Casa Freud

Da quel che si osserva nella fotografia di Edmund Engelmann eseguita pochi mesi prima del trasferimento di Freud a Londra, il calco della Gradiva occupava una posizione di rilievo nell’ambiente destinato alle sedute. Appesa a destra della parete che costeggiava il lettino, era perfettamente visibile dal paziente che anzi, la osservava esattamente come se procedesse verso di lui. Gli veniva incontro. Freud, al contrario non poteva osservarla durante l’analisi poiché mentre ascoltava i pazienti il suo sguardo era rivolto alla parete opposta, quella da cui entrava la debole luce della finestra che si affacciava sul cortile interno.

 

Il calco posseduto da Freud, era stato preso da un bassorilievo ritrovato nella villa Palombara sull’Esquilino 74x 189 della prima metà II secolo. Nelle Indicazione Antiquaria del Braccio Nuovo del Museo vaticano, (Roma 1845) al n. 644 si legge: FRAMMENTO del più puro ed elegante stile, con cerimonia bacchica, accompagnata da danza, e da libazioni. La celebrazione dei Misterj Dionisiaci apparteneva alle sole donne in molte parti della Grecia. È da osservarvi la compostezza di queste sagre ballerine, Sono scolpite in marmo pentelico, e furono trovate nella Villa Palombara, sull’Esquilino, luogo ove non si termina mai di trovare.”

 

 

Dunque, sino all’ottocento gli archeologi non erano stati in grado di rivelare l’identità della donna che avanzava. L’interesse di Freud era stato sollecitato da una novella di Jensen dove si raccontava di un fantasma femminile che si aggirava per Pompei e che appassionava il protagonista del racconto. Uscito nel 1903, il testo era stato notato da Freud perché gli permetteva di fare una sorta di analisi di un’opera d’arte in maniera non dissimile da quanto faceva con i turbamenti degli esseri umani ma con un materiale condivisibile ai più. Più tardi avrebbe tentato l’operazione con il Mosè di Michelangelo e avrebbe comunque segnato la via per i lavori di uno dei suoi allievi preferiti, Otto Rank che non essendo medico non poteva eseguire l’analisi su pazienti in carne e ossa e si dedicava a sviscerare i problemi inerenti alla creazione artistica. 

 

Soddisfatto del suo lavoro su quella novella, aveva acquistato (o gli era stato regalato, non so) il calco della ‘donna che avanza’ e l’aveva sistemato in posizione prominente, s’è detto, nella stanza dove praticava l’analisi. Il rilievo gli interessava non tanto per il mito che si nascondeva dietro quella figura – lo ignorava bellamente – ma soprattutto per il rapporto con il testo letterario. Insomma, era soddisfatto dell’analisi che aveva praticato su un testo letterario. Ma non si stupirebbe se venisse a conoscenza di alcuni particolari che riguardano l’identità della donna raffigurata. Al limite, si rammaricherebbe di non aver sviluppato l’analisi in profondità e di averla riferita alla novella dello Jensen e non alla figura mitologica che quel rilievo raffigura. 

 

Il bassorilievo, s’è visto, era parte integrante di un rilievo più articolato; erano almeno tre figure a far parte della composizione. Nel Braccio nuovo dei Musei vaticani erano esposti due frammenti. Nel primo compariva la Gradiva; nel secondo un’altra figura femminile acefala e la mano destra di una terza, che teneva un’ampolla e lasciava colare il liquido che conteneva.

 

 

Finalmente l’insieme delle tre figure femminili venne identificato dall’Hauser (F. Hauser, Disiecta membra neuattischer Reliefs, p. 79 Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes in Wien Band VI 1903, Wien) che aveva recuperato la terza figura da un frammento già in collezione Capranica. Ed è forse la terza, con l’ampolla in mano – che dovrebbe contenere la rugiada a offrire l’identità delle tre donne. Secondo l’Hauser il rilievo, speculare a uno analogo, doveva far parte della decorazione di un altare; tre figure femminili a destra e tre a sinistra. Aveva identificato le altre a Monaco e agli Uffizi. E riteneva che i due rilievi dovessero raffigurare uno le tre Horai, l’altro (questo a cui apparteneva la Gradiva) le tre Aglauridi. Uscito nel 1903 il saggio era probabilmente ignoto a Jensen che aveva immaginato la Gradiva come figura ‘latina’ e donna reale che aveva vissuto a Pompei ed era morta nell’eruzione. Ma il saggio era noto a Freud, se non altro per interposta persona (come poi si vedrà) o perché qualcosa doveva aver letto sull’argomento, dato che il commento di Freud alla Gradiva esce nel 1907. 

 

Tuttavia Freud continua a preferire l’identificazione letteraria della Gradiva e in questi termini ne scrive alla moglie quando, poco tempo dopo, si trova a Roma al cospetto dell’originale: “pensa allora gioia mia, quando dopo una solitudine così lunga oggi in Vaticano ho visto un caro volto conosciuto; ma il riconoscimento è stato unilaterale, poiché si trattava della Gradiva, in alto sopra alla parete” (lettera a Martha Freud del 24 settembre 1907).

 

Come s’è detto, il nome ‘Gradiva’, non corrisponde all’identità della figura scolpita nel bassorilievo e sta solo a significare una persona che avanza – gradiens, gradientis – e che non è solo una baccante non identificata o una figura decorativa, ma un personaggio della mitologica greca e, secondo l’interpretazione di Kérenyi, dovrebbe corrispondere ad Aglauro, ovvero una delle tre Aglauridi, e specificatamente a colei che ‘vide il segreto’ e diventò pazza, precipitandosi dalla rupe dell’Acropoli.

 

Successivamente, Freud riceverà una cartolina dall’amico Emanuel Löwy, archeologo viennese che insegnava all’Università di Roma e che aveva fondato il Museo dei gessi, ora alla Sapienza. Nel testo, originariamente composto da due cartoline, (una sola si è conservata) c’è la ricostruzione del frammento secondo quanto ipotizzato nello studio dell’Hauser, riassunto a grandi linee nel retro dell’immagine. Nella seconda edizione del suo commento che risale al 1912, Freud in una postilla specifica che il rilievo “è stato illustrato e interpretato da Hauser. Ponendo insieme la Gradiva con altri frammenti esistenti a Firenze e a Monaco, risultano due bassorilievi, ciascuno con tre figure, nelle quali potrebbero ravvisarsi le Ore, dee della vegetazione, e quelle affini della fecondazione.”

 

Dunque, non parla delle Aglauridi o del mito che le caratterizza; se ne fosse stato al corrente avrebbe certamente sottolineato il destino tragico della prima figura, proprio della Gradiva che, secondo un’interpretazione di Kérenyi, come Aglauride, sta andando prima alla follia e poi alla morte gettandosi nel vuoto dalla rupe dell’Acropoli di Atene

 

 

Le Aglauridi hanno un ruolo in uno dei primi miti che riguardano Atene. Efesto aveva tentato di possedere Atena, che fuggendo aveva sparso il seme caduto a terra e reso fertile da Gea. Da costei era nato Erittonio, bambino con i piedi a forma di serpente. Atena presa a compassione lo aveva nascosto in una cesta e aveva ordinato a tre fanciulle ateniesi di custodire il segreto. I nomi delle tre Erse, Pandoro e Aglauro – aiutano nell’identificazione delle figure. Erse, goccia di rugiada dovrebbe essere la terza perché raccoglie e versa la rugiada; Pandroso, bagnata di rugiada, la seconda perché irrorata dall’ampolla di Erse; Aglauro, la splendida, apre la piccola processione.

 

Le tre fanciulle s’erano messe a guardia della cesta, senza aprirla. Poi Aglauro, spinta da curiosità, l’aveva invece aperta e osservato il mostro che vi era nascosto. Presa da improvvisa pazzia, s’era gettata dall’Acropoli, seguita secondo altre versioni del mito, dalle sorelle. Quanto a Erittonio, nonostante la sua mostruosità diventò mitico re di Atene e gli verrà dedicato sull’Acropoli un tempio che lo celebra con sei cariatidi femminili che forse vogliono rammentare proprio le Hore e le Aglauridi.

 

Hauser accenna alla possibilità che le tre figure femminili rappresentino le Agraulidi o addirittura le Moire, ma non sottolinea né racconta il seguito dell'episodio del ritrovamento di Eretteo, la punizione di Minerva, il suicidio di Aglauro o di tutte e tre le sorelle.  E anche il riassunto di Löwy è assai sintetico – e Freud, (si capisce dall'approssimativa citazione dell'articolo) non ha visionato lo studio di Hauser, neppure in occasione della 2ª edizione del suo saggio.

 

Ci troviamo di fronte a un’analisi interrotta, a un errore, a un fraintendimento del medico curante. Sarebbe bastato che Freud leggesse con attenzione il saggio di Hauser, non contentandosi del breve riassunto di Löwy, per rendersi conto che la Gradiva meritava maggior attenzione. Il suicidio, attuato gettandosi dall’Acropoli di Atene di una delle custodi del mitico Eretteo come conseguenza della sua curiosità, del suo aver voluto aprire la cesta che doveva rimanere chiusa, dunque la violazione di un tabu, ma anche la soluzione drammatica di una nevrosi avrebbe consentito al professore di portare la sua analisi a conseguenze più estreme; tuttavia il solo fatto che nello studio dove si svolgevano le sedute la Gradiva osservasse i pazienti e gli venisse loro incontro, era il prodotto di una sincronicità singolare, che negli ultimi anni dei suoi studi Freud avrebbe considerato tutt’altro che casuale. Perché avrebbe certamente finito per analizzare la passione che provava per il rilievo che raffigurava non una donna che avanzava, ma una figura mitologica che aveva scoperchiato un cesto che nascondeva segreti e che sarebbe dovuto rimanere inviolato.

 

In Filippo Tuena, La Gradiva, Il Saggiatore 2019.

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