Clarice Lispector. Un soffio di vita

Questo è un libro silenzioso, che parla piano, che esce dal nulla e va verso il nulla. È un libro accartocciato, un resto, un frammento. Un libro scritto “per fatalità di voce”, per un'urgenza di esistere, di essere corpo e parola, in un tempo che è adesso, non prima e non dopo. È un'implosione, come scrive Clarice Lispector, una bomba del non, che non urla, che non scalpita, che non ha una trama, che non si capisce; è un testo che si legge tutto d'un fiato, e non per l'attesa di un finale – che da subito risulta chiaro che non c'è – ma per la fame di parole impossibili, per quel desiderio “primitivo, grave e urgente” che traghettano. 

Un soffio di vita (Adelphi, 2019) è il libro testamento di Clarice Lispector; iniziato nel 1974 e concluso nel 1977, uscito postumo a pochi mesi dalla sua morte. Olga Borelli, amica e assistente dell'autrice, che per otto anni le è stata vicina, ha raccolto e riordinato con grande cura questo “slancio doloroso che lei non era in grado di trattenere”.

Attraverso un esorcismo dell'indicibile, che caratterizza la gran parte dei suoi testi, Lispector assembla i cocci della sua sofferenza, toccando tutti i temi a lei più cari – dalla morte, alla scrittura, al tempo – e trasformandoli in un estremo e ultimo atto di r-esistenza. 

Non lo fa da sola, ma si mette allo specchio, o meglio, in un gioco di specchi. Crea un personaggio, Autore, una figura maschile che a sua volta crea un altro personaggio, Ângela Pralini – già protagonista del racconto La partenza del treno, in Dove siete stati di notte? del 1974. Tutto il testo è parlato da queste due voci, Autore e Ângela, che sono a loro volta parlati da Clarice – che è a sua volta parlata da un linguaggio sempre insufficiente.

Come in un gioco di matriosche, le diverse identità si incastrano una dentro l'altra, rendendo difficile capire se dietro le parole ci sia Clarice, Autore oppure Ângela. 

Ognuno di loro è stato creato inconsapevolmente da qualcun altro che ne ha forgiato il destino, in un rimbalzo continuo di figure demiurgiche, spostate ogni volta un po' più in là, perché c'è sempre qualcuno o qualcosa che lo parla e che lo è.

 

 

Ma forse è proprio questa inconsapevolezza che permette ai personaggi di poter scrivere ciascuno la propria storia. Autore, cupo ed esistenzialista, aggrovigliato “nella clausura del mio piccolo mondo stretto”, giudice di professione (“colpevole o innocente?”), che commenta ogni frase del suo personaggio come un Dio triste e minore. Ângela, luminosa e circondata da un'aura rossa, scrive la sua Storia delle cose, il suo mondo fatto di oggetti, di inferriate e bidoni della pattumiera; Ângela che nasce continuamente, che “sfarfalleggia”, che ha un’“ansia dorata”, che “prende una parola e ne fa una cosa”, inconsapevole del Demiurgo alle sue spalle. E poi Clarice, che se ne sta nascosta dietro i suoi personaggi, come una Moira che ne tesse i destini e ne cuce insieme le parole, in attesa che la sua di Moira, una temibile Atropo, dia la sforbiciata finale alla sua vita. 

 

E allora chi crea chi? Chi parla? Chi scrive? Chi è l'autore, chi il personaggio, in questo teatro dell'assurdo dove le parti si scambiano, dove i nomi si confondono, dove libertà e prigionia, verità e menzogna, vita e morte, smarriscono le loro polarità fino a fondersi in un amplesso impossibile. 

Come racconta Ângela nel suo romanzo delle cose..

 

questa notte ho fatto un sogno dentro a un sogno. Ho sognato che stavo osservando tranquillamente alcuni artisti che recitavano su un palcoscenico. E da una porta che non era chiusa bene entravano degli uomini armati di mitragliatrici e uccidevano tutti gli artisti. Mi mettevo a piangere: non volevo che morissero. Allora gli artisti si rialzavano da terra e mi dicevano: non siamo morti nella vita reale, ma come attori, la carneficina faceva parte dello spettacolo. Allora ho fatto un sogno bellissimo: ho sognato questo: nella vita noi siamo artisti di un'opera di teatro dell'assurdo scritta da un Dio assurdo. Partecipiamo tutti a questo teatro: in verità non moriamo mai quando sopraggiunge la morte. Moriamo solo in quanto artisti. Sarà questa l'eternità?” 

 

Non c'è verità che non sia un po' menzogna, e non c'è menzogna che non porti con sé una traccia di verità – “una parola è la menzogna di un'altra. Esigo che mi crediate. Voglio che mi crediate anche quando mento”, dice Autore. L'identità è sempre labile, scivolosa, perché si è sempre non coincidenti, come ci insegnano questi e molti altri personaggi clariciani – si pensi a L'ora della stella, ultima opera pubblicata con Lispector ancora in vita, in cui uno scrittore, Rodrigo S.M., crea un personaggio femminile, Macabéa, in un ennesimo gioco di riflessi, identità e contrasti.

In questa pluralizzazione, in questa frammentazione di nomi che si parlano, in questo “tentativo di essere due”, c'è tutta la forza creatrice e vitale di Clarice Lispector. C'è quel suo ostinato restare, rimanere in equilibrio sui detriti della vita, della storia e del linguaggio. 

In fondo è proprio dei resti che Clarice si è sempre occupata: dai suoi personaggi-scarto – di cui Macabéa è una figura emblematica – al suo modo di scardinare la lingua, quel suo voler “scrivere a ritmo arpeggiato e agreste i rottami della parola”, quella parola “da sempre perduta per aver tentato di pronunciarla”. 

 

Il linguaggio si scardina, la vita scivola via, ma Lispector sa fare di questo crollo una forza, una Grazia che emerge dal Nulla. Non cerca di ricostruire un linguaggio, né di fermare il tempo negando la morte, ma scrive “detriti di libro”, lavora sulle rovine. Attraverso i suoi personaggi che si parlano senza parlarsi, che esistono solo attraverso le parole di qualcun altro, Clarice “si affretta a trovare il suo posto nel tempo, prima di morire”. 

“Scrivo per far esistere e per esistere io”, per una fame di vita, di creazione. Questo libro non finisce, così come non si spegne il soffio vitale di Clarice. Entrambi restano, come detriti indicibili, come ostinate r-esistenze che non muoiono. 

E come dice una voce nel libro: “a volte scrivere una sola riga basta a salvare il proprio cuore”.

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