Empatie ritrovate

Curioso fenomeno. È iniziato il lockdown anche se nessuno l’ha proclamato. O almeno così sembra. Senza rendercene troppo conto stiamo tornando alla tana, e le visite sono di nuovo rare e poco gradite. Signore delle pulizie e corrieri vengono accolti freddamente. Naturalmente potrebbe trattarsi di coazione a ripetere: i tre mesi di segregazione domestica della primavera scorsa hanno lasciato il segno. Ma che tipo di segno hanno lasciato? Sui davanzali di alcune finestre si notano ancora bandiere imbruttite dal tempo e qualche striscione ricavato da vecchie lenzuola con sopra scritto “andrà tutto bene”. Una rassicurazione per bambini, di nessuna utilità neppure per loro, come nei film americani in cui tutti ripetono “I love you” e “I love you too” che non significano niente, o appena un “ciao” buttato lì distrattamente. I segni psichici sono più difficili da decifrare. I malati psichiatrici più gravi hanno reagito in modi diversi: con sorprendente indifferenza o con più acute manifestazioni di disagio. Il vasto (vastissimo) mondo delle patologie diciamo così intermedie, per esempio depressi lievi e cronici, ansiosi, ipocondriaci, narcisisti (se ancora è possibile distinguerne i diversi gradi), fobici, come hanno reagito e come stanno reagendo? In fondo come tutti gli altri? Ognuno in modo diverso? 

 

La realtà comune a tutti è che il mondo può fermarsi, non è così indifferente a tutto come credevamo. Non si ferma, anzi non rallenta di un metro la sua corsa, neppure quando il nostro destino individuale si compie. Quando però la morte si conta in centinaia di bare trasportate su decine di camion militari allora si capisce che il mondo può fermarsi all’improvviso. Il distanziamento e la maschera ci spingono indietro nel tempo, antichi rimedi probabilmente incisi nel nostro DNA, simile all’istinto della lepre che fugge davanti al cane.

Ora che stiamo piombando di nuovo nell’emergenza siamo come rassegnati, ci comportiamo come se fosse già lockdown, chiusi in casa con la nostra scorta di mascherine (detestando tutti i diminutivi faccio fatica a scrivere questa orrenda parola, parente stretta dell’ancor più orribile telefonino). La lingua ci segnala che insieme all’aspetto depressivo viaggia anche quello regressivo. Le conseguenze ci saranno, lo pensa anche chi è convinto che non cambierà niente se non l’ineluttabile. Sono in discussione i nostri stessi confini, la nostra capacità di interagire e di modificare, già quasi spenta prima della pandemia. Possiamo seguire i nostri umori, le nostre sensazioni più oscure, il nichilismo (che non è una scuola filosofica ma uno stato d’animo che attraversa i secoli e tutte le culture), la ferocia iconoclasta, la stupidità, l’incapacità di riflettere e meditare. Allora si può dire: ma chi se ne frega se chiudono i pub e i bar di Trastevere! E le discoteche con tutti i loro addetti. E i giornali, che tanto sono chiacchiere al vento. Inoltre: siamo troppi, su questa terra, e le epidemie ce lo ricordano concretamente.

 

Per analizzare questi pantani mentali mi sono rivolto a un testo che da questi dettagli cerca di risalire a una riflessione profonda: Empatie ritrovate, di Ugo Morelli, edizioni San Paolo. “Riconoscere nell’epidemia un fenomeno globale e controverso è una delle prime mosse necessarie per la consapevolezza e l’azione. I fattori coinvolti in un’epidemia come quella causata da Covid-19 sono molteplici: i cambiamenti climatici che modificano l’habitat dei vettori animali dei virus; la sempre maggiore intrusione umana in un numero di ecosistemi vergini; la sovrappopolazione; la frequenza e rapidità di spostamento delle persone.

 

 

La complessità e globalità del fenomeno emerge se si mettono a confronto almeno tre grandi fattori: le epidemie, i cambiamenti climatici e la biodiversità”. Lo spillover (salto di specie) non è un incidente di percorso dell’evoluzione ma parte di un insieme, strutturale e non occasionale. Ogni problema è parte di un problema più grande. Morelli lo esplicita subito dopo: “La responsabilità è dell’uomo e non degli animali. Prelevare animali selvatici dal loro ambiente naturale, infatti, e indurre artificialmente un’elevata concentrazione di individui di diverse specie esotiche in uno spazio limitato, crea le condizioni ideali per la trasmissione di zoonosi. La genesi dell’epidemia è presto fatta, dal momento che lo spillover può indurre una certa aggressività del virus nella nuova specie ospite, favorendo un’elevata velocità di propagazione.

 

La nostra mente, tuttavia, tende a leggere i fenomeni in modo lineare e non sempre e non spontaneamente è in grado di cogliere la complessità di fenomeni globali e controversi che non hanno una sola causa né una evoluzione lineare, e l’andamento che li caratterizza è spesso imprevedibile”. Quel che non si vuole accettare è l’interconnessione dei problemi (delle epidemie: da Ebola in poi): rifiutiamo la connessione tra le emergenze. La logica emergenziale non ha niente a che vedere con la logica in generale, è esattamente il suo contrario, e tante volte lo abbiamo sperimentato. Il distacco tra le parole (il linguaggio politico) e la realtà è ormai incolmabile. Si pensi ai tanti eventi sismici della nostra storia recente. In conseguenza dei quali l’Italia non ha fatto assolutamente nulla, lasciando intatte case e scuole pronte per la prossima imprevedibile catastrofe. Credo che la protezione civile abbia a disposizione decine di migliaia di bare nei luoghi previsti per le catastrofi imprevedibili. I discorsi che si faranno, solenni e commossi, potremmo scriverli tutti in anticipo, come i gialli. Profonda e concreta la riflessione di Morelli (che è psicologo e studioso di scienze cognitive), che ha anche un importante risvolto terapeutico, cercando prima di tutto di curare le stesse metodologie dell’apprendimento. Dall’apprendimento della lingua all’apprendimento di una strategia mentale.

 

La riflessione, come la lingua del resto, è sempre in evoluzione, ed è quindi anche un fattore di cambiamento, se non altro perché implica necessariamente un mondo relazionale (“Solamente nell’intersoggettività diventiamo noi stessi”). La lingua non è soltanto inganno, è anche e soprattutto relazione. “Ci si potrebbe chiedere dove sia la catena che blocca gli individui di fronte al cambiamento necessario…” La lingua del ciarlatano e quella del poeta, che per sua natura è tutt’altro che astratta ma iper-relazionale (tanto che esiste soltanto nel momento in cui la leggiamo), essendo in sé un agire. Interessante l’approccio multidisciplinare scelto da Morelli: che chiede la complicità di Gerald Edelman ma anche di Bohumil Hrabal e di Kokoschka. Il gesto creativo depotenzia la pericolosità dell’altro, che non è soltanto portatore di morbi ma anche di canti. Individuiamo il limite dove c’è (un’epidemia, una devastazione naturale…) e non dove non c’è, nell’altro-invasore. “Essere umani oggi dovrebbe necessariamente significare non più perseguire il primato dell’umano, ma riconoscere il valore del limite e assumerci la responsabilità di una specie che non solo sa, ma sa di sapere, per creare una vivibilità sostenibile per il sistema vivente di cui siamo parte.” Da terapeuta naturale cerca una gnosi del cambiamento, implicito in ogni intento (illusione?) terapeutico.

 

Il linguaggio del mondo naturale è chiarissimo: il riscaldamento globale avanza insieme alla desertificazione. Ma il mondo saprebbe parlarci anche altri linguaggi. In un certo senso Morelli sembra dirci: se volete guarire dalle vostre ferite dovete cambiare semplicemente il mondo. Il suo paesaggio, il suo offrirsi a noi come esempio di interazione felice. “Trasformare il mondo in giardino e il giardino in un mondo” è la tesi di Massimo Venturi Ferriolo citata nel libro. Così ogni luogo diventa paesaggio, paesaggio esteriore di un paesaggio interiore. Giustamente si cita anche il bellissimo frammento di Democrito DK 68B33: “La natura e l’educazione sono assai simili perché l’educazione trasforma l’uomo e trasformandolo ne costituisce la natura.” Per questo Morelli torna spesso al fare poetico, allo spirito della poiesis. E di fatto propone un’inversione di tendenza. “Viviamo il tempo dell’inversione affettiva: per prendersi cura dell’altro, anziché avvicinarsi bisogna allontanarsi.” Meglio: propone una contro-inversione di tendenza. A partire dall’organizzazione del lavoro, dalla riflessione sulla crisi del sistema educativo (edudemia). Il saggio affronta conclusioni forse in chiave terapeutica ma certamente senza stracciarsi le vesti, e credo che proprio per questa luce inattesa sia interessante immergersi in questa lettura. “Siamo forse di fronte alla prima possibilità per farcela. Non avevamo mai avuto finora la consapevolezza di essere parte di un tutto interconnesso noi-altri esseri viventi umani e non umani-ambiente. Ciò è dovuto sia alla globalizzazione delle informazioni o infosfera, sia ai segnali sempre più evidenti e chiari che la natura ci manda sull’insostenibilità dei nostri modelli di vita e sulla necessità di riconoscere il limite come condizione di ogni possibilità.” 

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