Capelli, lacrime e zanzare

Namwali Serpell, scrittrice dello Zambia, quarant'anni, sembra riuscire dove nemmeno Philip Roth ce l'ha fatta: se siamo ancora in attesa del "grande romanzo americano", salutiamo con meravigliata sorpresa "il grande romanzo africano" che la Serpell ci consegna con Capelli, lacrime e zanzare (Fazi, 2021, traduzione di Enrica Budetta): una narrazione ampia e avvincente di gesta quotidiane e imprese eroiche, commisurate alla difficoltà del vivere nella povertà endemica di un Paese che diventa paradigma di un intero continente, attraverso la storia di tre famiglie e di cinque donne: Sibilla, Agnes, Matha, Sylvia e Naila e di almeno una trentina di altri personaggi.

 

Le loro vicende si intrecciano, ricongiungendosi nelle oltre ottocento pagine in nodi che si sciolgono come nella sceneggiatura di un film di Almodovar, quando si scoprono cose che i flashback avevano reso oscure, via via che il racconto procede, e la fine ricompone le tessere di un mosaico che l'autrice ha maneggiato con incredibile maestria, prima di rivelarci il disegno conclusivo. La trama parte dai primi colonizzatori, agli inizi del '900. Namwali Serpell avverte, nella prima pagina: "Questa è la storia di una nazione, non di un regno o di un popolo, perciò inizia, ovviamente, con un uomo bianco". Lo Zambia è il Paese dell'Africa meridionale dove la Serpell è nata, prima di approdare, all'età di nove anni, negli Stati Uniti, dove arriverà ad insegnare a Harvard. E questo romanzo di donne, scritto da una donna, è anche una enciclopedia del colonialismo razzista, ma visto dagli occhi di una nera, quindi con disincanto e senza moralismi, tra differenze di genere e una sorta di impotente ed eterna accettazione dell'oppressione e delle umiliazioni da parte dei maschi, sempre, anche quando non sono bianchi. 

 

I capelli del titolo sono quelli di Sibilla, la bambina di una coppia di italiani, Giacomo e Adriana Gavuzzi, nata con "volute lunghe, scure e appiccicose di peli che ricoprivano tutta la superficie della pelle" e che la trasformano "in un fenomeno da baraccone": noi ci vediamo Chewbecca, il personaggio di Star Wars coperto di peli, anche sul volto, come Sibilla, ma lei non proviene dal paese delle scimmie, è al contrario una donna che i lunghi peli avvolgenti, bianchi quando sarà vecchia, nascondono nella sua quieta bellezza. I capelli sono anche quelli delle parrucche dell'Hi-Fly Haircuttery & Design Ltd., dove, in vetrina, "una serie di teste mozzate mostrava in quanti modi si potevano intrecciare i capelli": è il negozio che Sylvia ha aperto con Loveness, la sua amica con la quale si prostituiva negli alberghi di lusso, poi in quelli sempre più scadenti, prima di aprire quell'attività. Il modo in cui l'autrice descrive il "sexwork" delle due donne è rispettoso della loro autonomia, senza sbandierarla.

 

Ci sono parrucche dovunque, di capelli umani o crini artificiali, e le bambine e le donne li manipolano continuamente, facendone soprattutto delle trecce, tanto che questi capelli, argomento costante di conversazione, sembrano la metafora perfetta dell'abilità dell'autrice nel tessere i diversi fili delle storie che si incrociano. I capelli sono anche i dreadlock, quei riccioli infeltriti caratteristici dello stile rasta, dei seguaci del Partito dell'Indipendenza Nazionale di Kenneth Kaunda, leader della lotta contro il dominio coloniale britannico. Sono le acconciature preferite dei marxisti di Lusaka, la capitale, che si riuniscono per leggere il libretto di Mao: una dei loro adepti è Agnes, uno dei personaggi principali, bianca, sposata a un ingegnere nero che la trascura, appassionata di tennis prima di diventare cieca. Nell'Africa degli anni '70, mentre a scuola si studia Marx, i cinesi iniziano la loro silenziosa e pacifica infiltrazione: lo Zambia, membro attivo dei Paesi "non allineati", intratteneva rapporti politici con la Jugoslavia e la Repubblica Popolare.

 

Le lacrime sono quelle dell'Africa, che piange il suo destino, e che colano ininterrottamente dagli occhi di Matha, che la madre aveva rapato a zero per confonderla con i maschi e permetterle di andare a scuola. Istruita fino a quando le forme del corpo non la tradiscono, Matha diventa la "regina piangente di Kalingalinga": restituita al suo corpo femminile resta incinta, partorisce Sylvia e viene ricacciata nel destino delle donne della baraccopoli, al quale aveva tentato di sfuggire. 

Le zanzare sono il "coro" che raccorda le varie parti e sembrano le stesse portatrici di malaria di quelle descritte dall'indiano Amitav Gosh nel Cromosoma di Calcutta (1995): con il loro fastidioso "Zzzzz", si descrivono come "la più grande nemesi dell'uomo", sono un'intelligenza collettiva ronzante e sovversiva: "Abbiamo fermato la costruzione del Canale di Panama due volte ... travolgendovi con febbri di ogni sorta...così tanti morti alla nascita di questa nazione e tutte originate da una sola puntura casuale!"; "Eccoci, con il nostro incessante ronzio, il nostro infinito potere di seccarvi e stancarvi con le nostre avvolgenti onomatopee...". Come il coro delle zanzare il popolo dello Zambia in questo romanzo forma uno sciame, dove le vicende di ognuno si compongono in un insieme che attraversa la storia, fino allo Zambia moderno e neoliberista, sempre con un retrogusto di ineluttabilità africana, come se le cose accadessero perché devono accadere: sconfessata nel finale da tre ragazzi politicamente attivi, in azione per sconvolgere gli scenari cristallizzati dal potere.

 

Capelli, lacrime e zanzare sembra un titolo più azzeccato dell'originale The Old Drifter, l'insediamento coloniale sulle rive del fiume Zambesi, vicino alle maestose cascate Vittoria, da cui prende il via, nel 1904, questa saga individuale e collettiva, intima e universale. C'è la famiglia di Sibilla, il cui padre è un ufficiale italiano che si occupa della costruzione della diga di Kariba. C'è la famiglia di Agnes, che si innamora di Ronald, uno studente nero all'Università di Londra e che sperimenterà la crudeltà del razzismo. E c'è la famiglia di Matha che segue il visionario Edward Mukuka Nkoloso, che la coinvolgerà nel folle programma spaziale dello Zambia quando, negli anni '60, avrebbe dovuto conquistare la Luna e Marte prima degli americani e dei Russi.

 

 

Nella miseria delle baraccopoli di Lusaka pulsa più vita che nei rari agglomerati borghesi: tutto viene raccontato con una scrittura analitica e allucinata, esatta e visionaria. In un capitolo magistrale per resa realistica, Naila è in videochat, oggi, con l'amica Tabhita: l'arretratezza dello Zambia è resa specularmente alla sua "commiserazione tecnologica", nella buona volontà di AfricaNet, tra chiamate che abortiscono, linee che cadono, telecamera del computer usata come specchio per truccarsi. La modernità irrompe in un tatuaggio che rifà un codice a barre ("Sai cosa? – Tabhita stava annuendo – rispetto un sacco il fatto che non ti sei fatta un QR code") e in una Mug da tè con la scritta "Decolonizza la tua fica".

 

La storia di Sylvia e di Loveness è la più toccante: Sylvia si innamora di Lionel, figlio di Agnes, la cieca. Si ammaleranno di Aids, che irrompe nell'ultima parte del romanzo come il destino che l'Africa sembra meritare. In questo libro-mondo di nonne, madri e figlie tutti lottano, nell'apparente immobilità delle giornate arroventate dal sole: c'è chi abbandona la scuola, preso da una incontenibile curiosità per i droni, chi ruba, chi si impegna a scolorirsi la pelle con creme sbiancanti, chi apre un negozio, chi si prostituisce, chi lotta contro il sistema. Tutti cercano l'amore e se è vero che le scene di sesso rivelano il grande scrittore o quello mediocre, Namwali Serpell vince anche qui. C'è poi una storia alla Truffaut: lui, lei e lui. J. e J. come Jules e Jim. Lei è Naila e loro sono Joseph e Jacob figli, rispettivamente, di Lionel e di Sylvia. Naila, nipote della Sibilla pelosa e figlia della figlia di lei (con sangue italiano quindi) e di un indiano, è una studentessa di scienze politiche che passava "più tempo alle manifestazioni di protesta che a lezione". Il trio alla Truffaut ci condurrà verso la fine del romanzo, in un distopico 2023. Naila sta con Joseph ma è attratta da Jacob. Joseph vuole portare a termine la ricerca, che la morte ha interrotto, del padre Lionel, medico, per trovare un vaccino contro l'Aids. Jacob ha lasciato la scuola per inseguire la sua passione per i droni e verrà assoldato dal governo per progettarne di sempre più piccoli.

 

Le zanzare lasciano il posto nel romanzo, che vira verso la fantascienza, a questi droni piccolissimi, assemblati da Jacob e "lo sciame si levò di nuovo in volo e iniziò a muoversi tracciando spirali controllate... Naila capì che cosa volesse dire: i droni non erano stati mandati a estrarre qualcosa dai loro corpi", come facevano le zanzare con il sangue, "ma a portare qualcosa. Era il vaccino di Joseph, ne era sicura...somministrato attraverso tante minuscole punture... Gli effetti della vaccinazione di massa si sarebbero visti più avanti. Immunità dal virus per tutti". Namwali Serpell pubblica questo libro nel 2019, quindi termina di scriverlo evidentemente prima della pandemia mondiale di coronavirus e proietta nel 2023 questa immagine salvifica per l'Hiv che ha devastato l'Africa, ma avverte con sorprendente capacità profetica: "la generazione successiva – i discendenti dei vaccinati – avrebbe dovuto fronteggiare un'altra malattia, completamente nuova". La nuova generazione cerca di riparare ai torti della storia "la parola che gli inglesi usavano per descrivere ogni volta che l'uomo bianco si imbatteva in qualcosa che non aveva mai visto e subito lo rivendicava come suo". Un solo Zambia, una sola nazione: è il mantra del grande raduno che i tre ragazzi stanno convocando, un giorno di ottobre del 2023 "la città inghirlandata di alberi di jacaranda in fiore", issano un palco su cui vorrebbero scrivere "libertà" ma "la libertà è un'illusione capitalistica – dice Naila – dovrebbe esserci scritto uguaglianza". Anzi, "rivoluzione", suggerisce Jacob. Il romanzo si conclude con un atto sovversivo, la frana provocata della diga di Kariba e l'alluvione della città di Lusaka, la baraccopoli di Kalingalinga, epicentro della diffusione dell'Aids in Zambia, che diventa una città-stato liberata. 

 

Il realismo magico di questo libro complesso che si sofferma sui luoghi, sulle persone, sugli odori e sui colori dell'Africa, dal marrone dei dagherrotipi del primo novecento al rosa squillante della bottega di parrucchiera di Sylvia, dai paesaggi bruciati dal sole alle ombre radenti sulle pubblicità nelle strade di Lusaka e che sconfina nella fantascienza, si ferma alle soglie della nuova era tecnologica: c'è chi lavora sul futuro invasivo della tecnologia indossabile. Chip digitali da impiantare nella pelle, che trasformano le mani nell' approssimazione umana di uno smartphone. Anche Namweli Serpell non resiste alle seduzioni antitecnologiche tipiche dei grandi scrittori americani, da Franzen a DeLillo: qua e là si avverte la minaccia di un blackout totale e il terrore che ne consegue per il genere umano. Ma questa vorticosa narrazione intrecciata, che si dipana come un gomitolo arrotolato con cura, ci parla del mondo, della biologia, delle etnie, della sottomissione arcaica e dei moti individualisti e collettivi di rivolta. Con le zanzare in sottofondo, ironiche e ciniche, che dicono agli umani che si agitano in questa vita, con il loro ronzare, che sono state qui prima di loro e che saranno ancora qui, quando loro non ci saranno più.

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