Alfabeto Pasolini

Diario russo. Trasformazioni della Giornata della Vittoria

L’anniversario della fine della guerra in Europa, il 9 maggio, è stato sempre un momento assai forte di memorie familiari. Il ricordo della Grande guerra patriottica ancora oggi, a distanza ormai di decenni, ha una forte presa proprio per la vastità della tragedia causata dall’Operazione Barbarossa: più di 27 milioni di cittadini sovietici morti, migliaia di villaggi e centinaia di città letteralmente cancellati, la distruzione di intere comunità ebraiche, violenze inenarrabili sui civili.

 

Eppure questa componente dolorosa, lacerante ancora oggi per numerose famiglie, è sparita dalla retorica ufficiale del 9 maggio, diventata festività della rilettura putiniana della storia patria, sfoggio di potenza militare, occasione per ribadire la propria alterità etica e morale verso un’Europa considerata decadente e corrotta. Non vi è più spazio per le note e i versi pieni di dolore di chi, come Aleksandr Tvardovskij, scriveva della battaglia di Ržev dal punto di vista di un giovane soldato caduto durante i combattimenti. La Giornata della Vittoria è diventata altro, all’insegna del sinistro možem povtorit’ (possiamo ripeterlo) diffuso prima come meme e come adesivo da attaccare al lunotto dell’automobile, e poi tramutatosi in motto in queste settimane di guerra. Un evento dove ormai non vi è nemmeno più una commemorazione dei popoli sovietici, ma solo la celebrazione della nazione russa, in una torsione interpretativa dalle conseguenze devastanti.

 

Questa trasformazione l’ho vissuta in diretta, perché è coincisa con la mia vita in Russia, e perché per interessi professionali me ne sono occupato di sfuggita, studiando la memoria della Prima guerra mondiale nella società russa contemporanea, e il termine di paragone è necessariamente il 1945. Ancora nel 2005, in occasione del sessantesimo anniversario, Vladimir Putin nel suo discorso menzionava la riappacificazione tra Germania e Russia come il miglior risultato della politica postbellica, un esempio per tutto il mondo, e onorava la memoria degli antifascisti italiani e tedeschi, assieme a quella dei soldati alleati, sottolineando il contributo dato da tutte le nazionalità dell’URSS alla lotta al nazismo. Lunedì scorso i toni sono stati diversi, non vi è più spazio per i popoli sovietici ma solo per una visione atemporale e astorica della nazione russa in lotta perenne contro i nemici esterni, una guerra iniziata dal battesimo della Rus’ e che continuerebbe oggi in Ucraina.

 

In alcune occasioni questo ricorso continuo di Putin alle analogie storiche ha prodotto momenti di grande ilarità, come quando a proposito della prima ondata di coronavirus nella primavera del 2020 il presidente comparò la campagna di prevenzione alle guerre medievali contro i peceneghi e i cumani, nella situazione odierna invece c’è ben poco da ridere. I combattenti delle repubbliche separatiste e i soldati russi impegnati nella cosiddetta “operazione speciale” sono gli ultimi rappresentanti di una tradizione militare, nelle parole del presidente, dove Aleksandr Suvorov, Nikolaj Vatutin, Aleksej Brusilov, Kuz’ma Minin e tanti altri assurgono a padri nobili di un militarismo ormai nemmeno più tanto nascosto.

 

 

Una passione per le divise e per le armi esibita anche in forma di merchandising, con bambini vestiti da soldati in una rievocazione delle uniformi degli anni Quaranta, marce militari nei programmi delle scuole musicali, calzini in tonalità camouflage regalati per la festa del 23 febbraio, Giorno del Difensore della Patria ora diventata nella percezione popolare (e commerciale) “Festa dell’Uomo”, identificando così come prerogativa del maschio il dover servire nell’esercito: non fa nulla che poi la leva, soprattutto nelle grandi città, sia un fastidio da scansare con gli anni di studio e di lavoro.

 

Ed è proprio l’aver reso la pobedobesie (ossessione per la vittoria) un trend commerciale ad averla fatta diventare un elemento pervasivo nel sentire di alcuni strati della società, assieme ai tentativi, spesso riusciti, delle autorità di far rientrare ogni iniziativa partita dal basso all’interno dei crismi e dei controlli dell’ufficialità. È successo con il Bessmertnyj polk, il Reggimento immortale, partito come appuntamento organizzato da un gruppo di giornalisti di Tomsk, in Siberia, e diventato dal 2015 in poi una parte delle celebrazioni ufficiali.

 

L’idea era di portare con sé i ritratti dei propri familiari che avevano partecipato alla Grande guerra patriottica, come viene chiamato in russo il conflitto mondiale a est, per non perdere la memoria di quella che era una piccola grande questione privata per milioni di sovietici. Ma le risorse amministrative e finanziarie delle autorità sono riuscite a trasformare questa iniziativa che provava a rendere i ricordi familiari una memoria collettiva in qualcos’altro: negli ultimi anni vengono distribuiti ritratti di veterani già preconfezionati dagli organizzatori a partecipanti spesso arruolati negli enti e nei luoghi di lavoro statali e parastatali, e momenti imbarazzanti, come l’icona di Nicola II portata in corteo da Natalja Poklonskaja, già procuratrice di Crimea e poi deputata per Russia Unita, o addirittura fotografie di soldati della Wehrmacht messe per errore nei manifesti dedicati alla Giornata della Vittoria.

 

Errori ripetuti anche oggi, durante il concerto trasmesso dal primo canale russo, durante un momento dedicato alle coppie separate dalla guerra, sullo sfondo è apparsa una foto di Bonnie e Clyde.

Ma soprattutto quel che fa pensare è come oggi il 9 maggio non sia più la “felicità con le lacrime agli occhi”, di cui si canta nel brano Den’ pobedy, appunto dedicato alla Giornata della Vittoria. E proprio questa trasformazione valoriale, unita alla volontà di poter ottenere altre vittorie, costi quel che costi, rende ancor più tristi questi giorni di maggio, mentre in un paese martoriato dall’occupazione nazista, l’Ucraina, le bombe e le stragi sono tornate.

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