Capre e design. L’ecologia vintage

L’ambizione del designer inglese Thomas Thwaites è di essere una capra. Si è fatto aiutare da esperti, ha studiato a fondo abitudini e attitudini delle capre, ha progettato e costruito uno stomaco artificiale, una protesi che gli permette di sistemarsi nella posizione giusta, a quattro zampe, e finalmente nel 2016 è andato sulle Alpi per passare tre giorni interi da capra. Questa e molte altre esperienze e progetti sono riuniti nella mostra Broken Nature, visitabile alla Triennale di Milano fino al 1 settembre 2019. La Triennale è uno dei crocevia fondamentali da cui transita il popolo del design durante la settimana del mobile milanese. Io sono qui a caccia di ecologia, voglio capire che fine ha fatto nel design del 2019 e ho deciso di iniziare dalla Triennale. 

 

Milano, Settimana del mobile 2019.


Entrando nel magnifico palazzo di Muzio, non posso fare a meno di passare dal neonato Museo del Design Italiano, qualcosa che dovrebbe esistere da decenni, e di cui questa sarebbe la prima parte. Cerco i 500.000 euro spesi per l’allestimento ma vedo solo cubi in idropittura bianca su cui stanno appoggiati alcuni oggetti iconici dagli anni ’50 agli ’80, illuminati da faretti. Arrivo a Broken Nature. L’esposizione curata da Paola Antonelli riunisce esperienze, proposte, idee, opere provenienti da tutto il mondo intorno al tema del rapporto uomo-natura. Gli organizzatori parlano di design, architettura e arte ricostituente. La sensazione che se ne ricava è quella dell’urgenza. Qualcosa ci è sfuggito di mano, ormai l’abbiamo capito tutti, quello che non abbiamo capito è come fare a rimediare prima che sia troppo tardi, e allora, ognuno a suo modo, ci prova. In questa agitazione che assomiglia terribilmente a un grido di aiuto, i primi che focalizziamo e a cui chiediamo aiuto, sono gli animali. Ecco allora chi vuol essere capra alla ricerca di una selvatichezza perduta, chi lavora sui bonobo perché risolvono i conflitti amandosi sessualmente, chi cerca di aumentare la comprensione dell’altro inventando indumenti di metallo che permettono anche ai maschi di conoscere i dolori che accompagnano i cicli femminili. Su tutti incombe l’ombra della catastrofe imminente. Questi sono gli anni della fortuna delle distopie e, immaginando un futuro terribile, ci consoliamo del presente, magari con progetti che permettono di rendere commestibili i rifiuti, mentre ovviamente riciclo, riuso, risparmio, recupero, riduzione, la cultura della R, la Rultura, la fa da regina. 

 

Broken Nature. Thomas Thwaites, protesi da capra.


A ricordarci quanto ancora la nostra percezione del mondo sia condizionata, parziale e lontana dal reale, ci pensa la mostra che sta di fianco, La nazione delle piante, curata da Stefano Mancuso, fondatore del LINV, Laboratorio di Neurobiologia Vegetale, che da anni lavora sulla sensibilità delle piante. La mostra si apre ricordando alcuni dati che da soli basterebbero a ridicolizzare ogni delirio di onnipotenza dell’uomo. Siamo lo 0,01 % di tutto ciò che vive sul pianeta, parte di quello 0,3 % che è formato dagli animali. Tolto un 17,9 % di funghi e batteri, il resto sono piante. L’esposizione è una spettacolarizzazione della parte più pop del lavoro dell’équipe di Mancuso e mira a cambiare la nostra percezione delle piante, proposte come portatrici di soluzioni per il futuro dell’uomo.

 

Broken Nature. Materiali da costruzione alternativi da vegetali.


Gli eventi del Fuorisalone, cioè tutto quello che accade in città durante la manifestazione fieristica, sono oltre 400 e, come succede quasi sempre in queste occasioni, il programma che mi sono fatto viene stravolto e la mia ricognizione alla ricerca dell’ecologia oggi continua in luoghi inaspettati. L’appuntamento è al Planetario. C’è una fila di oltre trenta metri. Poi saprò che aspettavano di vedere ragnetti che producevano ragnatele ben illuminate. Il delirio da maratona del design è una fase obbligatoria per gli operatori. È in quel turbine che a un certo punto cominciano a prendere forma le tendenze dell’annata. Dopo diverse ore e una trentina di mostre, seduto su una panchina non di design in mezzo alla folla di zona Tortona, la situazione lentamente si chiarisce e il sapore si rivela. Direi un’annata particolarmente insipida, si conferma un deciso retrogusto anni ’50, colore tendente al nature, assenza di sorprese, da segnalare la presenza su tutte le etichette della parola sostenibile

 

Broken Nature. Installazione in vetro.


La maniera migliore per neutralizzare un nemico è farselo amico, dargli un posto in squadra, e questo il design l’ha capito egregiamente. Il vero problema tra cultura ecologica e sistema industriale è che sono semplicemente incompatibili. L’ecologia, come cultura di attenzione all’ambiente, nasce perché e quando il sistema industriale comincia a distruggerlo a metà dell’Ottocento. L’unica cosa che può fare è distruggere di meno e allora ecco che quando la pressione dell’opinione pubblica diventa impossibile da ignorare, tra le soluzioni proposte dalla cultura ecologica si scelgono quelle che riescono a rientrare nella logica produttiva industriale. I soli concetti che si incontrano sono: riduzione degli sprechi, riciclo, materiali di riuso e, sparsa ovunque come una spezia magica, la sostenibilità, meraviglioso termine contenitore che, come il nero, va su tutto. 

 

Broken Nature. Scultura ispirata ai bonobo.


All’orto botanico di Brera m’imbatto in una curiosa domanda: può un materiale partire dalla terra e tornare alla terra? La risposta parrebbe ovvia: certo che sì, basta usare, appunto, la terra, non a caso è uno dei primi materiali da costruzione, è totalmente riciclabile, è un ottimo isolante e ha un costo irrisorio, lo sanno anche i bambini. Invece, per un gruppo di progettisti piuttosto noto a Milano, la risposta passa attraverso un materiale di scarto derivato dalla lavorazione dei funghi. Ottimo sperimentare sui nuovi materiali, stupisce però come le forme prodotte risultino identiche a quelle ottenute costruendo in canna palustre e terra cruda, con un rapporto non paragonabile in termini di economia dei costi.

 

Fratelli Campana. Allestimento.


L’idea di cultura ecologica si sta aprendo per includere anche quelle operazioni che negli anni precedenti hanno fatto emergere concetti come “condivisione” e “sociale” per arrivare in questi ultimi tempi al tema imprescindibile delle migrazioni e dello sguardo sui mondi che rende visibili. In questa direzione va l’operazione che da qualche anno sta portando avanti la Moroso che ha scelto alcuni fra i suoi oggetti e li fa produrre in Senegal da artigiani locali. Una nota poltrona di Ron Arad, nata in lamiera saldata e diventata imbottito, ora si è smaterializzata con la tecnica usata da questi artigiani, basata su un intreccio di corda teso su una struttura di metallo. 

 

Da qualche anno i brand del fashion sono molto presenti nella zona dell’abitare. Arrivo da Gil Sander. Contrariamente alle altre mostre, pur essendo davanti al Castello Sforzesco, non c’è nessuno. So che c’è un allestimento green. Quest’anno il green non va più molto, ho visto un giardinello allestito in modo carino a Brera e poco altro. Entro, l’ambiente è meno che minimalista, cemento lucido, pareti bianche. Due piani di scale da fare, continua il nulla bianco, al secondo piano una fila di buttafuori in nero e auricolare su sfondo vetrata sopra Milano. Vado a destra. Una grande sala vuota, cesti di plastica nera pieni di vasi con piante da prato. Davanti, in contemplazione estatica, gruppi di giovani giapponesi e fashion victims internazionali. Dall’espressione di meraviglia si potrebbe dedurre che sia la prima volta che vedono un prato dal vivo. Possibile, vista la loro certa provenienza metropolitana. In un’altra sala, in una casa in legno, la collezione, tele dai colori crudi. Mi stupisce, perché la moda solitamente è sempre qualche passo avanti nel prevedere le tendenze, ma questa proposta, per la vetustà dell’allestimento, sembra ormai inesorabilmente vintage. 

 

Sedia dal Nordafrica.


Ecco il punto: ecologia vintage, quelle care vecchie cose che appartenendo al passato ottengono un gradito effetto rassicurante. Nell’ecologia vintage, oltre al green alla Sander, una parte importante spetta certamente al riciclo. Le mostre sul riciclo sono particolarmente rassicuranti, specialmente quelle organizzate con la formula vip: si scelgono i designer più in voga del momento e gli si dà un tema. Ro plastic master’s pieces, curata da Rossana Orlandi, usa questa formula. La mostra risulta interessante soprattutto perché una parte è inserita nel glorioso contesto del Museo della scienza e della tecnica, tra veicoli d’acqua degli anni Trenta, navi scuola, piroghe fossili e locomotive. 

 

Chi frequenta la settimana del mobile da anni non può fare a meno di avvertire una lacerante assenza, irrimediabile, incolmabile, indicibile. Alessandro Mendini non c’è e non ci sarà più. Tutto il mondo del design si è appoggiato per decenni sulla sua intelligenza che come un grande altipiano ha accolto, messo in contatto, vitalizzato e dato forma a intere generazioni. Alessandro non è stato un designer ma colui che il design ha tenuto fra le mani, scaldandolo e facendolo crescere. A lui Marcel Wanders in collaborazione con Milano Design Film Festival ha dedicato un tributo proiettando una serie di film e corti. 

 

Una presenza sottile ma costante in giro per la città è quella dei paesi dove l’industrializzazione non ha ancora impregnato completamente la vita. In angoli inaspettati, dentro i cortili dove si capita per caso, si trovano stanzette piene di cose improbabili fatte a mano in paesi dell’Africa o, passando dalla grande mostra sul design del Brasile, accade di fermarsi perplessi davanti a oggetti che ancora conservano, ribadiscono, rivendicano la mano di chi li ha fatti, senza minimamente curarsi se saranno o meno notati dalla cultura del design, sfidando ogni sorriso di sufficienza. Ma qui il vintage non c’entra. Qui si sente un profumo di futuro che viene da molto lontano. 

Irani Rigaud, Brasile, portafortuna.

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