico e mentore Paolo Fabbri, ha ricavato una pletora di modelli operativi di grande efficacia esplicativa), dall’altro l’etnometodologia di Garfinkel e soci (sempre attenta a centrare lo sguardo analitico sui vissuti fenomenologici degli attori sociali concreti, sull’intersoggettività che ne caratterizza l’esistenza). 

 

Prendiamo solo uno fra questi esempi possibili di politiche del design, quello della celebre chiave di Berlino, dove la pratica della riprogettazione è molto evidente. Sembra che a Berlino ovest, per un bel po’ di tempo, si usasse un ingegnoso sistema per garantire che nei condomìni il portone restasse aperto durante il giorno ma chiuso nelle ore notturne. Un ‘oscuro fabbro prussiano’, come lo chiama ironicamente Latour, tanto anonimo quanto geniale, aveva progettato una complessa chiave con due ingegni lievemente diversi – fornita in dotazione agli abitanti del palazzo – che entrava da un lato della serratura e apriva regolarmente il portone; ma che, per essere estratta, doveva essere inserita fino in fondo, ripresa dall’altro lato della serratura e tirata fuori solo dopo aver ben richiuso il portone. Altrimenti restava bloccata. Come dire che per poter accedere all’edificio i condòmini dovevano non solo aprire il portone ma anche e soprattutto richiuderlo, pena la perdita della chiave e le figuracce conseguenti. A tenere aperto il portone durante il giorno pensava invece il portiere, dotato di una specie di passepartout che gli consentiva di aprire il portone ed estrarre la chiave senza necessariamente doverlo richiudere. L’invenzione del fabbro era una riprogettazione di un sistema di aperture e chiusure già esistente (il nesso chiave-serratura), al quale era stata aggiunta una deviazione, un colpo di ingegno alla Dedalo, la quale aveva inscritto in quella piccola tecnologia una precisa morale (occorre tener chiuso il portone, rispettando la privacy dei cittadini), di fatto trasformando un tizio potenzialmente distratto in un condòmino modello. Non era più necessario rispettare la morale comune, a quello ci pensava la tecnologia.

 

Un po’ come, si ricorderà, sino a poco tempo fa erano le chiavi delle stanze degli alberghi, dotate in un portachiavi pesantissimo che rendeva necessario, lasciando l’hotel, restituire quell’aggeggio (e dunque la chiave della stanza) al portiere per non appesantire le tasche della giacca.  Oppure, altro esempio, come i dossi artificiali che infestano le nostre strade, i quali obbligano gli automobilisti a rallentare pena la rottura delle sospensioni della vettura se non della schiena del guidatore. Non si rallenta più per senso civico, o per sicurezza, ma perché quel ‘poliziotto di pietra’, come non a caso lo chiamano francesi e spagnoli, ci costringe a farlo: il dosso ha inscritto in sé la pena corporale di chi trasgredisce i suoi ordini. È un tipo assai violento. Insomma: gli oggetti costituiscono un anello di mediazione fra i diversi attori in gioco, i loro interessi, i loro doveri, i loro desideri e valori; di modo che, assumendo su di sé gran parte di quelle istanze, individuali o collettive, per quanto non umani, essi si comportano da veri e propri soggetti, fanno, pensano, impongono, mediano appunto.

 

Motivo per cui, dice Latour, non è possibile comprendere le società umane, le culture, espungendo da esse il ruolo essenziale delle mediazioni tecnologiche. 

Conseguenza non indifferente: occorre rifare daccapo la sociologia, in modo da intenderla non più come scienza delle società umane ma di più ampi collettivi, delle reti in cui attori umani e attori non umani si costituiscono reciprocamente, includendo in essi oggetti e tecnologie, come anche tutti quegli esseri viventi – animali, piante etc. – che, per tradizione, si considerano facenti parte della natura, ma che invece, come non ci stancherà mai di ripetere, sono parte integrante d’ogni società e d’ogni cultura. Da qui il passaggio, tutto da discutere, da una politica del design, articolata in questo volume, a una più ampia politica della natura, campo di lavoro del Latour maturo.

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