Dal ponte Morandi a Carlo Emilio Gadda

Nelle ore successive al crollo, ho subito pensato a Gadda. Poi, quando hanno iniziato a piovere su tutti noi le solite snervanti dichiarazioni di politici e amministratori, mi sono detto che non c’è niente da fare, che siamo refrattari a tutto – come scriveva Alberto Savinio a proposito degli italiani “immortali”.

Qualche anno fa con l’amico Ferrario abbiamo fatto un film sull’idea di progresso, “La zuppa del demonio”, su  cui trovate le riflessioni di Marco Belpoliti per Doppiozero. A partire dalle immagini conservate a Ivrea presso l’Archivio del Cinema d’Impresa, avevamo cercato di imbastire un ragionamento sul passato industriale del nostro paese, sulle speranze e le illusioni e gli sbagli di quella straordinaria stagione di sviluppo economico e civile, già in via di esaurimento a partire dalla crisi petrolifera degli anni Settanta.

 

Molti spettatori, nei mesi seguenti, ne avevano sottolineato la vena malinconica, qualcuno mi aveva scritto di aver sperimentato alla fine del film la sensazione che si prova quando ci si sveglia dopo un bellissimo sogno e si rimpiange di scoprire che si trattava, appunto, soltanto di un sogno. L’ultima citazione, in effetti, è al riguardo abbastanza esplicita, la dobbiamo a Giorgio Bocca: Tutte le cose che adesso ci appaiono orrende, allora ci sembravano bellissime: il Natale della Rinascente, l’ingorgo, i pacchi dei regali, il panettone Motta, il consumismo dirompente. Godevamo, con pochissima ironia e compiacimento, di queste luci che si accendono e si spengono… Chi non ha visto la Milano di quegli anni non può capire la fuga a occhi chiusi verso il benessere e le radici della crisi economica e morale di oggi. Fingevamo di essere moderni, mentre avevamo alle spalle dei serbatoi immensi di manodopera sottopagata e le campagne abbandonate … Ci lasciammo trascinare dalle speranze? Guardammo l’Italia con occhi troppo rosei? Probabilmente sì, probabilmente la nostra infatuazione neocapitalistica fu ingenua. Ma quel periodo dell’inizio degli anni Sessanta fu veramente particolare, felice. Era un miracolo all’italiana, ma un po’ miracolo era”.  [da G. Bocca, “Miracolo all’italiana”, 1980].

 

Quello che nel frattempo è successo, rispetto a cinque anni fa - intendo, è che non si tratta più solo di un’idea ormai decaduta, oggi sono gli stessi materiali con cui si era data sostanza a quell’idea, ferro e calcestruzzo, che vanno in pezzi. Ponti e viadotti, periferie e reti stradali, letti fluviali e binari ferroviari: a leggere le cronache recenti, un bollettino di guerra.

 

L’ingegner Gadda ha dedicato pagine arrabbiate e a modo loro spassose al pressapochismo dei suoi e nostri conterranei in tema di sviluppo e manutenzione. Si tratta di scritti anteriori al boom economico, che adesso potrebbero anche suonare ingenerosi. Mi vengono in mente alcuni gioielli di ingegneria civile che ancora oggi accompagnano il viaggiatore nel tratto autostradale Bologna/Firenze; ne avevo scritto forse anch’io con ingenuità eccessiva. Il punto è, tuttavia, che Gadda parlava d’altro, non di opere né di tecniche ingegneristiche, ma dell’atteggiamento italiano successivo alla costruzione delle opere. In “Il tempo e le opere” (Adelphi, 1982), si può leggere uno scritto degli anni Cinquanta, “Quartieri suburbani”: “La città si dilata: la città si estende. Gli urbanisti e i sociologi … parlano di sviluppo della città, redigono grafici in ascesa … scrivono incremento, sviluppo. Un certo senso compiaciuto, una speranza colorata di certezza, una solleticazione aritmetizzante, una disposizione emulatrice (nel sogno): arriveremo anche noi ai tre milioni di Parigi, ai quattro di Berlino, agli otto di Londra: e via via. Nelle acropoli e nei turriti municipi della provincia codesto civico solletico è addirittura frenesia (…) anche gli elettori, i costruttori, gli ingegneri parlano e vivono incremento, sviluppo. (…) Mi limito ad osservare che il concetto di limite economico, limite delle possibilità di edificazione e di manutenzione, non sembra essere tra i più connaturati  ingredienti nello slancio vitale dei nostri.” Per insistervi, dopo poche pagine: “Il concetto e la pratica della manutenzione non sembrano essere de’ più radicati o delle più osservate chez nous”.

Se la prendeva anche con i piccoli proprietari di appartamenti milanesi, il Gadda, con le cattive abitudini di tutti, le pigrizie consolidate, la faciloneria dell’italiano medio. Una questione di carattere, si direbbe, a voler correre il rischio di trafficare con i vecchi e ancora attuali stereotipi della pubblicistica nazionale. Già, gli stereotipi letterari: difficile eluderli quando vivi fra i libri e la tua vita scorre in ascolto delle voci di chi ha già pensato i tuoi pensieri e detto le tue parole.

 

Altro che rescindere contratti, aprire e chiudere cantieri, revocare concessioni. Quando, piuttosto, imparare a rescinderci da noi stessi e dai nostri errori?

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