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Diario russo 27. La Russia in quattro criminali

29 Ottobre 2022

Vi è un’espressione in russo, na odnom dychanii, in un solo respiro, per parlare di qualcosa letto, guardato, vissuto senza pause né interruzioni, perché si è coinvolti dal ritmo degli eventi, dalla lettura o dallo svolgimento del film. L’espressione può essere usata senza ombra di dubbio per il libro di Federico Varese, tra i principali studiosi a livello mondiale delle mafie russe, intitolato La Russia in quattro criminali, appena uscito per Einaudi. In questi mesi dove l’attenzione verso le vicende russe è sensibilmente aumentata a causa della guerra scatenata da Vladimir Putin in Ucraina, la scelta di Varese di provare a raccontare la genesi e la struttura del potere e della società nella Federazione Russa attraverso il prisma di quattro sketch biografici di altrettanti personaggi del mondo criminale risulta originale e convincente, perché permette di mettere in luce aspetti del sistema postsovietico e putiniano spesso ignorati o sottaciuti.

Nell’introduzione, raccontando di un incontro con un giovane teppista impegnato in traffici di ogni sorta in uno studentato di Perm’, già si tracciano le linee di una ricostruzione di quell’epoca, gli anni Novanta, dove nel brodo primordiale lasciato dal crollo dell’Unione Sovietica si muovevano gang di quartiere diventate vere e proprie organizzazioni criminali, ex militari di carriera e appartenenti ai corpi di sicurezza passati al servizio delle mafie nascenti, mercati illegali di qualsiasi cosa, dai jeans contraffatti comprati in Turchia alle armi.

Un caos stimolato anche dallo Stato appena nato dalle ceneri della superpotenza, con l’adozione di politiche economiche estreme, spesso salutate (e l’autore lo ribadisce in più passaggi) dall’Occidente come componente essenziale nel passaggio alla democrazia, considerato inevitabile sotto la guida di El’cin. “In realtà – scrive Varese – El’cin fece in modo di bloccare quella trasformazione. La privatizzazione era per lui un modo di redistribuire le risorse dei vecchi manager “rossi” e trasferirle a un piccolo gruppo fidato di imprenditori”.

Anche di fronte alle scelte politiche di El’cin più discusse e violente, dal bombardamento del Soviet Supremo liberamente eletto nel 1993 alla disastrosa guerra cecena, passando per l’adozione di una costituzione iper-presidenzialista dove il ruolo del parlamento è ridotto al minimo, ricorda l’autore, non vi sono state reazioni all’estero, nonostante queste decisioni oggi trovino la propria evoluzione coerente nel regime putiniano. 

I quattro protagonisti del libro sono figure diverse, espressioni differenti dell’essere criminali, con uno di loro, Vjačeslav Ivan’kov, il famigerato Japončik (Giapponesino), rappresentante di quella mafia governata dai “ladri-in-legge”, i vory v zakone, entratone a far parte durante l’era del disgelo, finito in galera al tramonto del periodo brežneviano per poi emergere come spietato regolatore dei traffici appena uscito di prigione e in seguito dagli Stati Uniti.

Il percorso del “Giapponesino” permette, nella ricostruzione di Varese, di vedere l’evoluzione della tradizione criminale delle prigioni russe e il loro scontro con la realtà d’inizio anni Novanta, in una Mosca preda di organizzazioni criminali che o fino a poco prima erano poco più di bande di quartiere o provenivano dalle repubbliche caucasiche, tra cui spiccava la mafia cecena. I nočnye kluby (night club), gli hotel e persino le banche sono la posta sul tavolo, e Ivan’kov decide di schierarsi con la Fratellanza del Sole, i mafiosi del sobborgo operaio di Solncevo, a sud-ovest della città, ma finendo a New York, da dove tornerà, dopo una detenzione nei penitenziari americani e l’estradizione in Russia, nella Mosca degli anni Duemila per trovarvi la morte, in un paese dove alle gang del decennio precedente erano subentrati nuovi padroni in divisa.

Protagonista e vittima di questa transizione è Boris Berezovskij, ricercatore diventato spregiudicato oligarca grazie a operazioni più simili a truffe ben congegnate che a intraprendenti avventure imprenditoriali. La personalità dell’ex accademico non si fermava al guadagnare milioni e all’acquisire fortune incredibili dalla privatizzazione del vasto patrimonio industriale e edilizio sovietico, l’ambizione era di riuscire a influire sul potere, fino ad assumerlo, in un ruolo esibito da artefice dei destini della Russia. Entrato nelle grazie di El’cin con la pubblicazione del suo libro autobiografico e versamenti consistenti in dollari, Berezovskij si impegna assieme ad altri oligarchi nella rielezione del presidente nel 1996 e successivamente nell’individuare il suo successore: per qualche tempo sosterrà di aver portato Vladimir Putin al Cremlino, causa del suo esilio dorato in Inghilterra, dove, isolato e senza alcuna credibilità, morì suicida (anche se alcuni aspetti, come sottolinea l’autore, restano poco chiari).

Sergej Savel’ev, il terzo criminale presentato da Varese, in realtà finisce in prigione nel 2013 per aver preso un pacco contenente droga senza saperlo, e si trova, in galera, a esser assegnato all’ufficio di comando dell’ospedale regionale per tubercolotici di Saratov. La sua è una storia di coraggio, perché occupandosi anche delle videoregistrazioni dei dispositivi di sorveglianza, vede le torture a cui sono sottoposti i detenuti, spesso seviziati da altri prigionieri agli ordini delle guardie carcerarie. Savel’ev decide di copiarli e riesce a diffonderli attraverso il sito Gulagu.net, attivo nella denuncia delle condizioni nelle carceri russe, e per questo è costretto a fuggire dalla Bielorussia, dove era tornato a vivere dopo la detenzione in Russia, in Francia alla fine del 2021, dove ha chiesto asilo politico.

Le pagine dedicate all’istituzione penitenziaria dallo studioso in questo capitolo forniscono al lettore italiano immagini e fatti di cui si parla ancora troppo poco, illustrando anche la repressione attuata dalle autorità, passate da un’alleanza di fatto tra esse e le strutture criminali a una guerra per imporre, anche nel mondo della delinquenza organizzata, la supremazia del Cremlino. Non vi possono essere, scrive Varese, mafie autonome nei regimi autoritari, perché non vi è spazio per alcuna forma di potere alternativo, e il ricorso alle torture, aumentato nel corso degli anni Dieci, è volto anche a spezzare l’ordine dei ladri-in-legge.

In queste settimane di guerra il ricorso massiccio al reclutamento dei detenuti da parte della Wagner pone ulteriormente problemi nei penitenziari, e non sono da escludere scontri nel mondo criminale. L’ultimo protagonista delle pagine del libro è un antieroe dei nostri tempi, Nikita Kuzmin, creatore di un potente virus informatico, e la sua vicenda consente di individuare una delle non poche fragilità di un regime spesso creduto monolitico e efficiente, ma che dipende dalla tecnologia occidentale e da un apparato corrotto. La storia di come il giovane hacker riesca a diventare una stella del darkweb si intreccia con lo sviluppo della criminalità informatica (e anche dell’attivismo) in Russia, seguendo la linea del libro, fatta di microstorie in grado di far comprendere meglio la macrostoria.

Il lavoro di Varese è utile perché permette di comprendere le peculiarità dell’ecosistema socioeconomico russo e mette in risalto la continuità di fondo e la logica intrinseca dello sviluppo dell’assetto di potere nel paese da El’cin a Putin, sfatando il mito dell’alterità tra i due leader, e lo fa evidenziando i passaggi, attraverso gli schizzi biografici dei quattro criminali. L’iper-presidenzialismo russo sfociato nel regime putiniano si alimenta del “timore del prossimo”, ma l’autore individua in maniera acuta le conseguenze inattese della guerra del Cremlino in Ucraina sul sistema, di cui alcune tracce già adesso iniziano a intravedersi.

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