Edgar Morin: vita, incontri, fatti

È il pomeriggio di un giorno di primavera del 1931. Edgar ha 10 anni e sta giocando con i cuginetti nel prato, vicino alla piazza Martin-Nadaud, contigua al cimitero di Père-Lachaise da cui è separata da un muro, a Parigi. Stranamente, qualche giorno prima, una mattina, gli zii lo avevano prelevato senza che avesse potuto vedere i genitori, improvvisamente partiti per una meta ignota. Ma Edgar non ci pensa. È spensierato, vive quei giorni dai parenti come se fossero giorni di vacanza. D’altronde, sono gli ultimi giorni di scuola. A un certo punto, vede sopraggiungere un uomo tutto vestito di nero che lo rimprovera di stare seduto sull’erba e di sporcarsi: è il padre. Edgar ha un presentimento, che soffoca però dentro di sé: la mamma è morta. Per molto tempo non gli diranno la verità e il piccolo Edgar si rinchiuderà a riccio, senza chiedere esplicitamente una conferma ai suoi sospetti.

 

Annuisce alle “benevole” menzogne e nasconde le lacrime, di giorno nel gabinetto, di notte sotto le lenzuola. È la “Hiroshima interiore” di Edgar Morin, quella che lo segnerà per sempre. Un senso di colpa lo afferra, e si deposita sotto la forma di un’angoscia primitiva, destinata a riesplodere in altri momenti difficili e durante altre crisi della sua vita. Solo dopo alcuni anni da quell’evento, la voglia di vivere e di aprirsi al mondo squarciano il cerchio di vergogna, timidezza, introversione, dentro il quale il dolore e la nostalgia lo hanno asserragliato. 

Quello di Edgar Morin con la madre resterà un incontro mancato, solo abbozzato dalle prime tenerezze materne, durante l’infanzia. E tuttavia, proprio questa “assenza”, che sarà la “più acuta presenza” nella vita di Morin (per dirla parafrasando i versi di Attilio Bertolucci), merita di essere menzionata per prima nella galleria degli innumerevoli incontri, che il filosofo e sociologo francese ha avuto nel corso di una lunga vita e ha deciso di raccontare in un libro corposo, appena uscito anche in Italia, con la traduzione di Riccardo Mazzeo, per Raffaello Cortina editore: I ricordi mi vengono incontro

Non segue un ordine cronologico l’autore di questa singolare e sfavillante autobiografia. Il tempo della vita interiore non si può ridurre al tempo delle lancette dell’orologio, ci ha insegnato Bergson, e Morin, il filosofo della complessità par excellence, ci ha insegnato ad aborrire ogni riduzionismo e ogni semplicismo, compreso quello della cronologia e della fuorviante linearità insita nella successione tra un prima e un dopo.

 

 

Infatti, a dispetto della cronologia, la trama dei ricordi del libro si snoda a cominciare dai pericoli di morte passati (Morin nasce “morto” ed è l’ostinazione del ginecologo nello schiaffeggiarlo per oltre dieci minuti a farlo “resuscitare”; poi, la salvezza durante la Resistenza perché un compagno lo sostituisce all’ultimo momento in una operazione di cui la Gestapo è già a conoscenza e che si concluderà con la tortura e la fucilazione di quel compagno; l’infezione epatica grave, contratta in America latina, che lo terrà, tra la vita e la morte, per molti giorni in un ospedale statunitense nel 1962... ) e finisce con l’adolescenza e le scoperte che, a quell’età, prendono il posto dei mondi incantati delle favole dell’infanzia: l’arte, la musica, la letteratura, il cinema (la grande passione che si trasformerà anche in uno straordinario studio, a metà tra antropologia e sociologia, quando ormai è ricercatore al CNRS, grazie all’incontro fortunato con Georges Friedmann e all’appoggio di Valdimir Jankélévitch, di cui ha ascoltato, negli anni della guerra, le lezioni di filosofia a Tolosa, fino a quando non è radiato per le origini ebraiche, con l’occupazione nazista). Così, tra un inizio che ha il sapore della fine e una fine che ha il sapore dell’inizio, scorre, raggrumandosi qui e là, una folla variopinta di ricordi, di incontri, di ritratti, di esistenze incrociate. Tutte quelle che hanno lasciato un’impronta nella sua vita, nel corpo e nello spirito. Morin confessa di raccontarli così come vengono alla rinfusa nella sua memoria, nella chiarezza con cui si fanno varco e trovano una fessura nel muro della dimenticanza, ispessito dal tempo, o come emergono insperatamente dal subconscio.

 

E, come si può evincere dai capitoli dell’indice, sono ricordi che si raccolgono e si concatenano intorno ai soggiorni di studio, ai luoghi di viaggi, a città-simbolo, a eventi periodizzanti o crisi storiche, ma che si possono anche cristallizzare intorno a figure e persone precise, che diventano la metonimia di stagioni e progetti della sua vita e della sua crescita intellettuale. 

Insomma, con questo libro Morin sembra tradurre nella forma di un “esercizio spirituale” il principio di order from noise (“ordine da perturbazione”), teorizzato da Heinz von Foerster, il fisico cibernetico di origine austriaca, che incontra nel soggiorno di ricerca in California e che annovera sempre come il maestro più illuminante e profondo, tra i suoi ispiratori sul sentiero di costruzione del “pensiero complesso”. 

 

Risulta impossibile fare una sintesi del movimento vorticoso di questi ricordi, che appaiono una sequenza di tanti piccoli romanzi fiume con aneddoti sorprendenti e ancora sconosciuti: l’amore della prima moglie Violette per Roland Barthes, compagno di ventura di Morin nelle riviste Communications e Arguments, pur essendo nota l’omosessualità del semiologo; la rottura a causa di un concorso tra Lefort e Castoriadis, dolorosa per Morin, che continua a frequentare separatamente i due grandi amici con cui ha condiviso la trincea contro la moda strutturalista e l’avventura di primi intellettuali-cronisti del Maggio ’68; la fraternizzazione col giovane ricercatore italiano Mauro Ceruti, che gli ha spedito la sua brillante tesi di laurea su Jean Piaget, e che, da quel momento, alla fine degli anni settanta, arruola tra i pionieri dell’epistemologia della complessità; la preferenza e l’offerta di collaborazione, nella sfida interna ai socialisti francesi tra Rocard e Mitterand, per il primo... Ecco, solo alcuni episodi e alcuni amici tra i tantissimi che aiutano Morin a resistere alla prosa della vita per trovare la poesia della sua vita, secondo quel motto che egli sviluppa dalla lezione di un altro fondamentale incontro: quello con il surrealismo e con André Breton, che a Morin dedica la nuova edizione del Manifesto del surrealismo, definendolo “toujours en flèche”. 

 

 

In questa folla di ricordi c’è un disordine che si fa ordine, tessuto, compenetrazione; c’è una molteplicità che rincorre l’unità nella coscienza dell’io narrante dell’autore. E l’amore, il lavoro, l’amicizia, l’impegno politico, sono i diversi fili che s’intrecciano nella trama degli incontri, insieme alle incomprensioni, alle cesure e agli addii che la sfilano e vi creano momenti di lacerazione. Tra questi, certamente vi è il distacco sofferto dal Partito Comunista Francese in polemica con lo stalinismo, dopo che la guerra fredda aveva raffreddato la sua fede comunista. L’essere di sinistra di Morin sarà sempre complesso, improntato al totale e impulsivo rifiuto di ogni ortodossia e all’accettazione “dialogica” delle diverse aspirazioni ideali della gauche: la libertà, la comunità, la solidarietà, lo sviluppo sostenibile. 

 

Queste brevi incursioni e estrapolazioni dal libro possono essere sufficienti a dimostrare che esso non costituisce una “pausa”, per di più leggera, nel duro e instancabile lavoro speculativo o divulgativo del filosofo e sociologo della complessità, che conosciamo. Al contrario, con questo libro e a partire da sé, Morin vuole dimostrare che è la vita, nella varietà e contingenza di occasioni e di incontri che offre, a condurre alla scoperta e all’esperienza della complessità. Sta a noi renderci disponibili a tessere e a creare legami, con gli altri e con nuovi mondi reali e simbolici, non limitandoci a rotte prestabilite e a conformismi confortevoli o parassitari, che ci fanno ripiegare (il complicato è “piegato”, mentre il complesso è “intessuto”, ricorda sempre Morin, risalendo all’etimologia latina delle due parole). Tessere rapporti, invece, esige lo spostarsi continuamente intorno, nello spazio e nel tempo, verso gli altri e verso il futuro, con un atteggiamento esplorativo. Ecco la lezione di filosofia morale che ci dà il libro di Morin. 

Questa predisposizione al “movimento” è stata forse abbastanza naturale per chi, come Morin, a partire dalle sue origini marrane (gli ebrei stanziati in Spagna che nel 1492 preferirono all’esilio la conversione forzata al cristianesimo), si è sempre sentito un po’ heimatlos, un senza-patria, né ebreo, né gentile, ovvero semi-ebreo e semi-gentile. E rivendica tuttora la sua identità universalista, composta dal multistrato spagnolo, greco, italiano, francese, mediterraneo. Insomma, uno “sradicato e pluriradicato” come ebbe a dire una volta.

 

È il “neomarrano” Morin che, da decenni ormai, vagabonda tra i saperi, rifiutandone i confini disciplinari, e aborre il rifugio delle semplificazioni e la trappola delle idee che diventano ideologie, dogmi, demoni, che ci asserviscono e ci chiedono venerazione. Conosciamo la sua tesi fondamentale, che, con la crisi della pandemia, è tornato accoratamente a ribadire: il “vascello spaziale Terra” deve frenare la sua corsa folle e raffreddare i suoi motori incontrollati e surriscaldati (la scienza, la tecnica, l’economia e il profitto). È proprio il neo-marrano, lo “sradicato-pluriradicato” Morin, che oggi ci avverte che rischiamo di sradicarci tutti dalla Terra, di soccombere al collasso della nostra civiltà, e ci invita a ri-radicarci nel solo pianeta del cosmo dove la vita umana è possibile. Grazie al magistero di Morin, possiamo rispondere all’ultimo dei tre quesiti di Kant (“Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare?”) e dire che, oggi, ci è oggi permesso sperare solo questo: abitare la complessità. E abitare la complessità significa obbligatoriamente eleggere la Terra a “patria comune”, nel rispetto reciproco e nella valorizzazione reciproca delle nostre diversità culturali. 

 

Alla fine, lasciando alle spalle, senza dimenticarli, gli orrendi delitti che hanno compiuto contro se stessi, in epoche storiche già lontane, e celebrando festosamente la loro unità molteplice e il loro meticciato, i nuovi esponenti dell’umanità potranno dire: siamo tutti neomarrani. Improbabile? Forse, ma come dice Morin, alla fine del libro, dobbiamo conservare la speranza dell’improbabile che tante volte, anche nel momento di maggiore disperazione, fa irruzione nella Storia e nelle esistenze individuali. Come improbabile è che un feto che si sia rigirato in direzione opposta all’utero, possa essere espulso dal sacco amniotico senza essere strangolato dal cordone ombelicale al momento del parto. Eppure, può accadere che quel feto sopravviva. Accadde, ad esempio, nella notte dell’8 luglio 1921, a Parigi, in via Mayran 10. E così nacque Edgar Morin. 

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