«Siate clementi con i vostri alunni», invocava qualche tempo fa un’autorevole voce del mondo della scuola. Un’esortazione che si è sentita del resto spesso pronunciare di questi tempi pandemici. «Siate clementi con gli studenti» è stato ripetuto dalle nostre istituzioni universitarie. Siate clementi?

L’esortazione a essere clementi è molto diversa dal generico «siate buoni» e si avvicina di più a un comunque generico: «Siate comprensivi e perdonate». Ovvero al significato primario di clemenza, che non nega l’applicazione della giustizia ma la spinge oltre, quasi un’eccedenza: emettete un giudizio giusto, una valutazione secondo equità e poi però fate intervenire almeno un pizzico di clemenza nei confronti del reo. Che nel linguaggio della scuola e dell’università vorrebbe dire alzate i voti, concedete sufficienze e fate passare anche chi non ha imparato. Perché? E soprattutto, dove sono qui i rei? 

 

È della clemenza come del perdono, che pare faccia sentire tutti meglio, i carnefici e le vittime e i loro congiunti? Eppure la clemenza non è il perdono. E che cos’è allora? Qual è la sua condizione stereotipica, quali ne sono i motivi e l’utilità? Chi esercita o dovrebbe esercitare la clemenza, il giudice buono, il padre indulgente, il sovrano misericordioso, il politico populista?  In effetti la clemenza è la disposizione benevola del capo sovrano verso l’inferiore; è virtù esterna, pubblica, non privata e interna come lo sono bontà e umiltà. È virtù dei potenti verso i soggetti, è azione di un superiore sociale verso un inferiore, talora richiesta alla giustizia, che con la grazia risparmia la vita o anni di pena. Si applica a contesti di giurisprudenza e di politica, esprime la mitigazione della retribuzione.

 

Il clemente re delle api

La natura stessa ne dà un esempio con il comportamento delle api. L’analogia è esposta dal filosofo romano Seneca, precettore del giovane imperatore Nerone, nel suo trattato de clementia. Questa operetta morale scritta intorno al 55-56 (prima che Nerone abbandonasse i precetti del maestro) è il riferimento d’obbligo nell’affrontare il senso della virtù della clemenza, nonché un richiamo dei più noti. Accanto all’opera di Wolfang Amadeus Mozart, La clemenza di Tito, rappresentata per la prima volta a Praga nel 1791; un’opera seria, questa volta, in onore dell’incoronazione di Leopoldo II, già imperatore del Sacro romano impero, a re di Boemia, e ispirata dal comportamento dell’imperatore Tito (così clemente da essere stato chiamato «delizia del genere umano») che almeno nel libretto alla fine perdona tutti i congiurati.

 

Ma torniamo alle api e al loro re in Seneca; non alla regina, perché i nostri antenati, vedendo all'interno dell'alveare un insetto più grosso degli altri, allevato in una cella di grandi dimensioni e nutrito con un cibo speciale (la pappa reale) da centinaia di insetti devoti come sudditi, ne conclusero per secoli che quell'animale speciale dovesse essere un re, il re delle api. Come pensava ancora Leonardo da Vinci che nel suo Bestiario, della fine del Quattrocento, fa del re delle api un esempio di giustizia: 

«E' si può assimigliare la virtù della giustizia allo re delle api, il quale ordina e dispone ogni cosa con ragione, imperoché alcune api sono ordinate andar per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a combattere con le vespe, altre a levare le spurcizie, altre a compagnare e corteggiare lo re». Per arrivare a pensare una regina e mettere a capo dell’alveare una sovrana occorrerà arrivare al Seicento, grazie all’aiuto di Elisabetta I di Inghilterra e dei primi microscopi.

 

In ogni caso se il re delle api di Leonardo è esempio di giustizia, quello di Seneca lo è di clemenza, per il semplice fatto che... non ha il pungiglione! Il re delle api è di corporatura grande e lucente, possiede un nido ampio e sicuro; si astiene dal lavoro (ma sorveglia quello altrui); se si perde, l’intero alveare si disgrega ma soprattutto, mentre le api, laboriose quanto aggressive, lasciano il pungiglione (e la vita) nella ferita, il re è privo di tale arma. Morale? «La natura ha voluto che non fosse efferato... un modello notevole, questo, per i grandi re» [Seneca, de clementia I, 19-1-3, nella traduzione di Ermanno Malaspina in: Seneca, La clemenza etc., Torino, Utet, 2009].

Insomma la clemenza è la dote di chi agisce secondo equità e rettitudine, perdonando senza però rinunciare alla giustizia. Non equivale a misericordia e pietà perché non mette in gioco il cuore e le passioni bensì la testa e la ragione, tant’è che non poca è la sua utilità politica. Per Seneca la clemenza è una virtù attivamente benefica, che giova al reo e a tutti; è uno stato d’animo che favorisce il bene. Rende chi la usa piacevole e popolare, garantisce una buona fama e favorisce – sempre secondo Seneca – l’interesse comune, purché non rivolta a tutti indiscriminatamente ma mantenuta nella giusta misura [I, 1, 8].

 

 

Clemenza e inclinazione

Soltanto nel secondo libro del trattatello Seneca giunge alla definizione di clemenza, con parole che aprono un affascinante spaccato sulla contemporaneità filosofica. La clemenza è disciplina dell’animo nella facoltà di castigare, ovvero delicatezza di un superiore nello stabilire le pene nei confronti di un inferiore. Questa è una delle traduzioni possibili, che però perde di vista la peculiarità dei termini latini esattamente usati da Seneca: «clementia est inclinatio animi ad lenitatem». La parola per la cosa è essenza della cosa. La clemenza è un’inclinazione, anzi è un’inclinazione raddoppiata in quanto entrambi i termini rimandano etimologicamente al verbo greco κλίνω (klíno): piegare verso, appoggiare, inclinare. L’aggettivo «clemente», traslato, sta per «benevolo», «dolce», «moderato», e inclinazione è la posizione di chi o di ciò che assume una posizione obliqua; obliqua come quella degli atomi di Lucrezio che subiscono una piegatura, una deviazione, uno scarto, assumendo una posizione «obliqua e, sintomaticamente, creatrice». La citazione viene da uno straordinario studio del 2013 (Inclinazione, Milano, Cortina) di una straordinaria filosofa, Adriana Cavarero. Pur non occupandosi direttamente di clemenza Cavarero ci offre gli strumenti critici per comprenderla. Perché senza clinamen, senza inclinazione, senza clemenza, potremmo aggiungere, «la natura non avrebbe creato nulla», afferma Lucrezio e audacemente lo riprende Cavarero.

 

Che l’inclinazione, lo scarto della verticalità, sia una posizione creatrice lo mostra l’inclinazione quale gesto della madre che si china, pende, si inclina verso il bambino. Se il paradigma dell’asse verticale è stato requisito dall’uomo per via della sua razionalità, il paradigma della linea obliqua appare invece riservato alla donna per via della sua attitudine alla maternità che ne causa l’inclinazione (ivi, pp. 19-20).  Ma attenzione agli stereotipi e ai luoghi comuni, e soprattutto ai passaggi analogici non giustificati. Non perché possiede capacità procreativa la donna è naturalmente e costituzionalmente incline alla cura e al perdono, alla moderazione e alla clemenza. Anzi. La clemenza, come si è visto, è la virtù del potere e di chi lo detiene, indiscutibilmente maschio anche se ape. L’inclinazione materna, anche se tipica delle Madonne cristiane sul divino infante, non è la piegatura essenziale della donna, nella quale ella si identifica e si realizza. È un’inclinazione per tutti, raccomandabile, se ha da esserlo, per tutti, e un modo per uscire da stereotipi, schemi, posizioni e inclinazioni obbligate.

 

L’inclinazione di Tito

Si inchina l’imperatore Tito manifestando clemenza per l’amico tradito, Sesto, nonché per la congiurata che avrebbe voluto sposare, Vitellia, e che tramava contro di lui. (Per inciso, difficile dire da dove provenisse questa immagine idealizzata del sovrano che aveva fatto distruggere Gerusalemme provocando la morte di più di un milione di ebrei. Probabilmente fu proprio a causa di ciò, comunque, che Tito si guadagnò le simpatie dei cristiani con l’infliggere la distruzione del tempio al popolo deicida). Tito manifesta clemenza nell’opera mozartiana che esalta l’inclinazione del sovrano e che pare di riconoscere materialmente nelle tante posizioni piegate dei personaggi dell’opera.

 

Che Pietro Metastasio, il poeta di corte che compose il poema La clemenza di Tito nel 1734; che Caterino Mazzolà che scrisse il libretto e Wolfgang Amadeus Mozart che lo musicò (tra i tantissimi altri compositori che lo misero in musica), e forse anche Leopoldo II che approvò il testo per la propria incoronazione avessero letto il de clementia di Seneca? È molto probabile. Che lo conoscano anche Teodor Currentzis, il direttore d’orchestra e il regista Russel Thomas della versione eseguita nel 2017 a Salisburgo, e alcuni dei solisti e dei coristi, che la hanno mirabilmente diretta, messa in scena e interpretata, è meno probabile. Eppure hanno sicuramente colto l’inclinazione della clemenza, a guardare le scene. 

E colto l’idea, semplice ma profonda, che per esercitare clemenza occorre avere un reo, e rei gli studenti che sono stati tenuti nell’ignoranza, nella noia e nella demotivazione allo studio, non sono. 

 

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